ottobre 20th, 2010 § § permalink
Questo articolo è il proseguimento di “Collaborare o non collaborare: una questione strategica” e fa parte di un breve percorso nel quale l’autore tenta di dare una risposta psico-filosofica alla seguente domanda:
“è possibile arrivare ai piani alti senza dover incorrere nella corruzione e senza avere alcun legame – anche indiretto – con la malavita?”

Foto | I’m not cooperating and you can’t make me!
Alcune teorie, quali la Teoria dei giochi, o l’imperativo categorico kantiano tentano di mettere ordine. Il Dilemma del Prigioniero prevede di scegliere la migliore opzione tra quelle presentate: due criminali vengono catturati ma non ci sono prove a loro carico. Vengono messi in due celle diverse e gli viene detto: se tu confessi e il tuo complice no, tu sei libero e il tuo complice si prende 7 anni; se confessa anche lui però, vi prendete 6 anni a testa; d’altra parte, se non confessi e il tuo complice confessa, lui è libero e tu ti becchi 7 anni; infine, se non confessate nessuno dei due, siccome non abbiamo prove, possiamo tenervi dentro solo per 1 anno. Si osservi la seguente tabella:
|
CONFESSA |
NON CONFESSA |
| CONFESSA |
(6,6) |
(0,7) |
| NON CONFESSA |
(7,0) |
(1,1) |
[Dlin dlon: piccolo spazio di riflessione. Prima di proseguire nella lettura, provate a trovare la "vostra" soluzione al Dilemma del Prigioniero. Qual è la strategia ottimale? Se foste nei panni di uno dei prigionieri (e posto che l'altro prigioniero non è vostro amico né parente), confessereste o non confessereste? - NdAndre]
La Teoria prevede che la strategia ottimale di questo gioco non cooperativo sia la confessione, perché chi confessa ha un range di condanne da 0 a 6 anni, mentre chi non confessa da 1 a 7, la condanna media è superiore nel secondo caso rispetto al primo.
Che tipo di società prospetterebbe questa strategia? L’azione del confessare, in questo esempio, è strettamente funzionale a minimizzare la pena per ogni singolo giocatore, sperando che l’altro non faccia altrettanto. Se però l’altro adotta la stessa strategia, rischieremmo comunque meno che evitando di far condannare l’altro confessando.
Il rischio però è alto. In questi giochi si suppone che non vi sia collaborazione e che nessuno dei due giocatori conosca la scelta dell’altro. Infatti, se uno dei due prigionieri avesse la possibilità di conoscere la scelta dell’altro prima di fare la propria, e se chi ha fatto la scelta per primo fosse a conoscenza di questa regola, sceglierebbero entrambi la strategia che minimizza la pena per entrambi i giocatori?
Ma, a questo punto, si passerebbe al Gioco dell’Ultimatum, un gioco cooperativo.
Brevemente, il gioco funziona così. Vi sono due giocatori e una certa quantità (di danaro, di cibo, di quello che si vuole) da dividere. Il primo giocatore sceglie come suddividere (per esempio, 50 e 50) e il secondo sceglie se gli sta bene la divisione o no. Se gli sta bene si procede alla divisione altrimenti nessuno prende niente.
Molti ritengono che questo gioco sia un ottimo simulatore delle interazioni all’interno di una società umana e un indicatore dell’avversione della gente per le ingiustizie. Infatti, un’azione ingiusta del primo giocatore, quello che deve dividere la quantità, porta ad una reazione del secondo giocatore tale per cui la strategia ingiusta si rivela poi fallimentare. D’altra parte, una divisione giusta potrebbe essere non accettata dal secondo giocatore che volesse far valere qualche sorta di ricatto, essendo lui, in definitiva, a scegliere se concedere il premio a entrambi; ma un’azione del genere sarebbe dannosa in parti uguali, e quindi la leva ricattatoria decadrebbe.
Una cosa importante da notare è questa: la differenza dell’atteggiamento dei giocatori, a seconda che conoscano la mossa dell’avversario o non la conoscano.
Nel secondo caso infatti, aumenta il livello di diffidenza: è il caso dei giochi definiti appunto non collaborativi, in quanto il giocatore non sa quale decisione prenderà l’avversario. Per questo motivo ha la tendenza a pensare in maniera completamente egoistica. Questo significa che non terrà in alcun conto gli interessi e le esigenze dell’altro ma tenderà a massimizzare i propri guadagni (pay off). Ne segue che i suoi desideri saranno sempre in contrasto con quelli dell’altro, anche se, obiettivamente, nel Dilemma del prigioniero, se nessuno dei due confessasse se la caverebbero con poco entrambi.
Si noti ora la differenza rispetto ad una decisione in chiaro come quella del Gioco dell’ultimatum: il secondo giocatore è a conoscenza della scelta del primo giocatore e su quella base deve decidere. Un modo sicuro per il primo giocatore, poiché si suppone che entrambi preferiscano ricevere qualcosa piuttosto che niente, è quello di dividere a metà la quantità in palio (mettiamo di denaro), strategia che lo metterebbe al riparo da ritorsioni, ma forse anche una suddivisione 60-40 potrebbe essere accettata, seppur con il malcontento. In sostanza la strategia ottimale è la divisione a metà, quella che non solleva risentimenti nel secondo giocatore, che deve decidere se accettare per entrambi, o meno. Perché dico che sarebbe accettabile e funzionerebbe meno una formula di ricatto del tipo: se dividi 50 e 50 io, secondo giocatore, non accetto, perché voglio importi un 40 -60?
Forse per lo stesso motivo per cui il primo giocatore non fa la scelta 60 – 40. Cioè: il Gioco dell’ultimatum è un tipico gioco in cui si può avere un guadagno per entrambi i giocatori, senza rischiare che un comportamento troppo egoistico precluda qualsiasi vincita. 50 e 50 è la divisione che mantiene le maggiori probabilità di essere accettata da entrambi, perché non contiene nessuna ingiustizia.
Si noti, per terminare la disamina veloce sulla Teoria dei giochi, che lo psicologo matematico di origine russa Anatol Rapaport ha inventato una strategia per il Dilemma del prigioniero ripetuto che si chiama Tit for tat. In sostanza, questa strategia prevede una prima mossa collaborativa (che nel caso in oggetto significa non confessare) e in seguito, a seconda della risposta dell’avversario, rispondere colpo su colpo: collaborare se l’avversario collabora e non collaborare se l’avversario fa altrettanto.
Il succo di tutto questo discorso, per tornare alla domanda iniziale, è dunque questo: esiste una strategia vincente nel caso dei giochi cooperativi come il Gioco dell’ultimatum, in cui il secondo giocatore è a conoscenza della mossa dell’avversario. La migliore strategia è dividere in modo giusto. Ed io vi vedo un parallelismo con l’operare dei politici. Il politico che opererà in modo giusto (salvo i limiti di definizione di un atto giusto), avrà sempre un punto di riferimento stabile, sul quale fare affidamento. All’uomo politico, come al primo giocatore del Gioco dell’ultimatum, spetta la prima mossa: al secondo giocatore, cioè ai cittadini, spetta la seconda, cioè accettare o meno quella scelta.
(continua mercoledì prossimo)
ottobre 15th, 2010 § § permalink

Foto | Me & Somayeh – Inside the Road
La classifica delle paure.
Mi sono occupato di Fobie per anni e, secondo vari dati, la classifica delle paure e delle fobie più diffuse è la seguente:
3) Gli Uccelli.
Al terzo posto gli UCCELLI, con i piccioni in testa.
Non vi immaginate neanche quante persone abbiano sviluppato una fobia per i piccioni…
2) Gli Aerei.
Al secondo posto, sempre qualcosa che ha a che fare con l’aria, ma questa volta siamo noi a volare: GLI AEREI.
Questo però sembra non evitare l’inquinamento da combustibile e acustico degli aerei. Si vede che non è una fobia di massa…o forse sono ancora poche le persone che volano rispetto alla popolazione generale..chissà..
1) Il Dentista.
E infine, per citare un vecchio programma televisivo, in vetta svetta lui, il terrore di tanti, IL DENTISTA.
Mia madre, madre di uno Psicologo specializzato, tra le altre cose, in disturbi dell’ansia, lascia che i denti le si sbriciolino letteralmente in bocca prima di andare dal dentista.
[Facciamo un piccolo sondaggio? Se vi va, scrivete le VOSTRE più grandi paure nei commenti e riportate il modo con cui avete scelto (o "non" scelto) di affrontarle. - NdAndre]
Ma come affrontare le proprie paure?
Il grande poeta Fernando Pessoa, diceva:
“Porto sulla mia pelle tutti i segni delle battaglie che ho evitato di combattere.”
Infatti, quello che accomuna tutte le persone che hanno sviluppato una fobia è che EVITANO di affrontare la situazione temuta, oppure lo fanno solo con l’aiuto di qualcuno che le supporti.
Questo tipo di comportamenti, non fa altro che aumentare il problema e la percezione della paura, come un fertilizzante aiuta la crescita dei pomodori nell’orto.
Se una persona vuole superare le proprie paure deve cominciare ad affrontarle, in maniera graduale, e utilizzando gli strumenti adeguati per gestire la paura.
Una volta superata, la paura si trasformerà in coraggio, facendoci sentire più forti e sicuri di noi.
Paura? Evita di evitarla!
Quindi, se hai una fobia, o hai paura di qualcosa, è proprio vuoi evitare impara a: EVITARE DI EVITARE le tue paure.
Se vuoi approfondire l’argomento delle paure e delle fobie, nel mio blog c’è un intera sezione dedicata all’argomento:
http://expsicologopervoi.blogspot.com/
ottobre 13th, 2010 § § permalink
Ho chiesto aiuto a Paolo per rispondere ad una mail che andava un po’ “oltre” le mie conoscenze. Ne è nato un piccolo percorso che vi proporremo in pillole. Ecco la prima parte.
P.S. il prossimo che mi scrive una mail dandomi del LEI non lo pubblico, lo uccido. :)

Foto | Team Work
La mail:
Michele ci scrive:
Salve, mi chiamo michele, recentemente l’ho aggiunta su facebook ed ho letto molti argomenti sul suo blog, anzi le dirò che ho trovato il suo blog cercando su google: L’uomo è egoista, un pensiero che mi è venuto in mente pensando ai casi della vita quotidiana e che ha trovato conferma in quello che lei ha scritto, ho letto i pezzi del Profeta Incerto e di come ironicamente lascia i suoi lettori riflettere. [...]
Sono ancora uno studente, una matricola che si presta ad affrontare il primo anno di università – ingegneria aerospaziale – e che pensando al futuro e a quello che ho intenzione di fare, mi è venuto un dubbio: è possibile arrivare ai piani alti senza dover incorrere nella corruzione e senza avere alcun legame – anche indiretto – con la malavita?
Forse sembrerà strana questa domanda, ma per me che vengo da Napoli è uno scenario quasi inevitabile, basta vedere le condizioni della città . . . E se invece mi riferisco ad un contesto più ampio di una semplice provincia, prendo in considerazione l’Italia, il presidente del consiglio e il resto dei politici e la situazione non cambia più di tanto. Probabilmente la situazione negli altri paesi è migliore ma vista la mia poca conoscenza in questo campo non so fino a che punto.
Quindi le chiedo se, anche se solo filosoficamente, lei è in grado di dare una risposta a questo mio quesito e gradirei che la risposta sia integrata in un nuovo articolo, se vuole può citarmi liberamente senza omissioni e/o ricopiando questa e-mail.
Cordiali Saluti
Michele :-)
La risposta: collaborare o non collaborare?
Il caro amico Andrea di Pillole di Psicologia, chiede il mio parere su una mail che gli è arrivata da parte di un suo giovane lettore. Il succo di questa lettera è racchiuso in una domanda, che suona così:
“è possibile arrivare ai piani alti senza dover incorrere nella corruzione e senza avere alcun legame – anche indiretto – con la malavita?”
Il quesito sembra implicare due diverse tipologie di risposte, una inerente la migliore strategia per risolvere un problema specifico, in questo caso fare carriera, l’altro, implicito nella domanda stessa, se dal punto di vista etologico sia possibile praticare un comportamento onesto, in una società di umani.
Un problema di strategie.
Se uno ascolta [con orecchio critico - NdAndre] i discorsi degli uomini politici, o dei presidenti di associazioni oppure ancora di amministratori delegati, noterà, con sua somma sorpresa, che presentano un elemento unitario, sempre presente: in tutti quanti viene elogiata l’onestà, la rettitudine e il comportamento leale.
Questa enfasi retorica sui buoni sentimenti e buoni comportamenti è talmente scontata e invischiata con i reali intenti da trasmettere, da rendere inutilizzabili questi messaggi, se non come materiale di studio per psicologi.
Perché accade questo? Perché la maggior parte degli oratori indulge in questa pratica?
Una risposta possibile è che il pubblico gradisca questi concetti: onestà, rettitudine e lealtà, insieme a tanti altri a questi correlati, sono un balsamo alle orecchie trepidanti dell’ascoltatore. Ma allora sorge un’altra domanda: perché il pubblico le gradisce?
Il bisogno di fidarsi degli altri.
Per non allungare la manfrina metto subito le carte in tavola: queste qualità elencate con tanta disinvoltura da chi parla da un palco piacciono alla gente perché nessuno si fiderebbe di una persona losca o infida. In ogni momento della nostra giornata noi dobbiamo fidarci degli altri perché la nostra vita possa scorrere tranquilla. Da quando inzuppiamo il pane nel caffellatte a quando prendiamo l’autobus o il treno, da quando portiamo i nostri figli a scuola a quando ci affidiamo ad un medico, da quando portiamo i nostri soldi in banca a quando chiediamo un consulto a un avvocato.
La fiducia è un sentimento essenziale perché una società possa reggersi in piedi. L’assenza di fiducia deve essere compensata dall’autoritarismo. Questo, se ci riflettiamo bene, è in parte (e in maniera più edulcorata) quello che succede anche nelle nostre democrazie: la fiducia non viene riposta senza tutele, e la garanzia del rispetto degli obblighi e quindi la corresponsione “obbligata” della fiducia riposta è regolata dalla Legge.
La Legge impone una sanzione al violatore della fiducia “obbligata”. Senza addentrarci in discussioni ampie, osservo che non tutte le interazioni tra umani sono regolate, né possono esserlo, dalla sola Legge. È questo il motivo per il quale si sono sviluppate morale ed etica.
L’onestà, dunque, è una componente fondamentale della nostra società?
Dunque possiamo tentare una prima risposta alla domanda.
Se quello che vuole la gente è onestà, e quello che gli oratori gli danno (a parole) è pure l’onestà, questo significa che questa caratteristica è sentita come fondamentale e auspicata.
Ne segue che l’opposto di onestà è una caratteristica indesiderata? A parole, tutti fanno mostra di non volerla, sia la gente che quelli che parlano dal pulpito.
Ma, è proprio vero che una società disonesta è più instabile e indesiderabile di una onesta?
Continua: La Teoria dei Giochi: il dilemma del prigioniero, il gioco dell’ultimatum.
settembre 27th, 2010 § § permalink
Questo articolo è di Anna Patrizia Guarino.

Foto | a way to a healthy life
A cosa servono le emozioni?
Bella domanda eh?
So che la replica è tutt’altro che semplice, ma dovete sapere che già nella metà del 1800 un signore molto arguto, con una lunga barba bianca, aveva dato una delle più belle risposte a questa domanda.
Pensate che, nonostante siano passati più di 150 anni e centinaia di altre teorie, studi sul cervello, sul comportamento umano, sui modelli di cognizione ecc… effettuati da centinaia di scienziati, alla fine la maggior parte di questi cervelloni ha dovuto convenire sul fatto che aveva ragione lui… Charles Darwin.
Darwin sosteneva che le emozioni sono utili soprattutto per due motivi:
- servono a comunicare agli altri i nostri bisogni.
- servono a dirigere il nostro comportamento per tutelarci, proteggerci, ecc..
Pensate ad esempio alla paura, un’emozione primaria, che quando viene provata da una persona, consente di aumentare l’attenzione, di concentrarsi meglio sulla situazione e di provocare la fuga, se le cose si mettono male.
Quindi le emozioni ci servono.
Ma allora perché le emozioni non vengono “ben viste”?
Beh, questa domanda è più semplice e posso rispondere anche io [a proposito, mi presento, sono Anna Patrizia Guarino (Patrizia) e studio psicologia sociale].
Per molti anni gli studiosi di questa materia hanno considerato le emozioni come un “problema”, dal momento che spesso si associano a situazioni negative se non proprio drammatiche (ad es. scoppiare a piangere davanti a tutti, diventare rossi, ma anche violenze, rabbia incontrollata ecc…)
Tuttavia oggi si sa che il problema non sono le emozioni.
Prese in senso assoluto, esse non sono né buone né cattive.
Il problema è il meccanismo di controllo.
Infatti, persino la rabbia può essere utile alla nostra vita. Immaginiamo un amico che si comporta male con noi. La frustrazione che proviamo può sfociare in rabbia (o in pianto), ma se riusciamo a controllarla comunicheremo a lui che non ha fatto un bel gesto e probabilmente lui non lo farà più perché capirà davvero di averci feriti. Questo avverrà perché il nostro viso, la nostra voce e altre caratteristiche fisiche gli daranno segnali inequivocabili, anche se non diremo una sola parola.
Ma se invece di controllare la rabbia lo prendiamo a sberle, il problema non sarà la rabbia, ma il fatto che il nostro meccanismo di controllo non ha funzionato proprio benissimo.
Il nostro controllo sulle emozioni deve prendere in considerazione molte componenti.
Intanto le conseguenze del nostro comportamento emotivo. Se alziamo la voce o se diamo una sberla ci sarà una bella differenza e noi dobbiamo essere in grado di prevederla.
Inoltre, per controllare un’emozione, dobbiamo riconoscerla, proprio mentre si sta manifestando.
L’intelligenza emotiva.

Foto | Gym_0321
La competenza nelle emozioni, cioè la capacità di riconoscere e controllare al meglio le emozioni si chiama INTELLIGENZA EMOTIVA.
Molti psicologi, infatti, si sono messi d’accordo sul fatto che non esiste una sola intelligenza, ma diverse, a seconda del contesto in cui si manifestano. Esiste quindi l’intelligenza musicale, matematica, spaziale (io quest’ultima non devo avercela affatto perché mi perdo peggio di Pollicino), ecc..
Ed esiste anche l’intelligenza emotiva che, come tutte le intelligenze, va ALLENATA sin da piccoli.
Si capisce quindi, che cercare di evitare durante la crescita frustrazioni come quella di essere sgridato se si commette un errore, non è sempre un bene.
Tutti dobbiamo provare la rabbia che deriva dalle negazioni, saper posticipare una ricompensa o esperienze simili.
Insomma tutti dobbiamo aver a che fare con le emozioni.
Ma dobbiamo farlo con un bravo “allenatore”.
La palestra delle emozioni.
Durante l’infanzia e l’adolescenza siamo in una vera e propria “palestra delle emozioni” e un genitore dovrebbe aiutare il figlio a saperle gestire, consigliarlo su come concentrarsi per non esserne travolto, invece di evitare accuratamente di fargliele provare o lasciare che se la sbrighi da solo quando è in difficoltà.
Più l’allenatore sarà bravo, più il bambino avrà possibilità di sviluppare la sua intelligenza emotiva.
Per questo motivo non si può pensare di demandare il ruolo di allenatore alla società, perché la società è già “la gara in cui il bambino deve misurarsi”.
In realtà, la palestra rimane aperta anche dopo l’adolescenza; anche da adulti e da anziani si fa “allenamento”.
E le emozioni ci aiutano ad essere capiti ed avere comportamenti coerenti con i nostri bisogni, ma anche a capire gli altri.
Questo significa prevedere le loro azioni.
Gli psicologi la chiamano EMPATIA.
Sembra che noi siamo addirittura “progettati” per farlo (vedi i neuroni specchio), per comprendere le espressioni facciali, le variazioni del timbro vocale o le posture, dove guardano gli occhi, ecc..a patto di aver già provato quelle stesse sensazioni.
Chi riesce a sviluppare questa caratteristica, è sicuramente più agevolato degli altri nelle relazioni sociali.
Ma, come per ogni traguardo che si rispetti, occorre sudare un po’!
Anna Patrizia Guarino
settembre 6th, 2010 § § permalink

Foto | Flickr
Siamo caduti nella rete.
Il vecchio slogan “Che mondo sarebbe senza Nutella” andrebbe oggi aggiornato: “Che mondo sarebbe senza Facebook?”. Come un abuso di Nutella può causare gravi disordini alimentari, così i social network senza contegno possono causarne di psicologici.
Che oggi ci siano due tipi di realtà è evidente: una reale, naturale, ed una virtuale, artificiale. Tra di esse, ovviamente, ci sono delle sostanziali differenze. Se pensiamo che nell’era del consumismo anche la rete è diventata un bene da consumare per gli utenti e un business per i “produttori”, si comincia a inquadrare la situazione.
Molti articoli, tra cronaca e psicologia, denunciano il fatto che i social network, su tutti Facebook, comportano per molte persone il dispendio di gran parte del tempo della giornata a discapito di impegni ben più urgenti (o comunque arricchenti): lettura, socializzazione vis a vis, educazione dei figli e chi più ne ha più ne metta. Il vivere la rete può diventare un ossessione sino a sfociare in patologie riconosciute dalla psicologia ufficiale (dipendenze,disturbi compulsivi etc… per esempio). Possiamo ben dire che si “cade nella rete”.
Perché a volte si preferisce Facebook ad una chiacchierata?
Facebook (che cerca di fare il suo mestiere: accumulare tonnellate di utenti) causa lo svuotamento delle relazioni interpersonali portandole ad una sempre maggiore “virtualizzazione”. Svuotamento che si riflette anche sul piano intimo e personale. Che differenza c’è, secondo voi, tra conoscere una persona tramite siti web o incontrarla per strada?
Che forse il conoscere in modo facile molte persone ed allo stesso tempo parlare contemporaneamente con più persone porti ad una superficialità anzichè ad un approfondimento? Non si può negare che una differenza concreta nel parlare con una pesona ‘live’ sia di darle tutta l’attenzione rivolgendole tutti i canali comunicativi che madre natura ci ha dato (beh, non a caso abbiamo 5 sensi).
Provo a dare un’idea. Molti avranno visto il film Avatar… proprio questo è il senso della rete, avere un personaggio tramite cui si parla e, come nel caso di Facebook, avere uno schermo davanti agli occhi che renda più “sicuri”, più “protetti” e faciliti la conoscenza (se così possiamo davvero chiamarla). Che ci si stia abituando a una non relazione diretta con gli altri e che per lo più il ‘conoscere e comunicare’ sia diventato un passatempo per non annoiarsi (creando oltretutto molte aspettative disattese)?
Ognuno usa la rete e i social network come ritiene più opportuno, non mi permetto di valutare nè giudicarne l’utilizzo, ma spesso non ci si rende conto delle reali motivazioni che ne portano all’uso, e delle loro conseguenze inevitabili. Come mai una persona che lavora, chi ha figli, una famiglia, una casa a cui badare e tanti impegni riesce a trascorrere molte ore al giorno su Facebook? Oggi si ha bisogno di “un aiutino” per conoscere persone per mancanza di tempo o è diventato una ‘moda’ tanto per? E mi chiedo… ma allora un tempo come si faceva a conoscere persone? Mmm leggo spesso di articoli riguardanti le ‘chat’ virtuali e alcune conseguenze quali licenziamenti, cali di produttività del personale, tradimenti coniugali etc… Tutto è facile ma… si è consapevoli di quale gioco si sta giocando?
Che un rapporto via chat sia più superficiale (senza contatto visivo ed emotivo, “distante” in doppio senso) non credo sia possibile negarlo o si dovrebbe negare che la natura umana dell’interazione, come Dio o chi per esso l’ha creata, sia sempre stata vis a vis, se non nell’ultimo decennio.
Dove andremo a parare?
Questo sistema relazionale sta portando a diventare più superficiali, consumisti anche nelle amicizie: si passa più tempo a parlare e giocare su internet che a leggere un libro o a parlare con un amico/a. Visto che il mezzo è parte integrante del comunicare e che, non poche volte, il mezzo condiziona la relazione… a cosa porterà questo modo di comunicare facile, semplice, economico e multi-persona-contemporaneamente? E poi, per dirsi cosa? Quali sono i REALI bisogni in gioco? Perché si ha la necessità di stare in rete?
È vero che abbiamo possibilità di comunicare con chiunque al mondo in qualsiasi momento, ma, come disse Corrado Guzzanti interpretando “Quelo” : “Oggi la tecnologia mi permette di comunicare persino con un aborigeno!!! Ma la domanda è, Aborigeno, io e te, che cavolo (il termine originale era più esplicito) ci dobbiamo dire??”.
Secondo me questa frase ironico-realistica racchiude il senso che oggi non si comunica più, ma si chiacchiera per passare tempo, perlopiù su argomenti sterili e ben lontani da un interessante scambio culturale utile a crescere e migliorarsi… Non sto demonizzando il mezzo poichè non è il mezzo che fa la comunicazione delle persone nè è responsabile di nulla. Un coltello si può usare perchè si fa il macellaio… o come assassino alla Kill Bill. Dipende dallo scopo per cui si usa lo strumento!
Ai facebookkiani incalliti (e non) cedo volentieri la parola. ;)
agosto 26th, 2010 § § permalink

Foto | Flickr
Mi è stato chiesto di scrivere un articolo per questo blog. Una bella soddisfazione, visto che non mi è mai capitato di poter rendere pubblica qualche mia riflessione. Dopo aver tentato di valutare se mi sentivo all’altezza del compito, ho deciso di provare: non nego che l’idea di poter avere uno spazio in cui confrontarmi con eventuali lettori da cui avere un riscontro mi ha allettato non poco.
Per cui, per prima cosa, ringrazio moltissimo per la possibilità che mi è stata offerta [Figurati, Silvia, il piacere è stato tutto mio! - NdR]. Forse sembrerà sciocco, ma di questi tempi avere l’occasione di comunicare ed essere ascoltati è un bene prezioso. Vorrei parlare dell’identità…
Dove hanno messo il libretto di istruzioni?
L’identità può essere definita come il modo di percepire se stessi. Più facile a dirsi che a farsi: se ai tempi di mia nonna l’identità era ben scandita e radicata, oggi ha confini labili e contorni diffusi.
In questo periodo si parla tanto del problema dei giovani, di quanto siano insoddisfatti, alienati, senza idee chiare né progetti. Stento fortemente a credere che siamo una generazione di rammolliti senza la minima aspettativa circa il futuro solo perché “ci è stato dato tutto”. E non credo, come i luoghi comuni di vecchio stampo ritengono, che la causa del problema sia stato l’accomodarsi su tutti questi agi. Reputo, invece, che le innumerevoli prospettive che ci circondano ci abbiano letteralmente sovrastati. E questo perché nessuno ci ha mai fornito i mezzi e gli strumenti per capirle a fondo e poter scegliere.
Non per negligenza, sia chiaro, quanto più che altro per impreparazione! Il modello educativo che ci è stato insegnato è valso per molte generazioni, è vero, ma non per la nostra. Una volta usciti di casa, trovandoci a contatto con la realtà vera, abbiamo scoperto come questa sia completamente diversa da quella che ci era stata descritta, e che le tecniche che ci sono state insegnate per fronteggiarla appaiono assai limitate e inappropriate.
Piuttosto, quindi, se mi guardo intorno, mi sembra di vedere identità disperse e disorientate che arrancano nel vuoto, nel tentativo di definire e affermare se stesse.
Chi pensiamo di essere, chi vorremmo essere e chi ci chiedono di essere.
In altre parole, se all’epoca di mia nonna la vita somigliava ad un ruscello dalla traiettoria ben definita, ora siamo nel mezzo dell’oceano, trasportati da mille correnti contrastanti; frammentati tra chi pensiamo di essere, chi vorremmo essere e chi ci chiedono di essere. Insomma, sappiamo tutto fuorché chi siamo davvero, e la cosa è terribilmente destabilizzante!
Un tatuaggio per intrappolare un frammento di identità.
Il mio spunto di riflessione viene dal tatuaggio. Per molti è una questione che si può velocemente risolvere (e accantonare) con il fenomeno “moda”. Ma come ho scritto nella premessa, al giorno d’oggi, nel marasma della società in cui ci troviamo, comunicare e ricevere attenzione è un lusso non di poco conto.
Vedo nel tatuaggio (come nel blog, in una foto ecc.) il tentativo di imprigionare un qualcosa di noi stessi e, grazie all’impatto visivo, comunicarlo agli altri. È un po’ come intrappolare per sempre un frammento di identità, per poterlo finalmente mettere in tasca. È un po’ come appiccicare un’etichetta su un mazzo di fascicoli confusionari per poterli riporre finalmente su uno scaffale e poter dire “Anche questa è fatta!”.
Non si può rinchiudere un tornado in una scatola.
Tuttavia, credo che sia impossibile rinchiudere a tutti i costi un tornado in una scatola. Le possibilità sono infinite, e altrettante sono le facce della nostra identità, è inutile ridurci ad un modello prestampato.
Se all’epoca di mia nonna l’identità era unica, solida e durevole, oggi non può che essere multipla, fluida e temporanea. Non c’è da sentirsi in colpa se un giorno si è una cosa e il giorno dopo un’altra, oggi la nostra identità non è altro che la nostra costante mutevolezza… oggi non ci sono margini: si nuota in mare aperto!
giugno 21st, 2010 § § permalink

Questo articolo è stato scritto da Alessandro Pollutri.
Che ad oggi, era della comunicazione e della condivisione, ci siano più coppie che si spaccano rispetto agli amori eterni è cosa risaputa.
La società ha rovinato il matrimonio?
Io credo che due persone per vivere un buon rapporto di coppia debbano avere alla base una visione mentale del proprio futuro come “coppia” e quindi un simil modo di vedere la vita futura insieme. Se nella civiltà odierna il matrimonio è ancora considerato un fatto non solo “naturale” ma “obbligatorio” un primo motivo di rottura potrebbe essere il fatto che molti arrivano al grande passo< con ancora molti schemi mentali da “single”.
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aprile 16th, 2010 § § permalink

Questo articolo è una risposta a La ruota del cambiamento.
La cosa più difficile dello smettere di fumare non è il proposito ma resistere quelle tre o quattro settimane dopo aver attuato l’idea, e dopo i primi tempi in cui la baldanza del tuo intento agisce come euforizzante, in cui l’assenza di nicotina cerca di de-strutturarti.
In realtà, finchè ho fumato, non ho mai pensato di avere un problema, un po’ perché facevo sport e immaginavo che questo proteggesse dagli effetti del fumo (e forse operava anche la convinzione di essere personalmente immune ai pericoli: a me non succederà) e un po’ perché fumavo modicamente (cioè 10-12 sigarette al giorno).
Questo fino a quando non si è manifestato qualche sintomo, cose lievi senza grande importanza. Dopo questa serie di sintomi è capitato un fatto. L’unione di questi due eventi ha promosso il proposito. Da questo proposito è seguita l’attuazione e, come detto, cosa più difficile di tutte, il mantenimento, con piccola ricaduta e definitiva riuscita.
I lievi sintomi erano un aumento delle pulsazioni a riposo. In campo medico si chiama tachicardia, e può essere sia un sintomo aspecifico di stati febbrili, shock, emozioni intense, abuso di caffeina, sforzi eccessivi, intossicazioni voluttuarie (tra cui il fumo), riflessi gastro-cardiaci, sia un sintomo di patologie più gravi come fibrillazione atriale, scompenso cardiaco, ischemia del miocardio e così via.
Ora, molto probabilmente questo lieve aumento dei battiti cardiaci non era da ascrivere interamente al fumo e forse nemmeno parzialmente, bensì a uno stato di sovrallenamento, condizione cui è facile che cada il praticante sport di potenza giovane e baldanzoso. Insomma una banale conseguenza di quello che in gergo si chiama sovrallenamento (overtraining) e che ha tra i suoi sintomi appunto una leggera tachicardia.
Il secondo evento è stato una malattia da raffreddamento, occasione quasi sempre da me associata all’interruzione del fumo, perché in quelle circostanze ti accorgi di come il fumo abbia un sapore schifoso e ti viene da chiederti: ma chi me lo fa fare di mettermi in bocca questo schifo di sapore? È la nicotina, come vedremo.
Allora, ricapitolando, contemplazione (tachicardia), occasione (malattia raffreddamento), decisione: smetto di fumare.
Attuazione: durante il periodo di malattia è facile, non senti il bisogno di fumare, hai altri problemi. Quando ti ristabilisci ricominci a fumare: anche in quel caso il fumo fa schifo, e lo sapevo da esperienze precedenti. Solo che quella volta alla guarigione decido di non ricominciare. Comincia a farsi sentire il desiderio di fumo. I primi giorni resisti decentemente, alimentato dal proposito. È un bene, perché più tempo passi senza fumare più il ricominciare sarà sgradevole.
La nicotina.
La nicotina è una delle tre sostanze psicoattive (insieme a caffeina e alcol) più usate. È un alcaloide vegetale (cioè una sostanza azotata con caratteristiche basiche, come caffeina, teofillina, teobromina, morfina, tropina, stricnina e così via) con elevata capacità di assorbimento nei tessuti organici, come polmone, mucosa orale, cute, tratto gastrointestinale [1]. Si distribuisce in tutto l’organismo e passa sia la barriera emato-encefalica che quella placentare, ritrovandosi in tutti i liquidi compreso il latte materno. L’emivita è di circa due ore. Ha effetti sia a livello centrale che periferico, mediato dai recettori acetilcolinici nicotinici.
È un agonista specifico dei recettori dell’aceticolina, definiti appunto nicotinici, e agisce sul sistema nervoso centrale aumentando sia l’attività psicomotoria che quella sensomotoria, ha un’azione positiva sulla memoria e sulla funzione cognitiva inoltre aumenta anche la frequenza cardiaca, stimola l’ormone antidiuretico (ADH), agisce riducendo l’attività delle fibre muscolari afferenti causando una riduzione del tono muscolare e ha anche un effetto sulla riduzione dell’appetito, sull’aumento contrattilità cardiaca e su quello della pressione
sanguigna.
L’attività di rinforzo della nicotina è probabilmente mediata dai neuroni dopaminergici del mesencefalo [2]. Soprattutto i recettori acetilcolinici della substantia nigra e dell’area tegmentale mediale, sede di importanti neuroni dopaminergici. Inoltre, le proiezioni dell’area tegmentale mediale al nucleo accumbens rappresentano il fattore di rinforzo del piacere legato alla liberazione di dopamina [3].
La nicotina è dunque in grado di indurre una dipendenza sia fisiologica che psicologica legata appunto ai meccanismi di induzione del piacere, e gli effetti dell’astensione dal fumo comprendono: desiderio di nicotina, ansia, irritabilità, irrequietezza, riduzione della concentrazione, insonnia e aumento dell’appetito.
E sono appunto tutti gli effetti che ho sperimentato personalmente, insieme a quello più potente di tutti: una sensazione pressante di urgenza, un desiderio di compiere qualcosa di incompiuto, che era lì a portata di mano, così semplice e facile da raggiungere. Quello che si prova è una riduzione del senso del sé, appunto un considerarsi incompiuti, è come se mancasse l’aria: la nicotina induce una nuova normalità all’interno del cervello legata alla sua concentrazione e al suo ruolo di attivatore dei neuroni dopaminergici coinvolti nel circuito del piacere. L’assenza della normalità è interpretato a livello fisiologico come una inefficienza recettoriale, al quale l’organismo rimedia aumentando i recettori o attivando il sistema anti-stress legato a adrenalina e noradrenalina. Infatti si è dimostrato che la clonidina (agonista selettivo dei recettori alfa2 adrenergici) è in grado, attraverso la riduzione della produzione catecolaminica, di diminuire sia l’ansia che la depressione in chi smette di fumare [4].
La storia giunge al suo epilogo. Dopo una breve ripresa (due o tre sigarette al giorno) fortunatamente associata alla reale esperienza del fumo, che è perfettamente sgradevole (nausea, tosse, bruciore) ho smesso definitivamente. È ritornata la normalità di chi non fuma e sono spariti i sintomi dell’astinenza.
[1] M.E. Jarvik, N.G. Schneider, Nicotine. In J.H. Lowinson, P. Ruiz, R.B. Millman, J.G. Langrod, (a cura di): Substance Abuse: a comprehensive textbook, 2nd ed. (Baltimore 1992) p. 339-340. In R.M. Julien, Droghe e Farmaci Psicoattivi, Zanichelli 1997.
[2] E.D. Levin, Nicotine systems and cognitive functions, Psychopharmacology 108, 1992, p. 417-431.
[3] J.H. Lowinson et al. Op. cit.
[4] P.K. Gessner, Substance abuse teatment. In C.M. Smith, A.M. Reynard, (a cura di) Textbook of Pharmacology, (Philadelphia 1992).
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