gennaio 20th, 2011 § § permalink
Non vi fa problema se dopo un’assenza ingiustificata e relativamente lunga torno con un piccolo post, vero? Il fatto è che nell’incostanza e nella volubilità che mi caratterizzano ho un po’ rivisto le priorità, e il blog è stato retrocesso da “obiettivo” a “strumento”. Non è detto che sia un scelta definitiva, ma per il momento non garantisco continuità. Garantisco, certo, tanto affetto per tutti voi: vi penso anche se non vi scrivo (mamma mia! che ruffiano… come so mentire alla gente io…).
Passiamo al titolo del post: perché non vi piace il vostro lavoro? Mi scrivete spesso (ma spesso spesso, eh) in risposta all’articolo “Perché cambiare lavoro?” chiedendo chiarimenti e consigli.
Non vi svelerò che mi sopravvalutate e che chi mi conosce si guarda bene dal chiedermi consigli, perché così mi brucerei la piazza, ma spenderò un post (breve, giuro) ogni tanto per offrire qualche chiarimento.
Quando siamo stufi del nostro lavoro le possibilità sono sostanzialmente tre:
- siamo incostanti, labili, e per nostra natura tendiamo ad annoiarci della ripetitività;
- per quanto il lavoro che facciamo ci piaccia, non ci piace il luogo dove lo facciamo: il problema è il datore di lavoro;
- riteniamo che questo lavoro, a prescindere dal datore di lavoro, non sia quello che fa per noi.
Quale delle tre?
Come potete immaginare dare risposta a questa domanda è il primo passo da compiere se riteniamo che sia ora di cambiare lavoro: non solo per spirito di autoconsapevolezza (che non fa mai male), ma anche perché da ciò dipendono fortemente gli sforzi che dovrete mettere in campo successivamente.
Ognuno dei tre problemi ha una soluzione differente, e prima di passare all’invio di curriculum selvaggio è bene avere chiaro in mente l’obiettivo da raggiungere e la causa che ci muove.
Capire “quale delle tre” è un lavoro non sempre semplice, che richiede una buona dose di conoscenza di sé. Potreste aiutarvi rispondendo a queste domande:
- Tendo a cambiare di frequente? Quanto durano i miei hobby, passioni e interessi? Per quanto tempo mi piace un vestito nuovo che ho acquistato?
- Quanti lavori ho cambiato nella mia vita?
- Se mi immagino di svolgere lo stesso incarico presso in datore di lavoro differente, che tipo di sensazione ne ricavo?
- Se immagino di svolgere un lavoro completamente differente con lo stesso datore di lavoro (e quindi lo stesso “capo”), che tipo di sensazione ne ricavo?
- Quali caratteristiche ha il mio lavoro ideale? Quali caratteristiche ha in comune il mio lavoro attuale con quello ideale?
agosto 30th, 2010 § § permalink

Ed eccoci qua. Se siete nella mia stessa situazione avete ricominciato a lavorare da un bel pezzo. Se siete in una situazione peggiore della mia, le vacanze le avete viste col cannocchiale (o forse col telescopio). Se siete normali, ad ogni modo, il giorno di rientro al lavoro dopo le vacanze è da annoverare a pieno titolo nella lista dei giorni neri, di quelli che non abbiamo fatto niente di così male per meritarli.
Ma c’è, e c’è almeno una volta l’anno. Non vi dico che ho dei consigli per farlo diventare un buon giorno, quello no, per carità. Ma possiamo ragionare insieme (collaborate nei commenti?) e scovare qualche metodo per rendere il rientro almeno un pochino meno traumatico.
1. Punto primo: le vacanze sono vacanze!
Un buon rientro al lavoro si prepara già dall’inizio delle vacanze. Per chi può permetterselo, sarebbe bene che le vacanze siano delle vere vacanze. Per chi non può permetterselo, ehm… dovrebbe farlo lo stesso. :) Lasciare il lavoro a casa, sia per quanto riguarda le cose da fare che per quanto riguarda gli aspetti “psicologici”: sforzarsi di non pensare all’ultima litigata col collega, per esempio. Spegnere il cellulare, o non rispondere se riconosciamo un numero “lavorativo”, tenere a mente tutte le accortezze necessarie a far si che, finita la vacanza, non possiamo dire: “bah, potevo godermela di più”. Questo aiuterà senza dubbio ad ottenere la giusta “ricarica“.
2. Meglio prepararsi in anticipo al rientro.
Dal punto di vista psicologico, intendo. Certo, sono importanti anche gli aspetti pratici: fate in modo di non ritrovarvi a stirare la camicia il giorno prima, ma la cosa più importante è che arriviate al fatidico lunedì con le idee chiare: le vacanze sono finite, è stato bello finché è durato ma ora si ricomincia con la vita di tutti i giorni. Capisco che per alcuni questo possa non essere particolarmente consolante, ma è la realtà, ed è bene affrontare la realtà per tempo. (P.S. evitate però di pensare “cavolo, tra un po’ si torna al lavoro” dal primo giorno di ferie)
3. Rientrare a casa con qualche giorno di anticipo.
Questo è logico. Il rientro a casa comporta già di suo una serie di stress: la lunga coda sull’A1 sotto il sole cocente, varcare la porta di casa, sentire l’odore a cui ci eravamo ormai disabituati, lasciarsi assalire dalla malinconia, disfare le valigie… Perché accumulare stress su stress quando si potrebbe lasciar correre qualche giorno tra l’uno e l’altro? Inoltre le vacanze non sempre sono esattamente “riposanti”: meglio concedersi qualche giorno di vero ed assoluto relax prima di cominciare.
4. Focalizzare l’attenzione sugli aspetti positivi del proprio lavoro.
Mmh… Questa è dura… :) Beh, alcuni saranno più fortunati perché hanno un lavoro che li soddisfa pienamente, altri ci riusciranno perché vedono il lato positivo per natura, altri ancora dovranno (e sottolineo “dovranno”, ne va del proprio benessere) fare uno sforzo di fantasia. Ogni lavoro ha dei lati positivi, e se non ne ha sarà indispensabile trovarli. Se non se ne trovano, dovremo “attribuirli” ad aspetti che di norma non consideriamo positivi. Fosse anche solo lo stipendio che arriva a fine mese (col quale ci siamo pagati le vacanze).
Se ancora non ci siamo, ehm… Continuate a scartare l’ipotesi di cambiare lavoro? :)
5. Mantenere per un po’ qualche vecchia abitudine.
Se durante le vacanze eravate soliti trascorrere la serata leggendo un buon libro e bevendo un bel bicchiere di latte di mandorla fresco, provate a mantenere l’abitudine. Vi farà bene e avrà profumo di vacanza.
6. Rientro graduale al lavoro.

Passare improvvisamente dal sole di Santa Maria di Leuca alle fatture da compilare non è affatto semplice. Se possibile, dedicare i primi giorni ai lavori meno stressanti, all’aggiornamento coi colleghi, alla programmazione del nuovo anno sociale, allo sgozzamento, smembramento e sotterramento di “qualche” collega…
7. Una bella “to-do list”.
Potreste segnare le nuove incombenze lavorative, ma anche quelle di ordinaria amministrazione casalinga, su una bella lista, in modo da non essere costretti a pensarci subito (che a seppellire un collega mentre si pulisce il filtro della lavatrice si rischia di fare confusione).
8. Non di sole vacanze vivrà l’uomo!
Ma anche di gite, di cene tra amici, di weekend fuori città… Scherzo, ma non troppo. Nel senso che caricando di eccessive aspettative le vacanze si rischia di vivere 50 settimane all’anno in funzione delle ultime 2. Le vacanze saranno anche uno dei momenti più divertenti/eccitanti/riposanti dell’anno, ma che non siano l’unico!
:) Vi svelo un segreto. Quelli che avete letto sopra sono consigli di serie B, perché da Clarita ne ho trovati di molto più seri ed efficaci. Vi elenco quelli per lavoratori dipendenti, se siete lavoratori autonomi cliccate sul link.
- Non rientrate.
- Se proprio vi tocca, fate con calma, magari perdete il primo autobus o treno appositamente…
- Varcate la soglia di ingresso in ufficio con circospezione, come se vi foste dimenticati a casa il badge o vi sia capitato un incidente che ha generato amnesia a intermittenza;
- In ufficio salutate altri soggetti senzienti come l’orso appena svegliato, con un “umpf”, alzando il mento e la testa, senza pronunciare parole di alcun genere e se vi chiedono come va fate una smorfia con la bocca, inclinando leggermente il capo sul fianco;
- Accendete il computer come se fosse una macchina del caffé e attendete senza dire nulla, guardando fissi lo schermo come si fa con la centrifuga della lavatrice nei giorni di pioggia;
- Aprite il client di posta elettronica e aspettate, guardando il muro;
- Alzate la cornetta del telefono almeno due volte, per varificate che il tu-tu non sia degenerato in un blurp-blurp per il caldo estivo;
- Ora calcolate il tempo che vi resta alla pausa pranzo e poi all’uscita, in ore, minuti e secondi. Se serve fate un foglio Excel;
- Non prendete neppure un caffé, state nel vostro dormiveglia, pensando magari ai 147 milioni di euro che si sta godendo qualcun altro;
- Riordinate tutto il riordinabile, ma non fate una virgola di fatica, magari anticipate la pausa pranzo, fate finta di fumare una sigaretta in balcone oppure uscite a sgranchirvi le gambe per almeno 10 minuti ogni 35 minuti.. Importantissimo: non rispondete a nessuno, a voce o via e-mail. Voi non siete ancora rientrati, vero?
giugno 10th, 2010 § § permalink

Cari lettori, mancano ormai un paio di settimane alla nascita della mia primogenita, Anna. Questo è il motivo per cui ho deciso di ridurre la mia presenza nel blog ad un paio di articoli settimanali (più qualche segnalazione quà e là). Cerco di restare un po’ più attivo sulla pagina di Facebook con qualche citazione. Sarà così per tutta l’estate. E sarà un’estate fantastica! :)
Veniamo al dunque…
Dopo aver letto Come capire qual’è il proprio obiettivo motivante, Sergio nei commenti propone una domanda:
“Motivare le persone ai quali hai dato obiettivi.. nell’ambito lavorativo in azienda piramidale.. qual’è il segreto per tenere alti i risultati?”
La domanda è troppo interessante per lasciarsela sfuggire senza scriverne un post! :) Da ormai un po’ di anni sono un educatore: sebbene non abbia mai visto un’azienda in vita mia, ho una certa esperienza nel “dare obiettivi”.
Certo, non voglio dire che fare l’educatore ed essere manager di un’azienda siano la stessa cosa, ma facciamo un esperimento: io porto la mia esperienza e cerco di “trasportarla” in ambito aziendale, e voi fate il viceversa nei commenti. Se scriverò qualche baggianata, avrete pazienza.
Utilizzerò il termine “dipendente” qui in maniera generica, per indicare una persona che dipende, in qualche modo, da noi. Questi i punti che mi vengono in mente per rispondere a Sergio:
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maggio 10th, 2010 § § permalink

Navigavo di qua e di là, e a un certo punto mi ritrovo davanti gli indicatori di salute al lavoro secondo Psicologia e Dintorni. Chi non si è mai lamentato del proprio lavoro? Chi non ha mai pensato di cambiarlo, per poi trovarsi di fronte all’evidenza che lo stipendio, a fine mese, serve? Chi non alterna momenti di entusiasmo, fasi di relativo benessere e giorni di sconforto, quando pensa al proprio lavoro? Quel post, ho pensato, merita un approfondimento.
Come distinguere una semplice fase passeggera da un più consistente segnale che quel lavoro non fa realmente per voi? È il momento di prendere in mano la situazione. Vediamo dieci indicatori per i quali potrete dire: questo lavoro non fa per me.
1. Insofferenza nell’andare al lavoro.
Se al mattino faticate a sollevare le stanche membra dal letto, non è solo a causa del sonno. Se quando salite in auto, o sul treno, vi viene il magone al pensiero di dover trascorrere otto ore lavorative, forse è ora di pensare che non siete condannati a soffrire. Insomma, come è ovvio, il primo e più evidente indicatore che un certo lavoro non fa per voi è che quel lavoro non vi piace, che lo sopportate a fatica.
Aumentano le ore di assenza, una lieve influenza vi spinge a chiamare il medico per un certificato, ciò che succede al lavoro non vi interessa. Un buon metodo per capire se il malessere è dato proprio dal lavoro, è pensare a quando non siete sul posto di lavoro: come state? Siete felici? E dopo un periodo di assenza, per malattia o ferie, ne sentite la mancanza?
2. Desiderio di cambiare l’attività lavorativa.
Subito dopo l’insofferenza arriva il desiderio di cambiare lavoro. Potete riconoscerlo perché vi ritrovate più volte a sognare ad occhi aperti, ad immaginare la vostra vita futura in un altro contesto lavorativo. Quelli che inizialmente sono semplici sogni, prendono via via consistenza sino a diventare desideri e poi, nei casi più fortunati, progetti. Le occhiate innocenti agli annunci di lavoro si fanno più frequenti.
3. Alto livello di pettegolezzo.
Il pettegolezzo serve a sfogarsi, a volte è visto come l’unico modo di reagire e sentirsi meno impotenti. Per quel che ne so, un certo livello di pettegolezzo nei confronti del proprio datore di lavoro è comprensibile, ma diventa sintomo di un problema quando interferisce sull’attività lavorativa o nel rapporto tra i colleghi. Se sentite un irrefrenabile impulso nei confronti di questo genere di scambio di opinioni, potete iniziare a mettere in dubbio o la vostra integrità morale oppure il lavoro che svolgete.
4. Covare risentimento verso l’organizzazione.
Il pettegolezzo è spesso legato al risentimento. Se sopportate malvolentieri le persone che lavorano al vostro fianco, o quelle che vi coordinano, o i vostri clienti/pazienti/utenti, come possiamo pensare che questo sia il lavoro che fa per voi? Nessuno di noi gradisce trascorrere circa otto ore quotidiane con persone che non stima. In alcuni casi il risentimento si manifesta con aggressività non giustificata, scatti di rabbia che non hanno un reale motivo di esistere, se non il fatto che siete saturi.
5. Disturbi psicosomatici.
Siamo formati da un unico organismo. Corpo… Mente… Alcuni ci mettono anche l’anima… Quel che è certo è che ogni aspetto influisce sugli altri molto più di quello che pensiamo. Se le vostre difese immunitarie ultimamente sono calate ci sono certamente mille motivi, ma considerate anche che forse il lavoro vi sta stressando più di quanto dovrebbe. Per alcuni è lo stomaco, per altri la testa, per altri ancora un esteso senso di fiacchezza: non è che il corpo vi sta dicendo qualcosa?
6. Sentimento di irrilevanza.
Massì, tanto… Vi trovate spesso a pronunciare questa frase? Il fatto è che il lavoro che state svolgendo è molto importante per qualcuno, ma se lo è solo per il vostro datore di lavoro è un problema. O questo mestiere non fa per voi, o voi non fate per lui. Ciò capita spesso a chi lavora per accrescere un profitto altrui: se non si trovano forti motivazioni interne nella propria crescita professionale, l’entusiasmo è destinato a sfiorire.
Peggio ancora se vi sentite inutili oppure se non vi riconoscete negli ideali o nel modo di agire dell’organizzazione di cui fate parte. È l’anticamera del cambiamento. A voi scegliere se ponderato e graduale oppure improvviso e dato dal non ce la faccio più.
7. Lentezza nella performance.
Se avete perso lo smalto di un tempo, oppure se lo smalto non lo avete mai avuto, potrebbe essere che avete abbracciato un principio new age del tipo “vivi con lentezza”, con somma gioia del datore di lavoro e dei colleghi che dovranno loro malgrado abbracciare il principio del “fai velocemente ciò che non ha fatto il tuo collega new age”. Oppure potrebbe essere che siete meno motivati. Attenzione a questo indicatore.
8. Confusione organizzativa.
Dimenticate gli impegni? Commettete molti errori? Vi sentite confusi e spesso non sapete da che parte cominciare? Sbagliare è umano, e su questo non ci piove, il vostro lavoro sarà seriamente incasinato, e qui ci sto, ma, santo cielo, valutate l’idea che forse cambiando lavoro fareste di meglio. Con cara pace del senso di colpa e una bella iniezione di autostima.
9. Venire meno alla propositività.
Uno degli istinti di base dell’uomo, da quando è sceso dagli alberi (e ora non venite a dirmi che siete di quelli che l’uomo non deriva dalle scimmie), è quello di creare. Creare utensili, creare relazioni, creare case, creare figli, creare idee. Se di fronte ad un problema il vostro istinto di creare una soluzione è sfiorito, se non create proposte, idee, se non introducete novità, probabilmente state lavorando in maniera scialba. Probabilmente il mestiere che state svolgendo non permette al vostro istinto creativo di emergere.
10. Aderenza formale alle regole.
E detto tutto questo, aderite ancora alle regole?! Il motivo è molto semplice, o in quelle regole ci credete, ma lo escludiamo perché questo punto parla di aderenza formale, oppure avete perso la speranza di cambiare le cose. Cercate di mantenere una facciata di adesione, perché tanto non serve a niente… Anche in questo caso, e per l’ennesima volta, non è arrivato il momento di cambiare lavoro?
E ancora, ecco altri 10 concretissimi motivi, tratti da Diario di Bordo. È il caso di cambiare lavoro se:
1. Sentite di non avere più niente da imparare.
2. Ritenete di essere sottopagati rispetto all’impegno profuso.
3. Comprendete di avere bisogno di nuovi stimoli.
4. Credete che potreste dare molto di più di quello che state dando.
5. Ritenete che potreste lavorare di meno, guadagnare di più e vivere meglio.
6. Desiderate lavorare in modo più organizzato e preciso.
7. Ambite ad entrare a far parte di un nuovo settore.
8. Ritenete che potreste impiegare le vostre energie e le vostre capacità in modo migliore.
9. Ambite a ricoprire incarichi di maggiore responsabilità.
10. Sentite di dovervi dirgere verso una nuova direzione e desiderate fare nuove esperienze.
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