Perché fare l’Educatore Professionale? I “Contro”.

giugno 17th, 2010 § 21 comments § permalink

Educatore Professionale Mostruoso

E dopo “i pro”, come promesso ecco i contro! Ovvero perché NON fare l’Educatore Professionale… :)

Stipendio da fame.

Già. Se speravate di avere un riscontro economico degli studi che avete faticosamente compiuto e della fatica psicologica che vi costa lavorare a stretto contatto con tante persone, avete sbagliato strada. Con una media di 1000 euro al mese non ci si può lamentare, ma saremo costretti a rinunciare a molti piccoli sfizi, che con l’aumentare degli anni peseranno sempre di più.

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Perché fare l’Educatore Professionale? I “Pro”.

giugno 14th, 2010 § 7 comments § permalink

Educatore Professionale

Molti si accingono a studiare scienze dell’educazione o psicologia con la voglia di diventare, un giorno, educatori professionali. E magari proprio in questi giorni stanno scegliendo l’università che potrebbe cambiargli la vita.

Dopo un po’ di anni in comunità, alcuni dei quali trascorsi vivendoci dentro, provo a tirare qualche somma, sperando di essere utile a chi oggi si pone questa domanda: “perché?”. Tenterò di fare un brevissimo bilancio certamente non esaustivo (che potete sentirvi liberi di integrare). Parto dai pro, e rimando i contro ad un prossimo post.

Obbliga a mettersi in gioco, a crescere.

Alcuni metterebbero questo punto tra i contro. Ma è, almeno per me, uno degli aspetti più interessanti di questo lavoro: devi costantemente monitorarti, guardarti dentro, crescere. È più importante educare gli educatori che gli educandi. Gli educandi hanno, in fondo, il diritto di essere ciò che sono, ma per l’educatore non ci sono scuse: è una continua ricerca di se stessi.

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Essere creativi in educazione: l’esperimento dell’acqua fredda e dell’acqua calda.

aprile 22nd, 2010 § 10 comments § permalink

Settimana scorsa c’è stato un pomeriggio di studio un po’ così, in comunità. Cielo grigio e pioggerellina non facilitavano il buon umore. I ragazzi si accasciavano sui libri di scuola come mosche nel moschicida. E io sono ispirato per scrivere questa introduzione irta di similitudini come un porcospino lo è di spine.

In casi come questo le possibilità sono circa due. La prima è soccombere nella noia e lasciare che la nave vada lentamente a picco portandosi negli abissi marinai e capitano, nella certezza che l’indomani sarà un giorno migliore. La seconda è provare a tirare fuori quell’idea creativa, che possa sovvertire le leggi del divertimento/noia (e magari farmi smettere di scrivere cazzate), cambiare il corso degli umori e riprendere i minuti di una giornata uggiosa con tutta un’altra ottica.

La prima possibilità (soccombere) è una possibilità di tutto rispetto, e non lo dico con sarcasmo. Perché molte volte le nostre umane energie non ci consentono di trovare “quell’idea”, magari è venerdì pomeriggio, magari avevamo già dato tutto. Non escludo mai l’ipotesi di fermarmi e dire: “Io per oggi ho dato il massimo, ora non riesco ad andare oltre l’ordinario: ci sono, ma non chiedetemi giochi pirotecnici. Ragazzi, siete in gamba abbastanza per farcela da soli”. Essendo tutti noi esseri umani (mi leggono solo esseri umani, vero?) è inutile negare che a volte scegliamo questa prima strada: l’importante è che questa “strategia di sopravvivenza” non prenda il sopravvento.

La seconda possibilità, invece, è molto più faticosa ed avvincente. A volte si fonda sulla creatività del singolo educatore/genitore/professore, altre volte sullo spirito di gruppo degli adulti (equipe educativa, genitori, team di professori). Altre volte ancora sul fattore “C” (c, per chi non lo sapesse, sta per Fondoschiena). La maggior parte delle volte si tratta di un miscuglio di queste tre cose. Ad esempio, potrebbe capitare che l’educatore riceva uno stimolo (fattore “C”), un segnale, e capisca che quello è lo strumento giusto per sovvertire: la creatività sta nel non farsi sfuggire l’occasione ma sfruttarla a proprio vantaggio.

È esattamente ciò che è successo il pomeriggio un po’ così di settimana scorsa (ok, lo ammetto, tutto quanto avete letto sopra era costruito per portarvi a dirmi che sono bravo), quando sul libro di scienze di un ragazzo abbiamo letto di un esperimento: riempire due bacinelle di acqua molto fredda, una, e molto calda, l’altra. Riempire una terza bacinella di acqua tiepida. Dopo aver immerso la mano sinistra in acqua fredda e la destra in acqua calda per circa un paio di minuti, si immergono entrambe le mani in acqua tiepida (magari chiudendo gli occhi) e… sorpresa, abbiamo la sensazione che l’acqua sia più calda per la mano sinistra e più fredda per quella destra.

Per gli amanti dei tecnicismi, le nostre percezioni si costruiscono tramite l’interazione tra l’esperienza e i sensi. Siamo quindi sensibili agli stimoli che si oppongono alle abitudini e indifferenti (o quasi) a quegli stimoli che confermano le abitudini, un po’ come dopo aver passato molto tempo al buio la luce del sole ci infastidisce. È per questo motivo che la mano che era immersa in acqua fredda percepirà l’acqua tiepida come “più calda”, e viceversa per l’altra mano.

Per chi, invece, vuole sapere come è finita la storia del pomeriggio un po’ così, i ragazzi si sono divertiti più del previsto e una cosa che poteva sembrare banale è stata per loro motivo di grosso stupore. Sono tornati allo studio contenti e a modo… ehm, minimamente adeguati, ma di buon umore. Questo ha innescato una serie di battute, e di considerazioni sull’esperimento, che hanno forse distolto dallo “studio”, ma sono state sicuramente istruttive e hanno permesso, seppur diminuendone la “quantità”, di aumentare la “qualità” dello studio.

Foto | Flickr

Vygotskij e la Zona di Sviluppo Prossimale.

marzo 22nd, 2010 § 0 comments § permalink

Germoglio

Lev Semenovic Vygotskij (1896 – 1934) è stato un brillante psicologo sovietico particolarmente impegnato nell’ambito educativo. La prematura scomparsa non gli ha impedito di lasciarci delle vere e proprie perle di saggezza educativa e psicologica, alcune delle quali ancora molto attuali. Tra queste il concetto di “zona di sviluppo prossimale”.

Tra le molte definizioni che possiamo dare di “educazione”, c’è quella per cui educare significa far sì che una persona che non sa fare una determinata cosa impari a farla, e possibilmente a farla in autonomia. Ergo, favorire l’acquisizione di abilità che ancora non si possiedono. Sono educatori quindi, oltre a genitori ed insegnanti, anche i maestri di sci, gli insegnanti di musica, i capi cantiere e i vigili urbani (devo continuare?).

Se guardiamo le cose da questo punto di vista, ci sono due possibilità: o un’abilità la si padroneggia, oppure non la si padroneggia (con tutte le dovute sfumature: “tanto”, “poco”, “abbastanza”, etc). Possiamo immaginare che la personalità in crescita di un bambino o di un giovane sia suddivisa in diverse “zone” all’interno delle quali l’educatore potrà sapientemente inserirsi nel tentativo di estrarre ciò che c’è di buono, plasmarne (per quanto possibile) alcune parti e smussare gli spigoli più acuti. Vediamole.

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L’educatore felice.

febbraio 10th, 2010 § 1 comment § permalink

Educatore Felice

Quasi chiunque, e ad ogni età, si trova a dover educare qualcun’altro. Educare deriva del termine “ex-ducere”, che significa “tirare fuori”. Per tirare fuori il bello che vediamo dentro un’altra persona ci tocca, però, prima tirare coltivare il bello che c’è in noi.

L’educatore deve essere felice.

La prima parola, educatore, va intesa nel senso ampio del termine, ossia chi, per i motivi più svariati, si trova a dover trasmettere qualcosa ad un’altra persona. Parliamo di genitori, insegnanti, animatori, educatori professionali, in una parola: adulti. L’ultima parola, felice, va intesa nel senso etimologico del termine: deriva dal latino, Felix, e vuol dire fertile, fecondo. L’accento è quindi posto sui frutti prodotti dalla persona felice, nella naturale certezza che per ogni educatore vi siano molti giovanissimi che dei frutti della felicità hanno bisogno almeno quanto il pane che mangiano. In sostanza, non si può essere felici per se stessi, ma lo si è solo gli altri.

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Where Am I?

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