marzo 7th, 2011 § § permalink
Tra il dire e il fare…
Quanti sogni… Quanti progetti si accavallano nella mente ogni giorno… Non c’è niente da fare, siamo fatti così: viviamo di desideri, di speranze, di progetti. Solo una minima parte dei nostri sogni, però, diventano realtà, e fin qui niente di male. Anzi.

Foto | Flickr
Se dovessimo concretizzare ogni idea che ci passa per la testa trascorreremmo le giornate tra un allevamento di api calabresi e un allenamento per gli europei di freccette, tra una fabbrica di nani da giardino e un corso di ipnosi subacquea. No, meglio di no. Meglio far divenire reali alcuni dei sogni che facciamo. Meglio selezionare in base alle aspettative, alla fattibilità e così via.
Chi ben comincia…
Ecco, una volta selezionato il sogno da realizzare, ahimé, ci rendiamo conto che non solo è una strada in salita, che presto la motivazione cadrà e che portare avanti un progetto non è cosa affatto facile, ma sarà un’impresa addirittura ingranare la prima! Se chi ben comincia è a metà dell’opera, spesso la parte più difficile è proprio l’inizio. Il nostro progetto, finché restava nella mente, sembrava perfetto, impeccabile. Ma non esce da lì, non riesce a trasferirsi dal mondo delle nostre idee a quello dei fatti.
Proviamo a vedere alcuni dei tanti passaggi importanti per passare dal pensiero all’azione in maniera efficace.
1. Lasciarsi sempre uno spazio di sogno in libertà
Se pretendiamo di portare a termine ogni idea, disperdiamo le nostre energie in troppe direzioni senza riuscire a “portare a casa il risultato”. Ma dal momento che non possiamo ridurre le connessioni cerebrali (a parte che con un buon uso di droghe leggere e pesanti, questione di scelte) e quindi fino all’ultimo dei nostri giorni il cervello produrrà una valanga di idee, sogni e progetti, dobbiamo diventare abili ad accogliere questa importante “produzione” con serenità. Senza sensi di colpa perché non concludiamo tutto, perché siamo dei sognatori. Sappiamo che questo ha uno scopo: selezionare. Niente di male se facciamo dieci sogni ad occhi aperti ogni settimana: abbiamo uno spazio di sogno in libertà. Se da questi dieci sogni ne estrarremo mezzo attuabile avremo fatto un ottimo lavoro. » Read the rest of this entry «
luglio 19th, 2010 § § permalink

Commentando il post “Come capire qual è il proprio obiettivo motivante” Marirose ci pone una domanda interessante:
E se non so cosa voglio? A trent’anni è grave, lo so… e ci sto davvero male… ci penso tutti i gg e mi rendo conto che vivere così non ne vale la pena…
Proviamo a dare una risposta che sia il più possibile sensata, considerando il fatto che, non conoscendo Marirose, potrei scrivere qualche sciocchezza. Non è affatto semplice rispondere a una domanda di questo tipo e il rischio di scadere nel banale è dietro l’angolo.
Cominciamo da qualche osservazione sulla domanda e su come questa viene posta, Marirose. “A trent’anni è grave…”, mi verrebbe da dirti: sei in buona compagnia! So che è una magrissima consolazione, ma oggi sono moltissimi i trentenni (ma anche i quarantenni e i cinquantenni) che “non sanno cosa vogliono”.
Al giorno d’oggi non ha più senso misurare certe cose in base all’età: a trent’anni si è troppo giovani per fare il Presidente della Repubblica ma troppo vecchi per fare il calciatore. Quindi, tanto per cominciare, ti sconsiglio la carriera da calciatore e ti invito a riflettere su quella di Presidente. :)
Scherzi a parte, non vivere la vita come una corsa contro il tempo. Tendiamo a pensare che “prima ci sistemiamo, meglio é”, che prima troviamo il nostro equilibrio e più ce lo godremo per il resto dei nostri giorni. Ma non è così: l’equilibrio non lo troveremo mai, perché la vita è, per sua natura, in bilico e l’equilibrio va ricercato momento per momento come l’equilibrista sul filo. La felicità è un momento che appena viene raggiunto si sposta un passo più in là.
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maggio 31st, 2010 § § permalink

Sogni…

Fonte | Etimo
I sogni ad occhi aperti, dal momento che la fantasia è importantissima nella nostra vita, sono un potente mezzo per ottenere felicità. Si tratta di una felicità in qualche modo “vera”, ma anche parziale, in quanto resta dentro di noi e non ha riscontro nel mondo reale.
Un esempio concreto? Il metodo più noto di fantasticare, anche se spesso non è riconosciuto, è l’uso della televisione (sarebbe meglio dire “un certo” uso della tv): ci si proietta in situazioni non reali e lontane dalla nostra vita. Per molte persone questo è l’unico motivo per cui la si guarda. Pensiamo al celebre “gioco dei pacchi”: perché tanta audience? Non vi era altro motivo per guardarlo se non l’immedesimarsi in un altro. Un altro che stava per vincere un sacco di soldi senza averli in alcun modo meritati.
Un processo simile si attiva per le fiction, dove una storia banale e nazionalpopolare ci catapulta in una realtà piena di amori corrisposti e lieti fine, dove i protagonisti trovano sempre una strada per giungere alla felicità, o mal che vada per diventare eroi. Purtroppo nella vita vera, finché si resta inchiodati alla tv si sprecano energie mentali (ué, si generalizza, eh). Un’evasione che ci impedisce di riconoscere che forse abbiamo bisogno di “altro” e di conseguenza impedisce una presa di posizione per cambiare la situazione.
Vabbé, la sto prendendo un po’ “alla larga”, cerchiamo di venire al dunque. Certo, il sogno ad occhi aperti è un aspetto del pensiero del quale non potremmo fare a meno:
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maggio 14th, 2010 § § permalink

Cari lettori, con l’autorizzazione del mittente pubblico una mail che mi è giunta in questi giorni. L’autore della mail gradirebbe, oltre al mio parere che ha già ricevuto, sapere cosa ne pensano i lettori di Pillole di Psicologia. Dateci dentro!
:)
La mail: qual è il mio obiettivo motivante?
Ciao Andrea,
[breve presentazione]
Bel blog molto interessante e ben fatto. Da una vita mi occupo e appassionano dinamiche psicologiche e comunicazione interpersonale. Leggevo il tuo post sul lavoro e io, come tanti, ancora non ho trovato ciò che mi appassiona o ‘forse’ me lo nascondo per paura… leggendo poi il discorso sulla motivazione mi è venuta una domanda da porti. Da tempo sono convinto che la motivazione è ciò che ti attira all’obiettivo, che sia intrinseca o estrinseca. A volte capita di porsi obiettivi, che lì per lì ‘senti’ e ti sembrano ‘tuoi’ e motivanti ma poi mi capita di perdere motivazione.
Ora, secondo te, quando ci si fissa un obiettivo da conseguire ma o non si agisce concretamente per ottenerlo o nel tragitto si spegne la motivazione significa che è l’obiettivo fissato che poi non è così motivante per la persona o che la persona non è capace di tenere, come si dice oggi, il focus e si spegne strada facendo? Come fare, secondo te, a capire quale è il proprio obiettivo motivante?
Un saluto e grazie dell’attenzione
A presto
[Lettera Firmata]
La risposta.
Caro A.,
ti ringrazio per la stima e per la domanda che mi poni, poiché è molto interessante e stimola a riflettere. Provo a buttare giù qualche pensiero tra i tanti che mi hai fatto venire in mente. Così, senza la presunzione di una risposta definitiva (raramente ho risposte definitive).
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maggio 10th, 2010 § § permalink

Navigavo di qua e di là, e a un certo punto mi ritrovo davanti gli indicatori di salute al lavoro secondo Psicologia e Dintorni. Chi non si è mai lamentato del proprio lavoro? Chi non ha mai pensato di cambiarlo, per poi trovarsi di fronte all’evidenza che lo stipendio, a fine mese, serve? Chi non alterna momenti di entusiasmo, fasi di relativo benessere e giorni di sconforto, quando pensa al proprio lavoro? Quel post, ho pensato, merita un approfondimento.
Come distinguere una semplice fase passeggera da un più consistente segnale che quel lavoro non fa realmente per voi? È il momento di prendere in mano la situazione. Vediamo dieci indicatori per i quali potrete dire: questo lavoro non fa per me.
1. Insofferenza nell’andare al lavoro.
Se al mattino faticate a sollevare le stanche membra dal letto, non è solo a causa del sonno. Se quando salite in auto, o sul treno, vi viene il magone al pensiero di dover trascorrere otto ore lavorative, forse è ora di pensare che non siete condannati a soffrire. Insomma, come è ovvio, il primo e più evidente indicatore che un certo lavoro non fa per voi è che quel lavoro non vi piace, che lo sopportate a fatica.
Aumentano le ore di assenza, una lieve influenza vi spinge a chiamare il medico per un certificato, ciò che succede al lavoro non vi interessa. Un buon metodo per capire se il malessere è dato proprio dal lavoro, è pensare a quando non siete sul posto di lavoro: come state? Siete felici? E dopo un periodo di assenza, per malattia o ferie, ne sentite la mancanza?
2. Desiderio di cambiare l’attività lavorativa.
Subito dopo l’insofferenza arriva il desiderio di cambiare lavoro. Potete riconoscerlo perché vi ritrovate più volte a sognare ad occhi aperti, ad immaginare la vostra vita futura in un altro contesto lavorativo. Quelli che inizialmente sono semplici sogni, prendono via via consistenza sino a diventare desideri e poi, nei casi più fortunati, progetti. Le occhiate innocenti agli annunci di lavoro si fanno più frequenti.
3. Alto livello di pettegolezzo.
Il pettegolezzo serve a sfogarsi, a volte è visto come l’unico modo di reagire e sentirsi meno impotenti. Per quel che ne so, un certo livello di pettegolezzo nei confronti del proprio datore di lavoro è comprensibile, ma diventa sintomo di un problema quando interferisce sull’attività lavorativa o nel rapporto tra i colleghi. Se sentite un irrefrenabile impulso nei confronti di questo genere di scambio di opinioni, potete iniziare a mettere in dubbio o la vostra integrità morale oppure il lavoro che svolgete.
4. Covare risentimento verso l’organizzazione.
Il pettegolezzo è spesso legato al risentimento. Se sopportate malvolentieri le persone che lavorano al vostro fianco, o quelle che vi coordinano, o i vostri clienti/pazienti/utenti, come possiamo pensare che questo sia il lavoro che fa per voi? Nessuno di noi gradisce trascorrere circa otto ore quotidiane con persone che non stima. In alcuni casi il risentimento si manifesta con aggressività non giustificata, scatti di rabbia che non hanno un reale motivo di esistere, se non il fatto che siete saturi.
5. Disturbi psicosomatici.
Siamo formati da un unico organismo. Corpo… Mente… Alcuni ci mettono anche l’anima… Quel che è certo è che ogni aspetto influisce sugli altri molto più di quello che pensiamo. Se le vostre difese immunitarie ultimamente sono calate ci sono certamente mille motivi, ma considerate anche che forse il lavoro vi sta stressando più di quanto dovrebbe. Per alcuni è lo stomaco, per altri la testa, per altri ancora un esteso senso di fiacchezza: non è che il corpo vi sta dicendo qualcosa?
6. Sentimento di irrilevanza.
Massì, tanto… Vi trovate spesso a pronunciare questa frase? Il fatto è che il lavoro che state svolgendo è molto importante per qualcuno, ma se lo è solo per il vostro datore di lavoro è un problema. O questo mestiere non fa per voi, o voi non fate per lui. Ciò capita spesso a chi lavora per accrescere un profitto altrui: se non si trovano forti motivazioni interne nella propria crescita professionale, l’entusiasmo è destinato a sfiorire.
Peggio ancora se vi sentite inutili oppure se non vi riconoscete negli ideali o nel modo di agire dell’organizzazione di cui fate parte. È l’anticamera del cambiamento. A voi scegliere se ponderato e graduale oppure improvviso e dato dal non ce la faccio più.
7. Lentezza nella performance.
Se avete perso lo smalto di un tempo, oppure se lo smalto non lo avete mai avuto, potrebbe essere che avete abbracciato un principio new age del tipo “vivi con lentezza”, con somma gioia del datore di lavoro e dei colleghi che dovranno loro malgrado abbracciare il principio del “fai velocemente ciò che non ha fatto il tuo collega new age”. Oppure potrebbe essere che siete meno motivati. Attenzione a questo indicatore.
8. Confusione organizzativa.
Dimenticate gli impegni? Commettete molti errori? Vi sentite confusi e spesso non sapete da che parte cominciare? Sbagliare è umano, e su questo non ci piove, il vostro lavoro sarà seriamente incasinato, e qui ci sto, ma, santo cielo, valutate l’idea che forse cambiando lavoro fareste di meglio. Con cara pace del senso di colpa e una bella iniezione di autostima.
9. Venire meno alla propositività.
Uno degli istinti di base dell’uomo, da quando è sceso dagli alberi (e ora non venite a dirmi che siete di quelli che l’uomo non deriva dalle scimmie), è quello di creare. Creare utensili, creare relazioni, creare case, creare figli, creare idee. Se di fronte ad un problema il vostro istinto di creare una soluzione è sfiorito, se non create proposte, idee, se non introducete novità, probabilmente state lavorando in maniera scialba. Probabilmente il mestiere che state svolgendo non permette al vostro istinto creativo di emergere.
10. Aderenza formale alle regole.
E detto tutto questo, aderite ancora alle regole?! Il motivo è molto semplice, o in quelle regole ci credete, ma lo escludiamo perché questo punto parla di aderenza formale, oppure avete perso la speranza di cambiare le cose. Cercate di mantenere una facciata di adesione, perché tanto non serve a niente… Anche in questo caso, e per l’ennesima volta, non è arrivato il momento di cambiare lavoro?
E ancora, ecco altri 10 concretissimi motivi, tratti da Diario di Bordo. È il caso di cambiare lavoro se:
1. Sentite di non avere più niente da imparare.
2. Ritenete di essere sottopagati rispetto all’impegno profuso.
3. Comprendete di avere bisogno di nuovi stimoli.
4. Credete che potreste dare molto di più di quello che state dando.
5. Ritenete che potreste lavorare di meno, guadagnare di più e vivere meglio.
6. Desiderate lavorare in modo più organizzato e preciso.
7. Ambite ad entrare a far parte di un nuovo settore.
8. Ritenete che potreste impiegare le vostre energie e le vostre capacità in modo migliore.
9. Ambite a ricoprire incarichi di maggiore responsabilità.
10. Sentite di dovervi dirgere verso una nuova direzione e desiderate fare nuove esperienze.
Foto | Flickr
maggio 8th, 2010 § § permalink

Foto | Inquietudine
“Vorrei sempre essere altrove, dove non sono, nel luogo dove sono or ora fuggito. Solo nel tragitto tra il luogo che ho appena lasciato e quello dove sto andando io sono felice”.
Thomas Bernhard
A volte capita di arrivare a sera con una strana sensazione nello stomaco. Ci fa sentire incompleti, manchevoli, non-quieti, come se fossimo in cerca di qualcosa, ma non sappiamo cosa. È un’emozione che non può non esistere, perché insita nella natura umana. Ha fatto crescere alcune civiltà sino a fare esprimere loro il meglio, ne ha distrutte altre. È un moto che coinvolge lo stomaco, il cuore e la testa. L’inquietudine è una tensione verso che fa diventare gli uomini infelici, oppure eroi.
Secondo il suo significato etimologico (non quieto, agitato, che non si appaga mai), l’inquietudine è energia pura che a volte accumuliamo, finché esplode portandoci ai grandi cambiamenti della vita. Alcuni non sono in grado di controllarla, volano di fiore in fiore seguendo la propria inquietudine e non combinando nulla, altri ancora invecchiano senza averle mai lasciato spazio, morendo da frustrati. È molto difficile trovare il giusto equilibrio tra un sano senso di inquietudine, da soddisfare giorno dopo giorno, ed uno ossessivo.
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aprile 16th, 2010 § § permalink

Questo articolo è una risposta a La ruota del cambiamento.
La cosa più difficile dello smettere di fumare non è il proposito ma resistere quelle tre o quattro settimane dopo aver attuato l’idea, e dopo i primi tempi in cui la baldanza del tuo intento agisce come euforizzante, in cui l’assenza di nicotina cerca di de-strutturarti.
In realtà, finchè ho fumato, non ho mai pensato di avere un problema, un po’ perché facevo sport e immaginavo che questo proteggesse dagli effetti del fumo (e forse operava anche la convinzione di essere personalmente immune ai pericoli: a me non succederà) e un po’ perché fumavo modicamente (cioè 10-12 sigarette al giorno).
Questo fino a quando non si è manifestato qualche sintomo, cose lievi senza grande importanza. Dopo questa serie di sintomi è capitato un fatto. L’unione di questi due eventi ha promosso il proposito. Da questo proposito è seguita l’attuazione e, come detto, cosa più difficile di tutte, il mantenimento, con piccola ricaduta e definitiva riuscita.
I lievi sintomi erano un aumento delle pulsazioni a riposo. In campo medico si chiama tachicardia, e può essere sia un sintomo aspecifico di stati febbrili, shock, emozioni intense, abuso di caffeina, sforzi eccessivi, intossicazioni voluttuarie (tra cui il fumo), riflessi gastro-cardiaci, sia un sintomo di patologie più gravi come fibrillazione atriale, scompenso cardiaco, ischemia del miocardio e così via.
Ora, molto probabilmente questo lieve aumento dei battiti cardiaci non era da ascrivere interamente al fumo e forse nemmeno parzialmente, bensì a uno stato di sovrallenamento, condizione cui è facile che cada il praticante sport di potenza giovane e baldanzoso. Insomma una banale conseguenza di quello che in gergo si chiama sovrallenamento (overtraining) e che ha tra i suoi sintomi appunto una leggera tachicardia.
Il secondo evento è stato una malattia da raffreddamento, occasione quasi sempre da me associata all’interruzione del fumo, perché in quelle circostanze ti accorgi di come il fumo abbia un sapore schifoso e ti viene da chiederti: ma chi me lo fa fare di mettermi in bocca questo schifo di sapore? È la nicotina, come vedremo.
Allora, ricapitolando, contemplazione (tachicardia), occasione (malattia raffreddamento), decisione: smetto di fumare.
Attuazione: durante il periodo di malattia è facile, non senti il bisogno di fumare, hai altri problemi. Quando ti ristabilisci ricominci a fumare: anche in quel caso il fumo fa schifo, e lo sapevo da esperienze precedenti. Solo che quella volta alla guarigione decido di non ricominciare. Comincia a farsi sentire il desiderio di fumo. I primi giorni resisti decentemente, alimentato dal proposito. È un bene, perché più tempo passi senza fumare più il ricominciare sarà sgradevole.
La nicotina.
La nicotina è una delle tre sostanze psicoattive (insieme a caffeina e alcol) più usate. È un alcaloide vegetale (cioè una sostanza azotata con caratteristiche basiche, come caffeina, teofillina, teobromina, morfina, tropina, stricnina e così via) con elevata capacità di assorbimento nei tessuti organici, come polmone, mucosa orale, cute, tratto gastrointestinale [1]. Si distribuisce in tutto l’organismo e passa sia la barriera emato-encefalica che quella placentare, ritrovandosi in tutti i liquidi compreso il latte materno. L’emivita è di circa due ore. Ha effetti sia a livello centrale che periferico, mediato dai recettori acetilcolinici nicotinici.
È un agonista specifico dei recettori dell’aceticolina, definiti appunto nicotinici, e agisce sul sistema nervoso centrale aumentando sia l’attività psicomotoria che quella sensomotoria, ha un’azione positiva sulla memoria e sulla funzione cognitiva inoltre aumenta anche la frequenza cardiaca, stimola l’ormone antidiuretico (ADH), agisce riducendo l’attività delle fibre muscolari afferenti causando una riduzione del tono muscolare e ha anche un effetto sulla riduzione dell’appetito, sull’aumento contrattilità cardiaca e su quello della pressione
sanguigna.
L’attività di rinforzo della nicotina è probabilmente mediata dai neuroni dopaminergici del mesencefalo [2]. Soprattutto i recettori acetilcolinici della substantia nigra e dell’area tegmentale mediale, sede di importanti neuroni dopaminergici. Inoltre, le proiezioni dell’area tegmentale mediale al nucleo accumbens rappresentano il fattore di rinforzo del piacere legato alla liberazione di dopamina [3].
La nicotina è dunque in grado di indurre una dipendenza sia fisiologica che psicologica legata appunto ai meccanismi di induzione del piacere, e gli effetti dell’astensione dal fumo comprendono: desiderio di nicotina, ansia, irritabilità, irrequietezza, riduzione della concentrazione, insonnia e aumento dell’appetito.
E sono appunto tutti gli effetti che ho sperimentato personalmente, insieme a quello più potente di tutti: una sensazione pressante di urgenza, un desiderio di compiere qualcosa di incompiuto, che era lì a portata di mano, così semplice e facile da raggiungere. Quello che si prova è una riduzione del senso del sé, appunto un considerarsi incompiuti, è come se mancasse l’aria: la nicotina induce una nuova normalità all’interno del cervello legata alla sua concentrazione e al suo ruolo di attivatore dei neuroni dopaminergici coinvolti nel circuito del piacere. L’assenza della normalità è interpretato a livello fisiologico come una inefficienza recettoriale, al quale l’organismo rimedia aumentando i recettori o attivando il sistema anti-stress legato a adrenalina e noradrenalina. Infatti si è dimostrato che la clonidina (agonista selettivo dei recettori alfa2 adrenergici) è in grado, attraverso la riduzione della produzione catecolaminica, di diminuire sia l’ansia che la depressione in chi smette di fumare [4].
La storia giunge al suo epilogo. Dopo una breve ripresa (due o tre sigarette al giorno) fortunatamente associata alla reale esperienza del fumo, che è perfettamente sgradevole (nausea, tosse, bruciore) ho smesso definitivamente. È ritornata la normalità di chi non fuma e sono spariti i sintomi dell’astinenza.
[1] M.E. Jarvik, N.G. Schneider, Nicotine. In J.H. Lowinson, P. Ruiz, R.B. Millman, J.G. Langrod, (a cura di): Substance Abuse: a comprehensive textbook, 2nd ed. (Baltimore 1992) p. 339-340. In R.M. Julien, Droghe e Farmaci Psicoattivi, Zanichelli 1997.
[2] E.D. Levin, Nicotine systems and cognitive functions, Psychopharmacology 108, 1992, p. 417-431.
[3] J.H. Lowinson et al. Op. cit.
[4] P.K. Gessner, Substance abuse teatment. In C.M. Smith, A.M. Reynard, (a cura di) Textbook of Pharmacology, (Philadelphia 1992).
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aprile 6th, 2010 § § permalink
Questo è un articolo a quattro zampe scritto con Mrs Quentin Tarantella.

Quante volte, nella vita, ci siamo imposti un cambiamento… o perlomeno ci abbiamo provato. Cambio lavoro, mi metto a dieta, smetto di fumare, sarò più ordinato, comincio a correre, mi iscrivo in palestra… Non è per niente facile tenere fede a questi propositi, piccoli o grandi che siano, e spesso sono destinati a fallire ancora prima di cominciare. Perché? Probabilmente perché è sbagliato l’approccio con cui li avviciniamo.
Questa riflessione è tratta da un lavoro di Prochaska e Di Clemente ideato per il trattamento psicoterapeutico di persone obese. Se faremo nostra la ruota del cambiamento ci saremo risparmiati un paio di colloqui psicologici! Lo psicologo più capace, quello che meglio può comprenderci e aiutarci, siamo noi stessi.
Veniamo al dunque. Immaginate una ruota coi suoi raggi. Immaginate che per attuare un cambiamento dobbiate entrare nella ruota, affrontare uno per uno tutti i suoi raggi e dopo un giro completo uscire nella stessa posizione ma con una differenza: il cambiamento è avvenuto con successo.

Ora leggete le fasi (i raggi) che compongono la ruota. Studiatele e meditatele una per una. Cercate di capire in che fase vi trovate e per quale cambiamento, cercate di capire la fase successiva a cui puntare per evitare di ristagnare in un inutile quanto frustrante tentativo di cambiamento in fase di stallo.
Precontemplazione
Beata ignoranza. Non sappiamo di avere un problema. Non vogliamo riconoscere di avere un problema. Generalmente la mente attua dei meccanismi di difesa perché questo avvenga (nel post sul disimpegno morale parlo di quelli “morali”), ovvero delle resistenti barriere che ci impediscono di vedere le cose come stanno. Utili, perché spesso avere un problema è più comodo che non averlo. Pensiamo ad uno studente che soffre di problemi di salute a causa dei quali non riesce a sostenere esami universitari. Non è molto più comodo avere un’ottima scusa per spostare il problema all’esterno, piuttosto che assumersi la responsabilità degli esami che falliscono?
Il primo passo verso il cambiamento è che ne sia riconosciuta la sua necessità. Se la motivazione resta estrinseca, ovvero se ci è data da altri senza che noi per primi sentiamo il bisogno di cambiare, non se ne farà niente. Pensiamo ad una donna che si mette a dieta solo su richiesta del proprio partner, che possibilità avrà di successo? Se non riconosciamo di avere un problema, non lo risolveremo mai.
Infatti il fumo non fa male: avete il fiatone dopo mezza rampa di scale, ma sarà perchè state salendo della suocera ed è tutta ansia. Tossite come il motore ingolfato di una Prinz del ’78, ma è colpa dei mali di stagione. Il vostro sorriso non è proprio bianco e scintillante come un tempo, ma è meglio perché il beige si intona con la giacca di velluto marrone che altrimenti non sapevate con cosa abbinarla.
Contemplazione

Una volta stabilito di aver bisogno di attuare un cambiamento siamo entrati nella ruota. Non siamo ancora pronti per l’azione e forse non è ancora il caso: non conosciamo ancora abbastanza bene il problema che vogliamo risolvere e le insidie che il cambiamento nasconde. In questa fase siamo consapevoli che qualcosa della nostra vita stona, ma non sappiamo come modificarlo, in che direzione spendere le nostre energie.
Questo è un raggio della ruota del quale non possiamo fare a meno. È più importante di quel che crediamo. Se ci buttiamo nel cambiamento senza una sana e profonda contemplazione probabilmente la nostra motivazione è labile e non ci porterà lontano. Questa fase può durare anche molto tempo, basta pensare a una persona in sovrappeso che crede di non poter riuscire a dimagrire: quanto tempo può passare prima che decida di cominciare una dieta?.
Ok, il fumo fa male, ma sto per lasciare la mia ragazza magari smetto poi. Anche se… Massì, in fondo so che il fumo non fa bene, magari smetto, così la mamma la smette di sfinirmi con storie sui morti di tumore, che ho 57 anni e forse finalmente mi permette di andare a vivere da solo. Insomma! Il fumo fa male, ma riuscirò mai a smettere?
Però, il cambiamento va vissuto da protagonisti…
Determinazione e programmazione
Fantastico, abbiamo un problema. I casi sono due: o scegliamo di tenercelo e restiamo incagliati nel primo raggio della ruota o decidiamo di risolverlo e, da grandi strateghi del cambiamento, pianifichiamo la nostra tattica. Questo è il momento giusto per informarsi su internet, per chiedere informazioni e sostegno agli amici che ci sono già passati, per capire qual è il nostro personale stile di cambiamento.
Questo è il momento giusto anche per fare delle prove, per saggiare le acque. Famosa su internet è la prova dei 30 giorni, ideata da Steve Pavlina, che prevede di attuare un cambiamento per soli trenta giorni. Per farla breve, il vantaggio sta nel fatto che ci sentiremo meno oppressi all’idea che la situazione faticosa ha una fine ben precisa. Dopodiché valuteremo pro e contro del cambiamento e sceglieremo se attuarlo in via definitiva. Personalmente resto scettico nei confronti di questa strategia, ma altri ne parlano molto bene. Lascio a voi il giudizio.
Tant’è che da settimana prossima smetto, nel frattempo mi informo su internet, mi iscrivo in palestra, lascio la mia ragazza che è iscritta al club dei tabagisti convinti, pondero di tagliarmi le dita con le quali abitualmente fumo, ma non mi sembra una buona idea perché sono le stesse che uso per chattare su facebook e giocare ai videopoker, inizio a leggere un nuovo libro, compro le gomme da masticare, parlo del mio progetto agli amici. Cerco di focalizzarmi sulla fase successiva: l’azione.
Azione
Pronti, partenza, via. Il cambiamento viene concretamente messo in pratica. Questa fase costa dolore e fatica, perché ciò a cui abbiamo rinunciato potrebbe essere ancora importante. Una persona che decide di lasciare un partner con cui ha condiviso momenti importanti della propria vita, per quanti mesi ne sentirà ancora il profumo? Per quanto tempo sentirà così vuota la parte di letto che una volta era riempita con tanto volume affettivo?
Oppure, il nostro organismo non è ancora abituato alla novità: come nel caso di un provetto runner che la mattina, dopo aver corso per ben 8 minuti, si sente come se un rinoceronte gli avesse pascolato sulla schiena.
Questa è la fase in cui il cambiamento è ancora una novità: non c’è nessuna abituazione. Può durare anche molti mesi. Dipende principalmente dalla nostra elasticità mentale o fisica, ma quel che è certo è che non deve spaventarci: sarà normale sentire un senso di vuoto (come se mancasse qualcosa), sarà normale avere dei ripensamenti e sarà normale fare una dannata fatica a tenere insieme i pochi risultati che stiamo raccogliendo.
Smetto di fumare. Esco con gli amici. Mi viene voglia di fare un tiro, ma porto sempre con me un martello col quale colpirmi la lingua o le parti basse: il dolore mi fa dimenticare la voglia di fumo. Faccio pace con la mia ragazza, a lei le dita le taglio, tanto non gioca ai videopoker. In fin dei conti le rampe a due a due e senza fiatone mi fanno godere. Mi arrabbio col capo e… accendo una sigaretta. Ma la spengo senza fumarla aspirandone il fumo nell’aria con un velo di rimpianto. Una parte di me è morta, è quasi fatta.
Mantenimento
Cambiamento attuato. Ora si tratta di portarlo avanti, di consolidarlo. Attenzione, perché questa fase è tutt’altro che scontata: il rischio di inciampare è molto alto. Basta un ricordo, una sensazione, un momento di debolezza…
Durante la fase di mantenimento è bene essere molto rigidi con noi stessi. La ricaduta è dietro l’angolo e non bisogna permettere al nostro organismo di riprovare le sensazioni piacevoli di un tempo, finché queste non saranno del tutto dimenticate. “Massì, ne fumo una…” non è una buona frase da sentir dire a un ex fumatore che si trova in questa fase.
È anche per questi motivi che faccio parte di quelle persone che non credono nell’amicizia dopo una storia d’amore interrotta. Almeno non fino a che siamo certi di aver superato anche la fase di mantenimento. Ovvero dopo alcuni anni. Questa fase può portare a due esiti: la ricaduta oppure l’uscita definitiva.
Non fumo più da due anni. Non fumo, ho detto che non fumoooo. Nemmeno dopo aver fatto l’amore con Monica Bellucci: non fumo! Sto bene, così…respiro e sento di nuovo odori e profumi, anche quello di Monica Bellucci. Ogni tanto mi torna il desiderio, ma raramente e in quei casi contatto Monica Bellucci che nel frattempo si è innamorata di me perché trova irresistibili i tipi che raggiungono e mantengono i propri obiettivi.
Ricaduta

Non ce la si fa. Il vecchio comportamento ricomincia e il cambiamento è inesorabilmente fallito. Ora, l’unica possibilità è di ricominciare la ruota daccapo. Purtroppo capita spesso, e a tutti, di trovarsi in questa fase. Superato lo sconforto iniziale, non cerchiamo di non pensarci: per prima cosa dobbiamo capire quale delle fasi precedenti non è stata affrontata nel modo corretto.
Non abbiamo contemplato correttamente il problema? Non avevamo sufficiente motivazione oppure essa era esterna? Siamo certi di aver usato le giuste strategie? Il tipo di cambiamento era ben tarato su di noi? Abbiamo agito sufficientemente a lungo? Lo abbiamo fatto da protagonisti? Il mantenimento è durato abbastanza? Siamo stati abbastanza rigidi con noi stessi? E poi, di base: ci conosciamo abbastanza?
Una ricaduta non è inutile: se sapremo attribuire le giuste cause al fallimento, saremo anche capaci di evitarlo in futuro. Questa fase, più delle altre, ci insegna molto di noi stessi e del nostro funzionamento.
Ricomincio a fumare. E va beh! Colpa della suocera. Del capo. Della fidanzata. Del marito. Di Monica Bellucci, che mi ha mollato perché non sopporta i tizi che indossano giacche di velluto marrone. Però forse è anche un po’ colpa mia… Mi sento triste e demotivato, passi per Monica Bellucci, che senza le dita non è il massimo, ma alle scale a due a due ormai ci avevo preso gusto!
Uscita definitiva
È fatta! Il cambiamento è riuscito, ora non costa più fatica né dolore. Le tentazioni, se ci sono, sono poche. Possiamo goderci appieno i vantaggi offerti dal cambiamento che abbiamo attuato: libertà, salute, sicurezza e chi più ne ha più ne metta. Senza contare che un obiettivo raggiunto accresce la nostra autostima e ci favorisce nel raggiungimento dei prossimi obiettivi in un circolo virtuoso idealmente senza fine.
Facciamo attenzione a come abbiamo affrontato questa ruota del cambiamento, perché probabilmente si tratta del modo giusto per noi. Ora siamo pronti a ri-entrare nella ruota con un nuovo obiettivo.
Non fumo più, l’odore del fumo non mi fa più alcun effetto. Sto bene, senza fumo. Monica ha chiesto di tornare con me, ma ho rifiutato perché voglio dedicare la mia vita al vertical running. E mi sento bene perchè ho fatto una cosa da solo e per me stesso. Sono orgoglioso di me…
p.s. la storia del fumo delle sigarette è un’invenzione: non fumo e me ne guardo bene. Ah, anche la storia di Monica Bellucci è un’invenzione. In realtà non le ho tagliato le dita, ve ne sareste accorti.
E voi, in che fase vi trovate?
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