novembre 2nd, 2010 § § permalink

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Forse è vero, ma solo in parte. Se fate parte della nutrita schiera di evasori fiscali italiani, se non pagate il biglietto del bus per protesta contro il colore delle divise degli autisti, così demodé, se avete tagliato a pezzettini il vostro collega (si, proprio “quel” collega), lo avete sotterrato e ora vi ritrovate a leggere questo post bevendo un whisky alla sua (fu) salute, o anche se vi siete limitati a sputargli nel milkshake, se dite le bugie (esclusivamente a fin di bene, si capisce), se spettegolate senza ritegno e vi giustificate dicendo quando ce vò ce vò o se avete più volte augurato al vostro capo le peggiori malattie intestinali, non è detto che siate degli essere amorali, per quanto la vostra personalità possa aver raggiunto un maggiore o minore grado di spregevolezza.
Più semplicemente, è possibile che il vostro sviluppo morale non abbia ancora raggiunto gli stadi più elevati.
La teoria di Kholberg è una delle prime teorie che, in psicologia, si sono occupate dello sviluppo morale. Siamo a cavallo tra gli anni 50 e 60 e parliamo, principalmente, di bambini. Lo sviluppo morale secondo i 6 stadi (o “fasi”, che dir si voglia) postulati dallo psicologo statunitense ha ricevuto (in parte a ragione) varie e variegate critiche, ma nonostante ciò resta una delle teorie sullo sviluppo morale più studiate nei peggiori bar di Caracas.
Così, giusto per fare due chiacchiere, vediamo quali sono le fasi individuate da Kholberg e proviamo a riflettere su quale sia la fase nella quale attualmente si trova ognuno di noi.
I primi due stadi sono quelli tipici dell’infanzia. Non esiste ancora un vero e proprio “senso morale” ma si valuta il proprio comportamento sulla base delle punizioni (non delle “bastonate”, eh, che non sono più di moda: non fate i primitivi coi vostri figli) o dei vantaggi che questo può portare.
1) Paura della punizione: il bambino obbedisce alle regole per evitare una punizione. La trasgressione alla regola sarà considerata tanto più grave quanto più grossa sarà la punizione.
2) Uno scambio per ottenere vantaggi: il bambino si adegua alle regole per ottenere ricompense e vantaggi secondari.
Gli stadi numero 3 e 4 rimandano all’accettazione di regole e norme che sono ritenute valide dalla società non più in base a premi e punizioni “concreti” ma bensì, per così dire, “relazionali”. Se queste fasi non arrivano in adolescenza, il rischio è che si stia andando incontro ad un disturbo di personalità. Queste sono anche le fasi più frequenti in età adulta, perché le successive sono considerate troppo “alte” da raggiungere per la maggior parte delle persone comuni.
3) Il bravo ragazzo: in questo caso si rispettano le norme per rispondere alle aspettative dei genitori o (soprattutto) della comunità in cui si vive e che fa da punto di riferimento.
4) Mantenimento dell’ordine sociale: le regole sono importanti in quanto utili per mantenere la società “in ordine”. Ordine senza il quale la vita di ognuno sarebbe esposta a notevoli e numerosi rischi.
E qui entriamo nell’ambito dei grandi pensatori. Secondo Kholberg questi stadi sono accessibili esclusivamente ad una minoranza: certamente tutti siamo in grado di comprenderli, ma ben pochi sanno “viverli”.
5) Morale del contratto sociale: a questo punto il desiderio non è più quello di un obbedienza passiva rispetto alle leggi, ma di una partecipazione attiva perché la società sia migliore.
6) Coscienza e principi universali: in questo caso la persona non si limita a seguire le leggi, ma fa leva sui saldi principi morali della propria coscienza per guidare il proprio comportamento. Qualche esempio? Oskar Schindler, Mahatma Ghandi, Giordano Bruno, Silvio Berlusconi *.
* Oggi innauguriamo un nuovo gioco: trova l’intruso! Qual è, tra i quattro personaggi proposti, l’intruso? Ai vincitori una partecipazione come pubblico a “C’è posta per te”.
ottobre 27th, 2010 § § permalink
Questo articolo è il proseguimento di “La Teoria dei Giochi: il dilemma del prigioniero, il gioco dell’ultimatum” e fa parte di un breve percorso nel quale l’autore tenta di dare una risposta psico-filosofica alla seguente domanda:
“è possibile arrivare ai piani alti senza dover incorrere nella corruzione e senza avere alcun legame – anche indiretto – con la malavita?”

Foto | Caught in the Act
Il succo di tutto questo discorso, per tornare alla domanda iniziale, è dunque questo: esiste una strategia vincente nel caso dei giochi cooperativi come il Gioco dell’ultimatum, in cui il secondo giocatore è a conoscenza della mossa dell’avversario. La migliore strategia è dividere in modo giusto. Ed io vi vedo un parallelismo con l’operare dei politici. Il politico che opererà in modo giusto (salvo i limiti di definizione di un atto giusto), avrà sempre un punto di riferimento stabile, sul quale fare affidamento. All’uomo politico, come al primo giocatore del Gioco dell’ultimatum, spetta la prima mossa: al secondo giocatore, cioè ai cittadini, spetta la seconda, cioè accettare o meno quella scelta.
Ecco perché, a parole, tutti gli oratori si sforzano di essere giusti, perché inconsapevolmente forse (ma sarebbe meglio consapevolmente), tutti sanno che agire in modo giusto è il modo migliore di agire.
Nel caso dei giochi non cooperativi, come il Dilemma del prigioniero, si scopre che ugualmente una strategia di cooperazione, la Tit for tat, è superiore alle altre in un Dilemma del prigioniero ripetuto, battendo la concorrenza.
In definitiva dunque, l’ammissione di onestà implicita nell’agire in maniera collaborativa sembra sbaragliare la concorrenza di strategie alternative, anche se abbiamo analizzato solo pochi casi, e solo a questi si può fare riferimento.
Questo significa che arrivare ai piani alti è più facile con una strategia collaborativa, anche se resta da dimostrare che la strategia collaborativa è sempre onesta. Quest’ultima considerazione è dunque personale, e non supportata dalla Teoria. Essere onesti e non scendere a patti, alla fine, paga, anche se occorre avere l’accortezza di non essere completamente intransigenti. L’onestà è, come dire, un requisito generico ma indispensabile, e si dovrebbe misurare con il metro dell’altruismo, cioè a dire rinunciando a una quota di egoismo personale.
In generale però, nella realtà non si trovano mai le condizioni ideali presenti nelle teorie. La Teoria indica una linea guida, e l’onestà e la collaborazione (se si intende la parte buona della cooperazione e non, per esempio, i “cartelli” tra le aziende) sono linee guida eccellenti. Sono preferibili, sono tendenzialmente giuste, ma purtroppo non sono sempre applicate. L’idea che sostiene l’utilizzo di strategie oneste è dunque basata sull’assunto che una società non può reggersi se ognuno di noi si comporta come l’egoista del Dilemma del prigioniero e sceglie sempre la strategia migliore solo per lui. La società si basa su altri requisiti delle persone e sono quelli ai quali molte persone si adeguano nella loro vita e nei loro piccoli ambiti di riferimento. Così, per esempio, la vita di una famiglia, di un condominio, di un quartiere, verrebbe turbata da una serie di comportamenti sempre e comunque egoistici. Il buon andamento del nostro ambiente sociale dipende in definitiva dall’apporto di ogni singolo individuo: chi delinque viene meno al patto tacito, pur usufruendo dei benefici del vivere in comunità pacifiche.
Questa è la prima parte della risposta, quella sulla strategia migliore e dunque sulle opportunità di scegliere una via onesta rispetto a una disonesta. Nella seconda parte cercherò di affrontare la questione dal punto di vista dell’etologia umana: l’essere umano è intimamente disonesto e menzognero, così come lo sono tanti altri animali, e non può cambiare il suo modo di essere, oppure anche questa parte del carattere, come altre, può essere adattata alle nuove (e migliori) condizioni del vivere collaborativo?
ottobre 20th, 2010 § § permalink
Questo articolo è il proseguimento di “Collaborare o non collaborare: una questione strategica” e fa parte di un breve percorso nel quale l’autore tenta di dare una risposta psico-filosofica alla seguente domanda:
“è possibile arrivare ai piani alti senza dover incorrere nella corruzione e senza avere alcun legame – anche indiretto – con la malavita?”

Foto | I’m not cooperating and you can’t make me!
Alcune teorie, quali la Teoria dei giochi, o l’imperativo categorico kantiano tentano di mettere ordine. Il Dilemma del Prigioniero prevede di scegliere la migliore opzione tra quelle presentate: due criminali vengono catturati ma non ci sono prove a loro carico. Vengono messi in due celle diverse e gli viene detto: se tu confessi e il tuo complice no, tu sei libero e il tuo complice si prende 7 anni; se confessa anche lui però, vi prendete 6 anni a testa; d’altra parte, se non confessi e il tuo complice confessa, lui è libero e tu ti becchi 7 anni; infine, se non confessate nessuno dei due, siccome non abbiamo prove, possiamo tenervi dentro solo per 1 anno. Si osservi la seguente tabella:
|
CONFESSA |
NON CONFESSA |
| CONFESSA |
(6,6) |
(0,7) |
| NON CONFESSA |
(7,0) |
(1,1) |
[Dlin dlon: piccolo spazio di riflessione. Prima di proseguire nella lettura, provate a trovare la "vostra" soluzione al Dilemma del Prigioniero. Qual è la strategia ottimale? Se foste nei panni di uno dei prigionieri (e posto che l'altro prigioniero non è vostro amico né parente), confessereste o non confessereste? - NdAndre]
La Teoria prevede che la strategia ottimale di questo gioco non cooperativo sia la confessione, perché chi confessa ha un range di condanne da 0 a 6 anni, mentre chi non confessa da 1 a 7, la condanna media è superiore nel secondo caso rispetto al primo.
Che tipo di società prospetterebbe questa strategia? L’azione del confessare, in questo esempio, è strettamente funzionale a minimizzare la pena per ogni singolo giocatore, sperando che l’altro non faccia altrettanto. Se però l’altro adotta la stessa strategia, rischieremmo comunque meno che evitando di far condannare l’altro confessando.
Il rischio però è alto. In questi giochi si suppone che non vi sia collaborazione e che nessuno dei due giocatori conosca la scelta dell’altro. Infatti, se uno dei due prigionieri avesse la possibilità di conoscere la scelta dell’altro prima di fare la propria, e se chi ha fatto la scelta per primo fosse a conoscenza di questa regola, sceglierebbero entrambi la strategia che minimizza la pena per entrambi i giocatori?
Ma, a questo punto, si passerebbe al Gioco dell’Ultimatum, un gioco cooperativo.
Brevemente, il gioco funziona così. Vi sono due giocatori e una certa quantità (di danaro, di cibo, di quello che si vuole) da dividere. Il primo giocatore sceglie come suddividere (per esempio, 50 e 50) e il secondo sceglie se gli sta bene la divisione o no. Se gli sta bene si procede alla divisione altrimenti nessuno prende niente.
Molti ritengono che questo gioco sia un ottimo simulatore delle interazioni all’interno di una società umana e un indicatore dell’avversione della gente per le ingiustizie. Infatti, un’azione ingiusta del primo giocatore, quello che deve dividere la quantità, porta ad una reazione del secondo giocatore tale per cui la strategia ingiusta si rivela poi fallimentare. D’altra parte, una divisione giusta potrebbe essere non accettata dal secondo giocatore che volesse far valere qualche sorta di ricatto, essendo lui, in definitiva, a scegliere se concedere il premio a entrambi; ma un’azione del genere sarebbe dannosa in parti uguali, e quindi la leva ricattatoria decadrebbe.
Una cosa importante da notare è questa: la differenza dell’atteggiamento dei giocatori, a seconda che conoscano la mossa dell’avversario o non la conoscano.
Nel secondo caso infatti, aumenta il livello di diffidenza: è il caso dei giochi definiti appunto non collaborativi, in quanto il giocatore non sa quale decisione prenderà l’avversario. Per questo motivo ha la tendenza a pensare in maniera completamente egoistica. Questo significa che non terrà in alcun conto gli interessi e le esigenze dell’altro ma tenderà a massimizzare i propri guadagni (pay off). Ne segue che i suoi desideri saranno sempre in contrasto con quelli dell’altro, anche se, obiettivamente, nel Dilemma del prigioniero, se nessuno dei due confessasse se la caverebbero con poco entrambi.
Si noti ora la differenza rispetto ad una decisione in chiaro come quella del Gioco dell’ultimatum: il secondo giocatore è a conoscenza della scelta del primo giocatore e su quella base deve decidere. Un modo sicuro per il primo giocatore, poiché si suppone che entrambi preferiscano ricevere qualcosa piuttosto che niente, è quello di dividere a metà la quantità in palio (mettiamo di denaro), strategia che lo metterebbe al riparo da ritorsioni, ma forse anche una suddivisione 60-40 potrebbe essere accettata, seppur con il malcontento. In sostanza la strategia ottimale è la divisione a metà, quella che non solleva risentimenti nel secondo giocatore, che deve decidere se accettare per entrambi, o meno. Perché dico che sarebbe accettabile e funzionerebbe meno una formula di ricatto del tipo: se dividi 50 e 50 io, secondo giocatore, non accetto, perché voglio importi un 40 -60?
Forse per lo stesso motivo per cui il primo giocatore non fa la scelta 60 – 40. Cioè: il Gioco dell’ultimatum è un tipico gioco in cui si può avere un guadagno per entrambi i giocatori, senza rischiare che un comportamento troppo egoistico precluda qualsiasi vincita. 50 e 50 è la divisione che mantiene le maggiori probabilità di essere accettata da entrambi, perché non contiene nessuna ingiustizia.
Si noti, per terminare la disamina veloce sulla Teoria dei giochi, che lo psicologo matematico di origine russa Anatol Rapaport ha inventato una strategia per il Dilemma del prigioniero ripetuto che si chiama Tit for tat. In sostanza, questa strategia prevede una prima mossa collaborativa (che nel caso in oggetto significa non confessare) e in seguito, a seconda della risposta dell’avversario, rispondere colpo su colpo: collaborare se l’avversario collabora e non collaborare se l’avversario fa altrettanto.
Il succo di tutto questo discorso, per tornare alla domanda iniziale, è dunque questo: esiste una strategia vincente nel caso dei giochi cooperativi come il Gioco dell’ultimatum, in cui il secondo giocatore è a conoscenza della mossa dell’avversario. La migliore strategia è dividere in modo giusto. Ed io vi vedo un parallelismo con l’operare dei politici. Il politico che opererà in modo giusto (salvo i limiti di definizione di un atto giusto), avrà sempre un punto di riferimento stabile, sul quale fare affidamento. All’uomo politico, come al primo giocatore del Gioco dell’ultimatum, spetta la prima mossa: al secondo giocatore, cioè ai cittadini, spetta la seconda, cioè accettare o meno quella scelta.
(continua mercoledì prossimo)
ottobre 13th, 2010 § § permalink
Ho chiesto aiuto a Paolo per rispondere ad una mail che andava un po’ “oltre” le mie conoscenze. Ne è nato un piccolo percorso che vi proporremo in pillole. Ecco la prima parte.
P.S. il prossimo che mi scrive una mail dandomi del LEI non lo pubblico, lo uccido. :)

Foto | Team Work
La mail:
Michele ci scrive:
Salve, mi chiamo michele, recentemente l’ho aggiunta su facebook ed ho letto molti argomenti sul suo blog, anzi le dirò che ho trovato il suo blog cercando su google: L’uomo è egoista, un pensiero che mi è venuto in mente pensando ai casi della vita quotidiana e che ha trovato conferma in quello che lei ha scritto, ho letto i pezzi del Profeta Incerto e di come ironicamente lascia i suoi lettori riflettere. [...]
Sono ancora uno studente, una matricola che si presta ad affrontare il primo anno di università – ingegneria aerospaziale – e che pensando al futuro e a quello che ho intenzione di fare, mi è venuto un dubbio: è possibile arrivare ai piani alti senza dover incorrere nella corruzione e senza avere alcun legame – anche indiretto – con la malavita?
Forse sembrerà strana questa domanda, ma per me che vengo da Napoli è uno scenario quasi inevitabile, basta vedere le condizioni della città . . . E se invece mi riferisco ad un contesto più ampio di una semplice provincia, prendo in considerazione l’Italia, il presidente del consiglio e il resto dei politici e la situazione non cambia più di tanto. Probabilmente la situazione negli altri paesi è migliore ma vista la mia poca conoscenza in questo campo non so fino a che punto.
Quindi le chiedo se, anche se solo filosoficamente, lei è in grado di dare una risposta a questo mio quesito e gradirei che la risposta sia integrata in un nuovo articolo, se vuole può citarmi liberamente senza omissioni e/o ricopiando questa e-mail.
Cordiali Saluti
Michele :-)
La risposta: collaborare o non collaborare?
Il caro amico Andrea di Pillole di Psicologia, chiede il mio parere su una mail che gli è arrivata da parte di un suo giovane lettore. Il succo di questa lettera è racchiuso in una domanda, che suona così:
“è possibile arrivare ai piani alti senza dover incorrere nella corruzione e senza avere alcun legame – anche indiretto – con la malavita?”
Il quesito sembra implicare due diverse tipologie di risposte, una inerente la migliore strategia per risolvere un problema specifico, in questo caso fare carriera, l’altro, implicito nella domanda stessa, se dal punto di vista etologico sia possibile praticare un comportamento onesto, in una società di umani.
Un problema di strategie.
Se uno ascolta [con orecchio critico - NdAndre] i discorsi degli uomini politici, o dei presidenti di associazioni oppure ancora di amministratori delegati, noterà, con sua somma sorpresa, che presentano un elemento unitario, sempre presente: in tutti quanti viene elogiata l’onestà, la rettitudine e il comportamento leale.
Questa enfasi retorica sui buoni sentimenti e buoni comportamenti è talmente scontata e invischiata con i reali intenti da trasmettere, da rendere inutilizzabili questi messaggi, se non come materiale di studio per psicologi.
Perché accade questo? Perché la maggior parte degli oratori indulge in questa pratica?
Una risposta possibile è che il pubblico gradisca questi concetti: onestà, rettitudine e lealtà, insieme a tanti altri a questi correlati, sono un balsamo alle orecchie trepidanti dell’ascoltatore. Ma allora sorge un’altra domanda: perché il pubblico le gradisce?
Il bisogno di fidarsi degli altri.
Per non allungare la manfrina metto subito le carte in tavola: queste qualità elencate con tanta disinvoltura da chi parla da un palco piacciono alla gente perché nessuno si fiderebbe di una persona losca o infida. In ogni momento della nostra giornata noi dobbiamo fidarci degli altri perché la nostra vita possa scorrere tranquilla. Da quando inzuppiamo il pane nel caffellatte a quando prendiamo l’autobus o il treno, da quando portiamo i nostri figli a scuola a quando ci affidiamo ad un medico, da quando portiamo i nostri soldi in banca a quando chiediamo un consulto a un avvocato.
La fiducia è un sentimento essenziale perché una società possa reggersi in piedi. L’assenza di fiducia deve essere compensata dall’autoritarismo. Questo, se ci riflettiamo bene, è in parte (e in maniera più edulcorata) quello che succede anche nelle nostre democrazie: la fiducia non viene riposta senza tutele, e la garanzia del rispetto degli obblighi e quindi la corresponsione “obbligata” della fiducia riposta è regolata dalla Legge.
La Legge impone una sanzione al violatore della fiducia “obbligata”. Senza addentrarci in discussioni ampie, osservo che non tutte le interazioni tra umani sono regolate, né possono esserlo, dalla sola Legge. È questo il motivo per il quale si sono sviluppate morale ed etica.
L’onestà, dunque, è una componente fondamentale della nostra società?
Dunque possiamo tentare una prima risposta alla domanda.
Se quello che vuole la gente è onestà, e quello che gli oratori gli danno (a parole) è pure l’onestà, questo significa che questa caratteristica è sentita come fondamentale e auspicata.
Ne segue che l’opposto di onestà è una caratteristica indesiderata? A parole, tutti fanno mostra di non volerla, sia la gente che quelli che parlano dal pulpito.
Ma, è proprio vero che una società disonesta è più instabile e indesiderabile di una onesta?
Continua: La Teoria dei Giochi: il dilemma del prigioniero, il gioco dell’ultimatum.
maggio 6th, 2010 § § permalink
Il Disimpegno Morale.
Psychomer ha pubblicato il suo primo e-book: Il Disimpegno Morale. Io non l’ho ancora letto, ma conosco Psychomer e credo che ci si possa tranquillamente fidare di lui. Per chi non sapesse di cosa stiamo parlando, i meccanismi di disimpegno morale sono delle difese messe in atto dalla nostra psiche quando trasgrediamo un principio morale. In questa maniera riusciamo a difendere il nostro IO dagli attacchi dei sensi di colpa. Tempo fa ci ho scritto un articolo, questo. Insomma, se volete approfondire, scaricate l’e-book (naturalmente, è gratis).
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aprile 27th, 2010 § § permalink

Provocazione tratta da Il disagio della civiltà, di Sigmund Freud.
“Ama il prossimo tuo come te stesso”, è una frase nota in tutto il mondo, è certo più antica del cristianesimo, che la considera la sua più straordinaria rivendicazione, ma altrettanto certamente non è antichissima; in epoca storica era ancora ignota al genere umano.
Nei suoi confronti vogliamo assumere un atteggiamento ingenuo, come se la sentissimo per la prima volta. Non potremmo allora reprimere una sensazione di sorpresa e turbamento. Perché dovremmo farlo? Che vantaggio ne ricaveremmo? E soprattutto, come ci arriviamo? In che modo possiamo farlo?
Il mio amore è una cosa preziosa che non ho il diritto di sprecare sconsideratamente. Mi impone doveri ai quale devo adempiere facendo sacrifici. Se amo una persona, questa se lo deve in qualche modo meritare. Lo merita se per aspetti importanti mi assomiglia al punto che in lei posso amare me stesso; se lo merita se è tanto più perfetta di me che in lei posso amare l’ideale di me stesso; devo amarla se è il figlio del mio amico, perché se le accadesse qualcosa, il dolore del mio amico sarebbe anche il mio dolore, lo dovrei condividere.
Ma se mi è estranea e non riesce ad attrarmi per nessun valore proprio, per nessun significato già acquisito nella mia vita emotiva, allora amarla mi risulterà difficile. Facendolo, compirei addirittura un’ingiustizia, perché tutti i miei cari considerano il mio amore un segno di privilegio; se equiparo l’estraneo a loro, compio un’ingiustizia.
E se invece lo devo amare con quell’amore universale solo perché anche lui è un essere di questa terra, come l’insetto, il verme, la biscia, allora temo che gli toccherà una porzione d’amore piccola, certo inferiore a quella che, secondo il ragionevole giudizio, sono autorizzato a trattenere per me stesso. A che serve un precetto enunciato con tanta enfasi, se il suo adempimento non appare sensato?
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marzo 13th, 2010 § § permalink

Avrete sicuramente letto, qualche settimana fa, la notizia riguardante “Rapelay”: il videogioco giapponese che ha per protagonista un maniaco e per scopo la violenza sessuale nei confronti del maggior numero di ragazze, anche minorenni. Siccome ci sono arrivato un po’ in ritardo, ormai è troppo tardi per dire la mia: mi limiterò quindi a qualche semplice considerazione generale (e alla fine vi frego e dico pure la mia).
Sono favorevole alla libertà di espressione, in tutti i suoi risvolti. Anche quando si parla di videogiochi. Trovo che quando ci si trova ad applicare la censura è perché la battaglia è già stata persa, e credo che la censura sia oggi un mezzo inefficace (se si può scaricare un film prima ancora che esca al cinema, cosa ci vuole a scaricare un videogioco?).
Tutto questo non mi impedisce di pensare che Rapelay sia una squallidissima trovata commerciale. “Commerciale” non nel senso che la software house che lo ha inventato ci stia guadagnando i milioni, ma nel senso che tutto il mondo ne sta parlando. Come dire: bersaglio colpito. “Squallidissimo” perché banalizza una cosa estremamente seria, una cosa che fa soffrire le vittime e i loro parenti (e in alcuni casi anche i carnefici) al punto da rovinargli la vita in maniera irreversibile e all’idea che alla parola “stupro” un ragazzino possa farsi una sonora risata mi prudono le mani.
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febbraio 27th, 2010 § § permalink

Il 13 marzo 1964 Kitty Genovese stava tornando a casa per una via di New York. Erano le 3.15 del mattino circa quando Winston Moseley la aggredì pugnalandola per due volte alle spalle. Purtroppo nessuno si trovava per strada a quell’ora e nessuno di coloro che probabilmente sentirono le grida si affacciò ad una finestra dei palazzi attorno, sino a quando un uomo finalmente gridò a Moseley di lasciar stare la donna. L’aggressore fuggì, ma tornò dopo circa dieci minuti.
Kitty, nel frattempo, riuscì a trascinarsi nel corridoio sul retro di un edificio, quando Moseley la raggiunse, la pugnalò nuovamente, la violentò, e fuggì. Solo allora un testimone chiamò soccorsi. Kitty morì durante il trasporto in ambulanza. Il New York Times parlò di 38 possibili testimoni. L’aggressione durò circa 30 minuti.
Perché nessuno fece niente?
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febbraio 22nd, 2010 § § permalink

Il termine altruismo (dal latino, “alter”: altro) indica la qualità (morale) di interessarsi al benessere dei propri simili. Esso è il contrario dell’egoismo. A livello biologico è importantissimo, in quanto consente di far sopravvivere e progredire la specie, ed è molto presente in quasi tutti gli animali.
Ma cosa possiamo dire riguardo le CAUSE?
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