Vivere il problema come una sfida.

marzo 11th, 2011 § 0 comments § permalink

Lo so, lo so… Lo so che già lo sapevate, lo so che non è facile, lo so che sono un sognatore. Lo so che questo post vi arriva nel mezzo di una chat su facebook con una vecchia compagna delle medie, dell’ultimo video di anna tatangelo su youtube o, per alcuni, mentre vi sollazzate su quei siti osé che visitate nella penombra della vostra cameretta mentre la mamma va a fare la spesa. E può anche dare fastidio. Lo so.

Mio nonno cinese amava dire:

Se hai un problema è inutile preoccuparti, perché i casi sono due: o questo problema è risolvibile, e quindi non preoccuparti e risolvilo; oppure non è risolvibile e quindi non preoccuparti, tanto non cambierai la situazione.

Grazie nonno cinese.

Ora, io credo che ciò che più ci spaventa non siano né i problemi “risolvibili” né quelli “non risolvibili”, ma siano i problemi “risolvibili solo con grande fatica, dolore e spargimento di sangue”. Parlo delle cose piccole, come può essere il lavandino intasato che ci obbliga a quella decina di interminabili minuti di lavoro per sturarlo, e delle cose grandi, come può essere la perdita del lavoro o non potersi permettere di acquistare l’ultimo numero di “Chi”.

Non sono problemi irrisolvibili, ma sappiamo che la ricerca della soluzione sarà faticosa e che la strada è ignota.

Beh, approcciarsi al problema con la “mentalità del risolutore”, affrontarlo come se fosse un gioco di logica (anche se poi nella vita vera non si può relegare tutto alla logica) può aiutare. Aiuta senza dubbio il nostro stato d’animo, che non deve necessariamente sentirsi sopraffatto dal destino crudele ad ogni evento della vita, ma facilita indirettamente anche la risoluzione del problema, perché un problema affrontato con ottimismo ha più probabilità di essere risolto.

E parte un circolo virtuoso che tanti problemi risolti portano una buona autostima e una buona autostima porta più problemi risolti e una buona autostima e tanti problemi risolti avvicinano alla felicità e la felicità è il primo passo per il paradiso.

E voi ci volete andare in Paradiso, vero?

Evitate di evitare le vostre paure.

ottobre 15th, 2010 § 1 comment § permalink

Affrontare le Paure.

Foto | Me & Somayeh – Inside the Road

La classifica delle paure.

Mi sono occupato di Fobie per anni e, secondo vari dati, la classifica delle paure e delle fobie più diffuse è la seguente:

3) Gli Uccelli.

Al terzo posto gli UCCELLI, con i piccioni in testa.

Non vi immaginate neanche quante persone abbiano sviluppato una fobia per i piccioni…

2) Gli Aerei.

Al secondo posto, sempre qualcosa che ha a che fare con l’aria, ma questa volta siamo noi a volare: GLI AEREI.

Questo però sembra non evitare l’inquinamento da combustibile e acustico degli aerei. Si vede che non è una fobia di massa…o forse sono ancora poche le persone che volano rispetto alla popolazione generale..chissà..

1) Il Dentista.

E infine, per citare un vecchio programma televisivo, in vetta svetta lui, il terrore di tanti, IL DENTISTA.

Mia madre, madre di uno Psicologo specializzato, tra le altre cose, in disturbi dell’ansia, lascia che i denti le si sbriciolino letteralmente in bocca prima di andare dal dentista.

[Facciamo un piccolo sondaggio? Se vi va, scrivete le VOSTRE più grandi paure nei commenti e riportate il modo con cui avete scelto (o "non" scelto) di affrontarle. - NdAndre]

Ma come affrontare le proprie paure?

Il grande poeta Fernando Pessoa, diceva:

“Porto sulla mia pelle tutti i segni delle battaglie che ho evitato di combattere.”

Infatti, quello che accomuna tutte le persone che hanno sviluppato una fobia è che EVITANO di affrontare la situazione temuta, oppure lo fanno solo con l’aiuto di qualcuno che le supporti.

Questo tipo di comportamenti, non fa altro che aumentare il problema e la percezione della paura, come un fertilizzante aiuta la crescita dei pomodori nell’orto.

Se una persona vuole superare le proprie paure deve cominciare ad affrontarle, in maniera graduale, e utilizzando gli strumenti adeguati per gestire la paura.

Una volta superata, la paura si trasformerà in coraggio, facendoci sentire più forti e sicuri di noi.

Paura? Evita di evitarla!

Quindi, se hai una fobia, o hai paura di qualcosa, è proprio vuoi evitare impara a: EVITARE DI EVITARE le tue paure.

Se vuoi approfondire l’argomento delle paure e delle fobie, nel mio blog c’è un intera sezione dedicata all’argomento:

http://expsicologopervoi.blogspot.com/

Forza di Volontà: ne voglio di più!

settembre 20th, 2010 § 10 comments § permalink

Forza di volontà.

Foto | Flickr

Buongiorno, vorrei un etto di forza di volontà. Certamente, di che tipo la preferisce?

Quante volte siamo entrati nella bottega dei nostri desideri facendo una richiesta simile a questa? Chiaro, la forza di volontà fa gola a molti, e molti vorrebbero aumentarla. Certe volte addirittura ne esageriamo il potere e siamo tentati di credere che sia la soluzione a tutti i nostri limiti, che sia il mezzo verso ogni obiettivo. Non credo che questo sia vero. Credo piuttosto che la forza di volontà sia uno dei tanti strumenti di cui necessitiamo per centrare i bersagli che stiamo mirando.

Mettersi a dieta, smettere di fumare, cominciare a correre, studiare di più, alimentarsi in maniera più sana, bloggare meglio, curare il proprio orticello, e chi più ne ha più ne metta! Sono solo alcuni degli obiettivi che ci saremo posti almeno qualche migliaio di volte… e che qualche migliaio di volte abbiamo interrotto a metà.

Ma prima di cercare di ottenere più forza di volontà, dovremmo comprendere meglio cos’è.

La vera forza di volontà

Potremmo definire la forza di volontà come quell’energia che spinge verso i propri scopi. Ma siamo ancora vaghi. Ci viene incontro Roberto Albanesi, con la distinzione tra volontà nevrotica e volontà anevrotica.

Forza di volontà nevrotica: si tratta di quella forza legata all’obiettivo. Permette di mettere in campo energie enormi, a volte sconosciute, in virtù di uno scopo che si ritiene importantissimo. È la volontà che viene utilizzata quando lo sforzo ci risulta, in qualche modo, piacevole. Come gli sforzi che si fanno per conquistare una persona, oppure per accudire un figlio (ehm, ne so qualcosa). In questo caso è l’obiettivo che ci dà energia, energia che quindi non proviene dall’interno, ma dall’esterno. Un po’ come la “motivazione intrinseca“.

Forza di volontà anevrotica: questa è la “Vera Forza di Volontà”. Quella che nasce da dentro e aiuta a spingersi verso ogni meta che ci si è posti, anche quella più dolorosa, anche la meno piacevole. Se decidessimo di trascorrere una settimana in piedi su una colonna, senza cibo né acqua, molto probabilmente dovremmo utilizzare questo genere di volontà. Ma, scherzi a parte, la volontà anevrotica è indispensabile per conseguire obiettivi VERI, perché, inutile negarlo, l’entusiasmo prima o poi svanisce. E resta lo sforzo. Se non siamo preparati, falliamo.

Sfruttare la forza di volontà nevrotica

Forza di volontà.

Foto | Flickr

Questo primo genere di forza di volontà è formidabile per raggiungere gli obiettivi. Lo “sforzo”, per quanto indispensabile, non è l’unica strada percorribile e spesso qualche piccolo “trucco” può facilitarci il percorso. Il concetto sta nel dare un sapore diverso all’obiettivo che ci siamo posti: farlo diventare, per quanto possibile, entusiasmante. Farlo diventare importante non solo a livello razionale, ma anche emotivo. Vediamo qualche esempio.

Passare da motivazione estrinseca ad intrinseca: una cosa è “cercare di laurearmi perché è importante per il mio futuro, anche se ancora non ho deciso con precisione cosa voglio fare da grande”, tutt’altro è “studio perché la materia mi appassiona, ad ogni esame vedo la meta che si avvicina e tra pochi anni potrò essere esattamente ciò che ho sempre desiderato diventare”. Ok, sto estremizzando, ma credo di aver reso l’idea. Non è per niente facile, ma possiamo cercare (a volte scavando, scavando, scavando) il lato piacevole di ciò che stiamo facendo.

Suddividere il percorso in tappe: se il raggiungimento dell’obiettivo è lontano 10 anni, sarà molto difficile che in questo tempo l’entusiasmo non subisca dei cali vertiginosi. Dobbiamo dividere gli obiettivi a lungo termine in più obiettivi a breve termine. Questo ci permetterà di saggiare l’ebbrezza del successo e manterrà, probabilmente, l’entusiasmo alto. Facciamo un esempio: se il mio scopo è mettere da parte i soldi per una vacanza in Tibet con la mia famiglia la prossima estate, e mi servono 5000€, ogni 500€ racimolati faremo una piccola festa e ogni membro della famiglia avrà diritto ad una cena a base del proprio piatto preferito.

Piazzare un regalo ad ogni tappa: già, la semplice suddivisione in tappe non è poi così “allettante”. Molto meglio se ad ogni tappa sappiamo già che avremo un premio, un piccolo assaggio di ciò che ci concederemo una volta ottenuto il risultato. Quando cominciamo una dieta potrebbe essere una buona idea concedersi, per ogni chilo perso, un pasto a base di ciò che più desideriamo mangiare, senza sensi di colpa né rimuginamenti.

Certo è che con la sola forza nevrotica non si arriva da nessuna parte.

Allenare la forza di volontà anevrotica

Forza di volontà.

Foto | Flickr

E qui cominciano le curve. Perché, lo abbiamo vissuto tutti, è molto più difficile mantenere viva e costante la forza di volontà quando l’obiettivo non ci dà gratificazioni immediati o, ancora peggio, quando non lo comprendiamo oppure non lo condividiamo. Inoltre, non esiste strada che non nasconda durante il percorso cali di motivazione e perdite di entusiasmo. Il “cosa fare” in questo caso è molto più difficile da scrivere, provo a dare qualche spunto di riflessione dettato dal buon senso.

Porsi obiettivi chiari: trasformare il “voglio fumare di meno” in “voglio arrivare a fumare 3 sigarette al giorno”. Avere una meta chiara e definita aiuta decisamente a non mollare alla prima difficoltà: nei momenti di fatica potremmo ripeterci che l’arrivo è vicino, oppure calcolare esattamente quanto siamo distanti (ora fumo 7 sigarette al giorno, quali eliminare ancora?). Poi, eviteremo di cadere nella trappola del “Massì, forse può bastare…”

Prevedere l’affaticamento: e cercare in anticipo delle possibili soluzioni. Altrimenti sarebbe come cercare di attraversare un lago a nuoto e pensare di trovare una soluzione ai crampi quando questi si presenteranno. Sotto stress non si trovano buone soluzioni e il rischio di annegamento aumenta. Siccome siamo certi che le difficoltà arriveranno, possiamo giocare d’anticipo. Ho iniziato a correre, e sono certo che tra un mese (o forse meno) mi stuferò. Ho quindi chiesto a mia moglie di aiutarmi in quel momento, e di supportare la mia forza di volontà con qualche incitamento aggiuntivo.

Vivere ogni ostacolo come una sfida: credo che questo sia IL consiglio per aumentare la propria forza di volontà. È come giocare ad un videogioco: non c’è alcuna gratificazione se non la propria soddisfazione personale. Allo stesso modo possiamo porre il miglioramento della forza di volontà come un obiettivo parallelo, qualsiasi cosa facciamo, e sentirci gratificati ogni volta che vinciamo la sfida. C’è un McDonalds tra il mio posto di lavoro e casa. Quando finisco il lavoro alle 23 il Mc diventa come il canto delle sirene per Ulisse: mi dà grossa soddisfazione passare dal Mc e resistere alla tentazione di farmi una sonora abbuffata. Torno a casa con un languorino indicibile, ma pieno di soddisfazione per il risultato ottenuto.

Un test per misurare la forza di volontà

Per concludere, provate a misurare la vostra forza di volontà con questo piccolo test… :) Fatemi sapere i risultati!!

Solo Puffin ti darà forza e grinta a volontà!

Se tutto ciò non fosse bastato… Con “Puffin” non potrete più perdere un colpo! Tratto dai bei tempi in cui Bud Spencer e Terence Hill non erano ancora, rispettivamente, un cuoco e un prete…

Come vincere la timidezza?

settembre 13th, 2010 § 51 comments § permalink

Come vincere la timidezza?

Foto | Flickr

M. (iniziale di fantasia), un giovane ragazzo, mi ha fatto una richiesta sintetica quanto precisa:

Ciao, avresti qualche consiglio per sconfiggere la timidezza?

Mmmhhh… Si è mai detto che un Ciraolo degno di questo nome non abbia un consiglio adatto ad ogni situazione? Non sia mai. Come al solito potete integrare nei commenti, comincio io.

1. Accettati per ciò che sei. Timidezza inclusa.

Il primo consiglio che posso darti è quello di fare pace con te stesso. Sarà difficile battere la timidezza se non “ti piaci” almeno un pochino. Pur non conoscendoti sono certo che hai dei difetti: alcuni potrai eliminarli facilmente, altri potrai eliminarli faticosamente, altri ancora non potrai eliminarli affatto. Difetti fisici, difetti caratteriali… Quanti aspetti di noi stessi non ci piacciono e, quel che è peggio, temiamo possano non piacere agli altri! Per prima cosa, trova un equilibrio interiore. Forse la timidezza è proprio la prima caratteristica di te stesso che non sopporti… Beh, fai pace anche con lei! È una parte di te, non odiarla. Sono altrettanto certo che hai dei pregi: concentra la tua attenzione su di essi, elencali, pensaci, goditeli e scoprirai di essere speciale.

2. Guardati dentro.

Qual è la causa della tua timidezza? Cosa ti blocca? Quali situazioni ti fanno più paura? Ho letto da qualche parte che i motivi della timidezza possono essere di due tipi: poca stima di te stesso (ritieni di non essere in gamba, e che quindi farai una figuraccia), troppa stima di te stesso (credi che sia così grave fare una figuraccia che non ti concedi neanche il minimo rischio). Al di là di questa divisione generica, ogni volta che ti capita di sentirti intimidito, ogni volta che non saprai affrontare una situazione o una persona nel modo in cui vorresti farlo, fermati e concentrati per qualche secondo su come stai dentro. Meglio conoscerai il tuo mondo interiore e più sarà facile riconoscere e bonificare il terreno su cui germoglia la timidezza.

3. Sfidati.

Vivi il tuo rapporto con la timidezza come una sfida. Questo è il tuo obiettivo da raggiungere. Come un videogioco: devi portare il protagonista a sconfiggere il mostro finale, livello dopo livello. La vera direzione della sfida deve essere il superamento dei tuoi limiti, prendilo come uno sport estremo… Ti stupirai quando ti ritroverai a fare e dire cose che non avresti mai creduto. Poniti degli obiettivi, e giorno dopo giorno raggiungili. Oggi può essere chiedere un’informazione ad un passante, domani invitare una ragazza a ballare, dopodomani correre nudo per la piazza della tua città (ehm, in quest’ultimo caso ti prego di non fare il mio nome).

4. Fai un passo per volta.

Chissà perché, siamo fatti così. Le cose importanti sono anche le più sofferte: non avere fretta. Non cercare di passare dal nulla al chiedere alla signorina più bella del vicinato di uscire a mangiare una pizza con te. Questo risultato arriverà dopo un po’ di pratica, dopo un po’ di allenamento con lo strumento “faccia tosta”. Trova degli obiettivi che siano stimolanti ma non impossibili: tieni presente che un buon obiettivo, in questo caso, deve metterti un po’ a disagio. Hai ancora una vita davanti e la fretta non ti aiuta: cosa vuoi che sia, per esempio, un anno di tentativi, di cadute e di rialzate, in confronto ad una vita intera senza timidezza?

5. Esercitati.

Come per ogni cosa della vita, mettiti l’anima in pace: per avere dimestichezza devi allenarti, allenarti e allenarti. Non basta dire “da domani non sarò più timido”, magari! Ma dovrai dire: “da oggi ce la metterò tutta per essere un pochino meno timido di ieri”. L’esercizio ti farà affinare l’intelligenza e l’esperienza ti insegnerà ad affrontare ogni situazione, anche le più difficili.

6. Sbagliando, imparerai.

Non aver paura di tutte le volte che fallirai. Sbaglierai, è inevitabile. Ma puoi vivere i tuoi errori con la serenità di chi ha davanti a sé un obiettivo da raggiungere e non si lascia intimorire dalle cadute, perché ha la testa alta a guardare il traguardo. Quando cadrai ti rialzerai, e ti posso assicurare che ad ogni caduta sarai un uomo diverso, migliore e un poco più vicino alla meta.

7. Non sei così importante! :)

Naturalmente sto scherzando… Il concetto è che le persone che hai intorno (almeno la maggior parte) non hanno nessuna intenzione di osservare i tuoi difetti, ne tantomeno di ricordarseli. Giustamente tu sei al centro del tuo mondo, come io lo sono del mio, ma se farai una gaffe o se risulterai goffo è probabile che chi hai di fronte lo dimenticherà presto. E magari resterà più colpito da una battuta, da uno sguardo, da un sorriso.

8. Ridi.

Non credo che esista qualcosa di più entusiasmante di una risata. Ridere ti aiuterà a piacere di più agli altri, ma soprattutto a stare bene con te stesso. Ridere è una medicina favolosa. Non imparare a “ridere a comando”: risulteresti falso. Impara piuttosto a vedere il lato comico delle situazioni, delle persone, e queste ti faranno ridere di gusto. E ridendo (e facendo ridere) conquisterai le persone che hai intorno.

9. Ridi di te stesso.

Parola d’ordine: autoironia! Prenditi in giro, prenditi in giro spesso: sarà un ottimo esercizio. Comincia a farlo quando sei da solo (chessò, in macchina) per poi cominciare a farlo con i parenti e poi con gli amici più intimi, sino ad arrivare a prenderti in giro anche in presenza di persone appena conosciute. Ti farà diventare una persona più sicura, ti farà conoscere meglio i tuoi difetti ma ti permetterà di avere con loro un rapporto più “amichevole”. I tuoi difetti non sono tuoi nemici, ma dei compagni di avventura che possono anche farti sorridere.

10. Sei più bello, se sei imperfetto.

Ma certo! Questo è il vero punto del discorso: nessuno si ricorderà di una persona senza difetti, di una persona che non sbaglia mai, perché sono anche i difetti a dare colore alla vita. Fai sì che i tuoi difetti diventino i tuoi punti di forza e ricordati che danno sapore a ciò che fai, ma soprattutto spessore alla tua personalità.

Non si deve mai pensare alla strada tutta in una volta.

agosto 9th, 2010 § 8 comments § permalink

Ahi ahi… Le ferie son finite!

Ed eccoci di ritorno dalle vacanze. Belle, non riposanti, ma belle. Tanta famiglia, tantissime colichette, poco sonno e la giusta misura tra film e passeggiate. Per festeggiare il rientro alla (a)normalità vi trascrivo questa bella pagina tratta dal romanzo “Momo” di Michael Ende. Che ve ne pare?

Beppo Spazzino

Anche se si hanno molti amici, ce n’è sempre uno a cui si è particolarmente affezionati e un altro col quale si è più in armonia. Così era anche per Momo.

Aveva due amici cari che andavano da lei ogni giorno e con lei dividevano ogni loro bene. Uno era giovane e l’altro era vecchio. Momo non avrebbe saputo dire quale dei due le era più caro.

Beppo Spazzino abitava in una capanna che si era costruito non lontano dall’anfiteatro, rimediando mattoni, pezzi di lamiera e cartone catramato. Era di statura inusitatamente piccola e per giunta un briciolino curvo, per cui superava Momo di ben poco. Portava sempre un po’ inclinata sulla spalla la grossa testa sormontata da un ciuffo di capelli ispidi e – poggiati sul naso – un paio di occhialetti con montatura di metallo.

Molta gente era del parere che a Beppo Spazzino mancasse più di un venerdì, perché, se interrogato, lui si limitava a sorridere amabilmente senza dare una risposta. Lui pensava. E se reputava che una risposta non fosse necessaria, taceva. Se invece la credeva necessaria, ci rifletteva sopra. Talvolta passavano due ore e talvolta anche un giorno intero prima che si decidesse a rispondere. Nel frattempo l’altro, logicamente, aveva dimenticato la domanda fatta e le parole di Beppo gli parevano bizzarre; ancor più bizzarre di quel che erano di solito perché Beppo usava parlare a frasi staccate e in modo stravagante.

Soltanto Momo era capace di attendere a lungo e di capirlo. Sapeva che lui si prendeva tanto tempo per non dire mai qualche cosa di insincero. Perché, nella sua opinione, tutta l’infelicità del mondo nasceva dalle troppe menzogne, quelle intenzionali ma anche quelle involontarie, tristi frutti della fretta e dell’indecisione.

Ogni mattina, assai prima che venisse giorno, andava in città, sulla sua vecchia bicicletta cigolante, fino a un grande edificio nel cui cortile attendeva, con i suoi compagni, che gli dessero una ramazza e un carretto e gli assegnassero una strada da spazzare.

A Beppo piaceva quell’ora prima dell’alba, quando la città dormiva ancora. E faceva il suo dovere volentieri e a fondo. Sapeva che era un lavoro assai necessario. Quando spazzava le strade andava piano ma con ritmo costante: ad ogni passo un respiro e ad ogni respiro un colpo di granata. Passo-respiro-colpo di scopa. Passo-respiro-colpo di scopa. Di tanto in tanto si fermava un momento e guardava, pensieroso, davanti a sé. E poi riprendeva. Passo-respiro-colpo di scopa.

Mentre si muoveva, con la strada sporca davanti e quella pulita dietro, gli venivano spesso in testa grandi pensieri. Pensieri senza parole, pensieri difficili da comunicare, come un determinato profumo del quale si ha un vago ricordo o come un colore visto in un sogno. Dopo il lavoro, quando si sedeva vicino a Momo, le spiegava i suoi grandi pensieri. E poiché lei ascoltava in quel suo modo speciale, gli si scioglieva la lingua e trovava le parole adatte.

“Vedi Momo”, le diceva, per esempio, “è così: certe volte hai davanti una strada lunghissima. Si crede che è troppo lunga: che mai potrà finire, uno pensa.”

Guardò un po’ in silenzio davanti a sé e poi proseguì: “E allora si comincia a fare in fretta. E sempre più in fretta. E ogni volta che alzi gli occhi vedi che la fatica non è diventata di meno. E ti sforzi ancora di più e ti viene la paura e alla fine resti senza fiato…e non ce la fai più…e la strada sta sempre là davanti. Non è così che si deve fare.”

Pensò ancora un poco, poi seguitò: “Non si deve mai pensare alla strada tutta in una volta, tutta intera, capisci? Si deve soltanto pensare al prossimo passo, al prossimo respiro, al prossimo colpo di scopa. Sempre soltanto al gesto che viene dopo.”

Di nuovo s’interruppe per riflettere, prima di aggiungere: “Allora c’è soddisfazione; questo è importante, perché allora si fa bene il lavoro. Così deve essere”.

E poi, dopo una nuova lunga pausa, proseguì: “E di colpo uno si accorge che, passo dopo passo, ha fatto tutta la strada. Non si sa come…e non si è senza respiro”. Assentì, approvandosi, e disse a mo’ di chiusura:
“Questo è importante!”

E se non so cosa voglio dalla vita?

luglio 19th, 2010 § 16 comments § permalink

E se non so cosa voglio dalla vita?

Commentando il post “Come capire qual è il proprio obiettivo motivanteMarirose ci pone una domanda interessante:

E se non so cosa voglio? A trent’anni è grave, lo so… e ci sto davvero male… ci penso tutti i gg e mi rendo conto che vivere così non ne vale la pena…

Proviamo a dare una risposta che sia il più possibile sensata, considerando il fatto che, non conoscendo Marirose, potrei scrivere qualche sciocchezza. Non è affatto semplice rispondere a una domanda di questo tipo e il rischio di scadere nel banale è dietro l’angolo.

Cominciamo da qualche osservazione sulla domanda e su come questa viene posta, Marirose. “A trent’anni è grave…”, mi verrebbe da dirti: sei in buona compagnia! So che è una magrissima consolazione, ma oggi sono moltissimi i trentenni (ma anche i quarantenni e i cinquantenni) che “non sanno cosa vogliono”.

Al giorno d’oggi non ha più senso misurare certe cose in base all’età: a trent’anni si è troppo giovani per fare il Presidente della Repubblica ma troppo vecchi per fare il calciatore. Quindi, tanto per cominciare, ti sconsiglio la carriera da calciatore e ti invito a riflettere su quella di Presidente. :)

Scherzi a parte, non vivere la vita come una corsa contro il tempo. Tendiamo a pensare che “prima ci sistemiamo, meglio é”, che prima troviamo il nostro equilibrio e più ce lo godremo per il resto dei nostri giorni. Ma non è così: l’equilibrio non lo troveremo mai, perché la vita è, per sua natura, in bilico e l’equilibrio va ricercato momento per momento come l’equilibrista sul filo. La felicità è un momento che appena viene raggiunto si sposta un passo più in là.

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Motivare le persone alle quali hai dato un obiettivo.

giugno 10th, 2010 § 4 comments § permalink

Il Capo dà Obiettivi.

Cari lettori, mancano ormai un paio di settimane alla nascita della mia primogenita, Anna. Questo è il motivo per cui ho deciso di ridurre la mia presenza nel blog ad un paio di articoli settimanali (più qualche segnalazione quà e là). Cerco di restare un po’ più attivo sulla pagina di Facebook con qualche citazione. Sarà così per tutta l’estate. E sarà un’estate fantastica! :)

Veniamo al dunque…

Dopo aver letto Come capire qual’è il proprio obiettivo motivante, Sergio nei commenti propone una domanda:

“Motivare le persone ai quali hai dato obiettivi.. nell’ambito lavorativo in azienda piramidale.. qual’è il segreto per tenere alti i risultati?

La domanda è troppo interessante per lasciarsela sfuggire senza scriverne un post! :) Da ormai un po’ di anni sono un educatore: sebbene non abbia mai visto un’azienda in vita mia, ho una certa esperienza nel “dare obiettivi”.

Certo, non voglio dire che fare l’educatore ed essere manager di un’azienda siano la stessa cosa, ma facciamo un esperimento: io porto la mia esperienza e cerco di “trasportarla” in ambito aziendale, e voi fate il viceversa nei commenti. Se scriverò qualche baggianata, avrete pazienza.

Utilizzerò il termine “dipendente” qui in maniera generica, per indicare una persona che dipende, in qualche modo, da noi. Questi i punti che mi vengono in mente per rispondere a Sergio:

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Il Barattolo e l’esperimento di Paola.

giugno 2nd, 2010 § 3 comments § permalink

Sassi nel Barattolo

Paola Bonavolontà ha cominciato raccontando una storia. Una di quelle storie che circolano da tempo in internet: “Il Barattolo”. La cosa interessante è che Paola ha tratto da questo racconto uno spunto per creare qualcosa di innovativo: una specie di laboratorio di counselling virtuale, un luogo dove ognuno può (per gioco) lasciare il proprio racconto.

Si tratta di un esperimento in cui i partecipanti possono pubblicare il proprio racconto descrivendo il PROPRIO barattolo, cioè se stessi. Raccontare se stessi, garantisco io, è sempre liberatorio e terapeutico, e il potersi raccontare in via “metaforica” (il barattolo siamo noi) spesso è un aiuto a far uscire parti di noi a cui non pensavamo. Vi riporto la storia, così potete iniziare a dare una “leggiucchiata”.

Un piccolo appunto. Visto che questo è un blog macho per veri machi (ovviamente scherzo, non montatevi la testa), Paola osservava che fin’ora hanno partecipato solo donzelle. Ragazzi, avanti, non siate timidi…

Partecipate all’esperimento del Barattolo sul blog di Paola.

Ecco la storia:

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Trasformare i sogni in desideri, i desideri in progetti, i progetti in realtà.

maggio 31st, 2010 § 18 comments § permalink

Sogni, Desideri, Progetti.

Sogni…

Etimologia Sogno

Fonte | Etimo

I sogni ad occhi aperti, dal momento che la fantasia è importantissima nella nostra vita, sono un potente mezzo per ottenere felicità. Si tratta di una felicità in qualche modo “vera”, ma anche parziale, in quanto resta dentro di noi e non ha riscontro nel mondo reale.

Un esempio concreto? Il metodo più noto di fantasticare, anche se spesso non è riconosciuto, è l’uso della televisione (sarebbe meglio dire “un certo” uso della tv): ci si proietta in situazioni non reali e lontane dalla nostra vita. Per molte persone questo è l’unico motivo per cui la si guarda. Pensiamo al celebre “gioco dei pacchi”: perché tanta audience? Non vi era altro motivo per guardarlo se non l’immedesimarsi in un altro. Un altro che stava per vincere un sacco di soldi senza averli in alcun modo meritati.

Un processo simile si attiva per le fiction, dove una storia banale e nazionalpopolare ci catapulta in una realtà piena di amori corrisposti e lieti fine, dove i protagonisti trovano sempre una strada per giungere alla felicità, o mal che vada per diventare eroi. Purtroppo nella vita vera, finché si resta inchiodati alla tv si sprecano energie mentali (ué, si generalizza, eh). Un’evasione che ci impedisce di riconoscere che forse abbiamo bisogno di “altro” e di conseguenza impedisce una presa di posizione per cambiare la situazione.

Vabbé, la sto prendendo un po’ “alla larga”, cerchiamo di venire al dunque. Certo, il sogno ad occhi aperti è un aspetto del pensiero del quale non potremmo fare a meno:

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Invictus: la Poesia

maggio 28th, 2010 § 3 comments § permalink

Invictus - Poesia

Invictus

“Invictus” è una poesia scritta dal poeta inglese William Ernest Henley (1849-1903). Il titolo proviene dal latino e significa “invitto”, ossia “mai sconfitto”.

Sin da bambino il poeta fu affetto da una grave forma di tubercolosi ossea che non gli impedì, però, di proseguire i suoi studi e di tentare la carriera giornalistica. A 25 anni i medici furono costretti ad amputargli al gamba per permettergli di sopravvivere, ma Hanley, da autentico “Invictus”, non si diede per vinto e visse per altri 30 anni con una protesi artificiale. Morì a 53 anni.

La poesia Invictus fu scritta proprio sul letto di un ospedale.

La Poesia

Dal profondo della notte che mi avvolge,
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro,
ringrazio gli dei chiunque essi siano
per l’indomabile anima mia.

Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l’Orrore delle ombre,
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.

Invictus: la poesia al cinema

Foto | Il Brigante

Essere Imprenditori della Vita, Investire in Felicità.

maggio 24th, 2010 § 16 comments § permalink

Imprenditori della propria vita.

La parabola del commerciante.

Come il commerciante accorto eviterà di investire il proprio capitale in un unico ramo, così la saggezza della vita consiglierà forse di non aspettarsi tutto il soddisfacimento da una sola aspirazione. Il successo non è mai garantito, dipende dal concorso di molti fattori, forse soprattutto dalla capacità della costituzione psichica di adattare la propria funzione all’ambiente e di usarlo per trarne piacere.

Sigmund Freud

Diventare imprenditori della propria vita.

Può piacere o non piacere, ma il buon vecchio Freud, per molti aspetti, ci ha visto lungo. Da dove ci aspettiamo che derivi la nostra felicità? Quante fonti abbiamo eletto come primarie, dalle quali estrarre la preziosa sensazione? Se una di queste fonti dovesse cadere, ci ritroveremmo (per dirla in maniera tecnica) col culo per terra, oppure abbiamo delle alternative? L’amore, il sesso, la famiglia, il lavoro, il denaro, i figli, gli amici, i parenti, la casa, il blog, il successo, la carriera, il proprio orticello, la conoscenza, l’avventura… Quante fonti possono dare felicità all’uomo?

L’imprenditore accorto non investe tutti i suoi beni in un unico ramo. Se vogliamo essere imprenditori della nostra vita e vivere questa avventura come una sfida al maggior guadagno possibile (ovviamente non stiamo parlando di guadagno monetario) dobbiamo fare delle scelte oculate, dei buoni investimenti. Dobbiamo diversificare, principalmente per due motivi: primo, non esiste un ambito che da solo possa riempire completamente le tasche dell’imprenditore, così come non esiste nulla che, da solo, possa dare una completa e profonda felicità a una persona; secondo, se crolla un ramo ne avremmo un altro a cui aggrapparci.

Quanti di noi hanno speso un periodo della propria vita o, nei casi peggiori, tutta la vita stessa per un’unica, grossa causa? Non credo sia la strada migliore: aspettarsi tutto da una sola fonte è quantomai ottimistico e, presto o tardi, questa fonte ci deluderà. Chi ha investito la propria esistenza nella carriera, chi in un rapporto troppo stretto con il partner, chi per una causa religiosa e chi si è dedicato esclusivamente all’avventura si troverà alla fine del suo viaggio con molti ricordi, un po’ di malinconia, forse qualche storia da raccontare e un certo amaro in bocca.

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Julio Velasco: gli schiacciatori non parlano dell’alzata. La risolvono.

maggio 18th, 2010 § 9 comments § permalink

Julio Velasco

Lasciamoci toccare dalle parole di Julio Velasco, l’allenatore argentino che ha vinto praticamente tutto con la nazionale di pallavolo italiana.

L’attaccante schiaccia fuori perché la palla non è alzata bene, ma la palla non è alzata bene perché chi riceve non lo fa nel migliore dei modi. Quest’ultimo, poverino, non può a sua volta scaricare la colpa sull’avversario che la batte troppo forte ed è costretto, suo malgrado, a interrompere la catena di scarica barile che Velasco definisce cultura degli alibi.

Se la realtà è come è, e non come io voglio che sia…

Senza voler passare all’estremo opposto e molto americano del puoi tutto ciò che vuoi, dobbiamo perdere la cattiva abitudine di trovare cause ai nostri problemi che siano “fuori di noi”. Quando ci si presenta un problema, quando non raggiungiamo un obiettivo, certamente possiamo attribuire molte colpe ad altre persone, alla sfortuna, al destino, ma troppo spesso le cause esterne ci servono da scuse per non ammettere la nostra parte. Se da un lato questo salvaguarda la nostra autostima (che è molto labile, non vi pare?) dall’altro ci impedisce di lavorare sugli unici fattori che potremmo realmente modificare per puntare al successo: noi stessi!

Beh, prima di continuare vi mostro il video, che poi mi dite che sono troppo prolisso. :) Buona visione.

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Come capire qual’è il proprio obiettivo motivante?

maggio 14th, 2010 § 18 comments § permalink

Cari lettori, con l’autorizzazione del mittente pubblico una mail che mi è giunta in questi giorni. L’autore della mail gradirebbe, oltre al mio parere che ha già ricevuto, sapere cosa ne pensano i lettori di Pillole di Psicologia. Dateci dentro!

:)

La mail: qual è il mio obiettivo motivante?

Ciao Andrea,

[breve presentazione]

Bel blog molto interessante e ben fatto. Da una vita mi occupo e appassionano dinamiche psicologiche e comunicazione interpersonale. Leggevo il tuo post sul lavoro e io, come tanti, ancora non ho trovato ciò che mi appassiona o ‘forse’ me lo nascondo per paura… leggendo poi il discorso sulla motivazione mi è venuta una domanda da porti. Da tempo sono convinto che la motivazione è ciò che ti attira all’obiettivo, che sia intrinseca o estrinseca. A volte capita di porsi obiettivi, che lì per lì ‘senti’ e ti sembrano ‘tuoi’ e motivanti ma poi mi capita di perdere motivazione.

Ora, secondo te, quando ci si fissa un obiettivo da conseguire ma o non si agisce concretamente per ottenerlo o nel tragitto si spegne la motivazione significa che è l’obiettivo fissato che poi non è così motivante per la persona o che la persona non è capace di tenere, come si dice oggi, il focus e si spegne strada facendo? Come fare, secondo te, a capire quale è il proprio obiettivo motivante?

Un saluto e grazie dell’attenzione

A presto

[Lettera Firmata]

La risposta.

Caro A.,

ti ringrazio per la stima e per la domanda che mi poni, poiché è molto interessante e stimola a riflettere. Provo a buttare giù qualche pensiero tra i tanti che mi hai fatto venire in mente. Così, senza la presunzione di una risposta definitiva (raramente ho risposte definitive).

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Perché cambiare lavoro? 10 ottime motivazioni.

maggio 10th, 2010 § 66 comments § permalink

Navigavo di qua e di là, e a un certo punto mi ritrovo davanti gli indicatori di salute al lavoro secondo Psicologia e Dintorni. Chi non si è mai lamentato del proprio lavoro? Chi non ha mai pensato di cambiarlo, per poi trovarsi di fronte all’evidenza che lo stipendio, a fine mese, serve? Chi non alterna momenti di entusiasmo, fasi di relativo benessere e giorni di sconforto, quando pensa al proprio lavoro? Quel post, ho pensato, merita un approfondimento.

Come distinguere una semplice fase passeggera da un più consistente segnale che quel lavoro non fa realmente per voi? È il momento di prendere in mano la situazione. Vediamo dieci indicatori per i quali potrete dire: questo lavoro non fa per me.

1. Insofferenza nell’andare al lavoro.

Se al mattino faticate a sollevare le stanche membra dal letto, non è solo a causa del sonno. Se quando salite in auto, o sul treno, vi viene il magone al pensiero di dover trascorrere otto ore lavorative, forse è ora di pensare che non siete condannati a soffrire. Insomma, come è ovvio, il primo e più evidente indicatore che un certo lavoro non fa per voi è che quel lavoro non vi piace, che lo sopportate a fatica.

Aumentano le ore di assenza, una lieve influenza vi spinge a chiamare il medico per un certificato, ciò che succede al lavoro non vi interessa. Un buon metodo per capire se il malessere è dato proprio dal lavoro, è pensare a quando non siete sul posto di lavoro: come state? Siete felici? E dopo un periodo di assenza, per malattia o ferie, ne sentite la mancanza?

2. Desiderio di cambiare l’attività lavorativa.

Subito dopo l’insofferenza arriva il desiderio di cambiare lavoro. Potete riconoscerlo perché vi ritrovate più volte a sognare ad occhi aperti, ad immaginare la vostra vita futura in un altro contesto lavorativo. Quelli che inizialmente sono semplici sogni, prendono via via consistenza sino a diventare desideri e poi, nei casi più fortunati, progetti. Le occhiate innocenti agli annunci di lavoro si fanno più frequenti.

3. Alto livello di pettegolezzo.

Il pettegolezzo serve a sfogarsi, a volte è visto come l’unico modo di reagire e sentirsi meno impotenti. Per quel che ne so, un certo livello di pettegolezzo nei confronti del proprio datore di lavoro è comprensibile, ma diventa sintomo di un problema quando interferisce sull’attività lavorativa o nel rapporto tra i colleghi. Se sentite un irrefrenabile impulso nei confronti di questo genere di scambio di opinioni, potete iniziare a mettere in dubbio o la vostra integrità morale oppure il lavoro che svolgete.

4. Covare risentimento verso l’organizzazione.

Il pettegolezzo è spesso legato al risentimento. Se sopportate malvolentieri le persone che lavorano al vostro fianco, o quelle che vi coordinano, o i vostri clienti/pazienti/utenti, come possiamo pensare che questo sia il lavoro che fa per voi? Nessuno di noi gradisce trascorrere circa otto ore quotidiane con persone che non stima. In alcuni casi il risentimento si manifesta con aggressività non giustificata, scatti di rabbia che non hanno un reale motivo di esistere, se non il fatto che siete saturi.

5. Disturbi psicosomatici.

Siamo formati da un unico organismo. Corpo… Mente… Alcuni ci mettono anche l’anima… Quel che è certo è che ogni aspetto influisce sugli altri molto più di quello che pensiamo. Se le vostre difese immunitarie ultimamente sono calate ci sono certamente mille motivi, ma considerate anche che forse il lavoro vi sta stressando più di quanto dovrebbe. Per alcuni è lo stomaco, per altri la testa, per altri ancora un esteso senso di fiacchezza: non è che il corpo vi sta dicendo qualcosa?

6. Sentimento di irrilevanza.

Massì, tanto… Vi trovate spesso a pronunciare questa frase? Il fatto è che il lavoro che state svolgendo è molto importante per qualcuno, ma se lo è solo per il vostro datore di lavoro è un problema. O questo mestiere non fa per voi, o voi non fate per lui. Ciò capita spesso a chi lavora per accrescere un profitto altrui: se non si trovano forti motivazioni interne nella propria crescita professionale, l’entusiasmo è destinato a sfiorire.

Peggio ancora se vi sentite inutili oppure se non vi riconoscete negli ideali o nel modo di agire dell’organizzazione di cui fate parte. È l’anticamera del cambiamento. A voi scegliere se ponderato e graduale oppure improvviso e dato dal non ce la faccio più.

7. Lentezza nella performance.

Se avete perso lo smalto di un tempo, oppure se lo smalto non lo avete mai avuto, potrebbe essere che avete abbracciato un principio new age del tipo “vivi con lentezza”, con somma gioia del datore di lavoro e dei colleghi che dovranno loro malgrado abbracciare il principio del “fai velocemente ciò che non ha fatto il tuo collega new age”. Oppure potrebbe essere che siete meno motivati. Attenzione a questo indicatore.

8. Confusione organizzativa.

Dimenticate gli impegni? Commettete molti errori? Vi sentite confusi e spesso non sapete da che parte cominciare? Sbagliare è umano, e su questo non ci piove, il vostro lavoro sarà seriamente incasinato, e qui ci sto, ma, santo cielo, valutate l’idea che forse cambiando lavoro fareste di meglio. Con cara pace del senso di colpa e una bella iniezione di autostima.

9. Venire meno alla propositività.

Uno degli istinti di base dell’uomo, da quando è sceso dagli alberi (e ora non venite a dirmi che siete di quelli che l’uomo non deriva dalle scimmie), è quello di creare. Creare utensili, creare relazioni, creare case, creare figli, creare idee. Se di fronte ad un problema il vostro istinto di creare una soluzione è sfiorito, se non create proposte, idee, se non introducete novità, probabilmente state lavorando in maniera scialba. Probabilmente il mestiere che state svolgendo non permette al vostro istinto creativo di emergere.

10. Aderenza formale alle regole.

E detto tutto questo, aderite ancora alle regole?! Il motivo è molto semplice, o in quelle regole ci credete, ma lo escludiamo perché questo punto parla di aderenza formale, oppure avete perso la speranza di cambiare le cose. Cercate di mantenere una facciata di adesione, perché tanto non serve a niente… Anche in questo caso, e per l’ennesima volta, non è arrivato il momento di cambiare lavoro?

Altri 10 motivi per cambiare lavoro.

E ancora, ecco altri 10 concretissimi motivi, tratti da Diario di Bordo. È il caso di cambiare lavoro se:

1. Sentite di non avere più niente da imparare.

2. Ritenete di essere sottopagati rispetto all’impegno profuso.

3. Comprendete di avere bisogno di nuovi stimoli.

4. Credete che potreste dare molto di più di quello che state dando.

5. Ritenete che potreste lavorare di meno, guadagnare di più e vivere meglio.

6. Desiderate lavorare in modo più organizzato e preciso.

7. Ambite ad entrare a far parte di un nuovo settore.

8. Ritenete che potreste impiegare le vostre energie e le vostre capacità in modo migliore.

9. Ambite a ricoprire incarichi di maggiore responsabilità.

10. Sentite di dovervi dirgere verso una nuova direzione e desiderate fare nuove esperienze.

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La Ruota del Cambiamento.

aprile 6th, 2010 § 30 comments § permalink

Questo è un articolo a quattro zampe scritto con Mrs Quentin Tarantella.

Ruota del Cambiamento

Quante volte, nella vita, ci siamo imposti un cambiamento… o perlomeno ci abbiamo provato. Cambio lavoro, mi metto a dieta, smetto di fumare, sarò più ordinato, comincio a correre, mi iscrivo in palestra… Non è per niente facile tenere fede a questi propositi, piccoli o grandi che siano, e spesso sono destinati a fallire ancora prima di cominciare. Perché? Probabilmente perché è sbagliato l’approccio con cui li avviciniamo.

Questa riflessione è tratta da un lavoro di Prochaska e Di Clemente ideato per il trattamento psicoterapeutico di persone obese. Se faremo nostra la ruota del cambiamento ci saremo risparmiati un paio di colloqui psicologici! Lo psicologo più capace, quello che meglio può comprenderci e aiutarci, siamo noi stessi.

Veniamo al dunque. Immaginate una ruota coi suoi raggi. Immaginate che per attuare un cambiamento dobbiate entrare nella ruota, affrontare uno per uno tutti i suoi raggi e dopo un giro completo uscire nella stessa posizione ma con una differenza: il cambiamento è avvenuto con successo.

La ruota del cambiamento.

Ora leggete le fasi (i raggi) che compongono la ruota. Studiatele e meditatele una per una. Cercate di capire in che fase vi trovate e per quale cambiamento, cercate di capire la fase successiva a cui puntare per evitare di ristagnare in un inutile quanto frustrante tentativo di cambiamento in fase di stallo.

Precontemplazione

Beata ignoranza. Non sappiamo di avere un problema. Non vogliamo riconoscere di avere un problema. Generalmente la mente attua dei meccanismi di difesa perché questo avvenga (nel post sul disimpegno morale parlo di quelli “morali”), ovvero delle resistenti barriere che ci impediscono di vedere le cose come stanno. Utili, perché spesso avere un problema è più comodo che non averlo. Pensiamo ad uno studente che soffre di problemi di salute a causa dei quali non riesce a sostenere esami universitari. Non è molto più comodo avere un’ottima scusa per spostare il problema all’esterno, piuttosto che assumersi la responsabilità degli esami che falliscono?

Il primo passo verso il cambiamento è che ne sia riconosciuta la sua necessità. Se la motivazione resta estrinseca, ovvero se ci è data da altri senza che noi per primi sentiamo il bisogno di cambiare, non se ne farà niente. Pensiamo ad una donna che si mette a dieta solo su richiesta del proprio partner, che possibilità avrà di successo? Se non riconosciamo di avere un problema, non lo risolveremo mai.

Infatti il fumo non fa male: avete il fiatone dopo mezza rampa di scale, ma sarà perchè state salendo della suocera ed è tutta ansia. Tossite come il motore ingolfato di una Prinz del ’78, ma è colpa dei mali di stagione. Il vostro sorriso non è proprio bianco e scintillante come un tempo, ma è meglio perché il beige si intona con la giacca di velluto marrone che altrimenti non sapevate con cosa abbinarla.

Contemplazione

Contemplazione.

Una volta stabilito di aver bisogno di attuare un cambiamento siamo entrati nella ruota. Non siamo ancora pronti per l’azione e forse non è ancora il caso: non conosciamo ancora abbastanza bene il problema che vogliamo risolvere e le insidie che il cambiamento nasconde. In questa fase siamo consapevoli che qualcosa della nostra vita stona, ma non sappiamo come modificarlo, in che direzione spendere le nostre energie.

Questo è un raggio della ruota del quale non possiamo fare a meno. È più importante di quel che crediamo. Se ci buttiamo nel cambiamento senza una sana e profonda contemplazione probabilmente la nostra motivazione è labile e non ci porterà lontano. Questa fase può durare anche molto tempo, basta pensare a una persona in sovrappeso che crede di non poter riuscire a dimagrire: quanto tempo può passare prima che decida di cominciare una dieta?.

Ok, il fumo fa male, ma sto per lasciare la mia ragazza magari smetto poi. Anche se… Massì, in fondo so che il fumo non fa bene, magari smetto, così la mamma la smette di sfinirmi con storie sui morti di tumore, che ho 57 anni e forse finalmente mi permette di andare a vivere da solo. Insomma! Il fumo fa male, ma riuscirò mai a smettere?

Però, il cambiamento va vissuto da protagonisti…

Determinazione e programmazione

Fantastico, abbiamo un problema. I casi sono due: o scegliamo di tenercelo e restiamo incagliati nel primo raggio della ruota o decidiamo di risolverlo e, da grandi strateghi del cambiamento, pianifichiamo la nostra tattica. Questo è il momento giusto per informarsi su internet, per chiedere informazioni e sostegno agli amici che ci sono già passati, per capire qual è il nostro personale stile di cambiamento.

Questo è il momento giusto anche per fare delle prove, per saggiare le acque. Famosa su internet è la prova dei 30 giorni, ideata da Steve Pavlina, che prevede di attuare un cambiamento per soli trenta giorni. Per farla breve, il vantaggio sta nel fatto che ci sentiremo meno oppressi all’idea che la situazione faticosa ha una fine ben precisa. Dopodiché valuteremo pro e contro del cambiamento e sceglieremo se attuarlo in via definitiva. Personalmente resto scettico nei confronti di questa strategia, ma altri ne parlano molto bene. Lascio a voi il giudizio.

Tant’è che da settimana prossima smetto, nel frattempo mi informo su internet, mi iscrivo in palestra, lascio la mia ragazza che è iscritta al club dei tabagisti convinti, pondero di tagliarmi le dita con le quali abitualmente fumo, ma non mi sembra una buona idea perché sono le stesse che uso per chattare su facebook e giocare ai videopoker, inizio a leggere un nuovo libro, compro le gomme da masticare, parlo del mio progetto agli amici. Cerco di focalizzarmi sulla fase successiva: l’azione.

Azione

Pronti, partenza, via. Il cambiamento viene concretamente messo in pratica. Questa fase costa dolore e fatica, perché ciò a cui abbiamo rinunciato potrebbe essere ancora importante. Una persona che decide di lasciare un partner con cui ha condiviso momenti importanti della propria vita, per quanti mesi ne sentirà ancora il profumo? Per quanto tempo sentirà così vuota la parte di letto che una volta era riempita con tanto volume affettivo?

Oppure, il nostro organismo non è ancora abituato alla novità: come nel caso di un provetto runner che la mattina, dopo aver corso per ben 8 minuti, si sente come se un rinoceronte gli avesse pascolato sulla schiena.

Questa è la fase in cui il cambiamento è ancora una novità: non c’è nessuna abituazione. Può durare anche molti mesi. Dipende principalmente dalla nostra elasticità mentale o fisica, ma quel che è certo è che non deve spaventarci: sarà normale sentire un senso di vuoto (come se mancasse qualcosa), sarà normale avere dei ripensamenti e sarà normale fare una dannata fatica a tenere insieme i pochi risultati che stiamo raccogliendo.

Smetto di fumare. Esco con gli amici. Mi viene voglia di fare un tiro, ma porto sempre con me un martello col quale colpirmi la lingua o le parti basse: il dolore mi fa dimenticare la voglia di fumo. Faccio pace con la mia ragazza, a lei le dita le taglio, tanto non gioca ai videopoker. In fin dei conti le rampe a due a due e senza fiatone mi fanno godere. Mi arrabbio col capo e… accendo una sigaretta. Ma la spengo senza fumarla aspirandone il fumo nell’aria con un velo di rimpianto. Una parte di me è morta, è quasi fatta.

Mantenimento

Cambiamento attuato. Ora si tratta di portarlo avanti, di consolidarlo. Attenzione, perché questa fase è tutt’altro che scontata: il rischio di inciampare è molto alto. Basta un ricordo, una sensazione, un momento di debolezza…

Durante la fase di mantenimento è bene essere molto rigidi con noi stessi. La ricaduta è dietro l’angolo e non bisogna permettere al nostro organismo di riprovare le sensazioni piacevoli di un tempo, finché queste non saranno del tutto dimenticate. “Massì, ne fumo una…” non è una buona frase da sentir dire a un ex fumatore che si trova in questa fase.

È anche per questi motivi che faccio parte di quelle persone che non credono nell’amicizia dopo una storia d’amore interrotta. Almeno non fino a che siamo certi di aver superato anche la fase di mantenimento. Ovvero dopo alcuni anni. Questa fase può portare a due esiti: la ricaduta oppure l’uscita definitiva.

Non fumo più da due anni. Non fumo, ho detto che non fumoooo. Nemmeno dopo aver fatto l’amore con Monica Bellucci: non fumo! Sto bene, così…respiro e sento di nuovo odori e profumi, anche quello di Monica Bellucci. Ogni tanto mi torna il desiderio, ma raramente e in quei casi contatto Monica Bellucci che nel frattempo si è innamorata di me perché trova irresistibili i tipi che raggiungono e mantengono i propri obiettivi.

Ricaduta

Ricaduta.

Non ce la si fa. Il vecchio comportamento ricomincia e il cambiamento è inesorabilmente fallito. Ora, l’unica possibilità è di ricominciare la ruota daccapo. Purtroppo capita spesso, e a tutti, di trovarsi in questa fase. Superato lo sconforto iniziale, non cerchiamo di non pensarci: per prima cosa dobbiamo capire quale delle fasi precedenti non è stata affrontata nel modo corretto.

Non abbiamo contemplato correttamente il problema? Non avevamo sufficiente motivazione oppure essa era esterna? Siamo certi di aver usato le giuste strategie? Il tipo di cambiamento era ben tarato su di noi? Abbiamo agito sufficientemente a lungo? Lo abbiamo fatto da protagonisti? Il mantenimento è durato abbastanza? Siamo stati abbastanza rigidi con noi stessi? E poi, di base: ci conosciamo abbastanza?

Una ricaduta non è inutile: se sapremo attribuire le giuste cause al fallimento, saremo anche capaci di evitarlo in futuro. Questa fase, più delle altre, ci insegna molto di noi stessi e del nostro funzionamento.

Ricomincio a fumare. E va beh! Colpa della suocera. Del capo. Della fidanzata. Del marito. Di Monica Bellucci, che mi ha mollato perché non sopporta i tizi che indossano giacche di velluto marrone. Però forse è anche un po’ colpa mia… Mi sento triste e demotivato, passi per Monica Bellucci, che senza le dita non è il massimo, ma alle scale a due a due ormai ci avevo preso gusto!

Uscita definitiva

È fatta! Il cambiamento è riuscito, ora non costa più fatica né dolore. Le tentazioni, se ci sono, sono poche. Possiamo goderci appieno i vantaggi offerti dal cambiamento che abbiamo attuato: libertà, salute, sicurezza e chi più ne ha più ne metta. Senza contare che un obiettivo raggiunto accresce la nostra autostima e ci favorisce nel raggiungimento dei prossimi obiettivi in un circolo virtuoso idealmente senza fine.

Facciamo attenzione a come abbiamo affrontato questa ruota del cambiamento, perché probabilmente si tratta del modo giusto per noi. Ora siamo pronti a ri-entrare nella ruota con un nuovo obiettivo.

Non fumo più, l’odore del fumo non mi fa più alcun effetto. Sto bene, senza fumo. Monica ha chiesto di tornare con me, ma ho rifiutato perché voglio dedicare la mia vita al vertical running. E mi sento bene perchè ho fatto una cosa da solo e per me stesso. Sono orgoglioso di me…

p.s. la storia del fumo delle sigarette è un’invenzione: non fumo e me ne guardo bene. Ah, anche la storia di Monica Bellucci è un’invenzione. In realtà non le ho tagliato le dita, ve ne sareste accorti.

E voi, in che fase vi trovate?

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Fai-da-te per almeno tre buoni motivi.

marzo 9th, 2010 § 1 comment § permalink

Fai Da Te

Già, ci sono almeno tre buoni motivi per cui il fai da te conviene. Ma, prima di tutto, rispondo alla domanda che certamente vi starà sorgendo spontanea: “ma cosa diavolo centra il fai da te con un sito sulla psicologia?” Beh, la risposta è relativamente semplice: se la psicologia è la “dottrina dell’anima” (etimologia qui), che studia la morale e l’intelligenza umane, credo che poche cose si avvicinino alla psicologia come l’uso delle proprie mani per costruire utensili, strumenti, risorse e qualsiasi cosa possa essere utile per noi e per gli altri.

“Già, ma vieni al dunque”, direte voi. Presto fatto, i motivi per cui il fai da te è un balsamo per la nostra anima sono innumerevoli, mi limito ad evidenziare i tre più ovvi (e se qualcuno lo desidererà, potrà incrementare la lista nei commenti).

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Testa, mani e cuore per una vita felice.

marzo 1st, 2010 § 0 comments § permalink

Testa Mani e Cuore per una Vita Felice

questa è una piccola ricetta per la ricerca della felicità. Facile e immediata come quelle di una volta, e altrettanto profonda. Forse più facile a dirsi che a farsi: la felicità deriva dall’uso quotidiano di testa, mani e cuore.

La Testa

Rappresenta l’uso della ragione, lo studio, la cultura. Alcuni esempi sono la meditazione, lo studio, la lettura, la buona musica.

Gli uomini colti sono superiori agli uomini incolti
nella stessa misura in cui i vivi sono superiori ai morti.

Aristotele

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Non sottovalutiamo l’intelligenza naturalistica.

febbraio 25th, 2010 § 0 comments § permalink

Intelligenza Naturalistica

Abbiamo recentemente parlato delle intelligenze multiple secondo Gardner, e abbiamo detto che l’intelligenza non è unica e inammovibile ma che sotto questo nome sono compresi moltissimi aspetti differenti tra di loro. Non abbiamo ancora detto che Gardner ha successivamente individuato un’ottava intelligenza, quella naturalistica.

L’intelligenza naturalistica è la capacità di “assaporare” la natura, di entrare in contatto con essa. Non è da sottovalutare, in quanto chi ha una spiccata intelligenza di questo tipo gode solitamente di un ottimo benessere.

Copio e incollo qui un pezzo tratto da HomeMadeMamma, e ne approfitto segnalare il sito (soprattutto alle mamme e alle maestre). Il post è riferito principalmente ai bambini, ma credo si possa tranquillamente estendere anche agli adulti.

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Riconoscere la propria intelligenza tra le 7 proposte da Gardner.

febbraio 14th, 2010 § 2 comments § permalink

7 Intelligenze - Cervello.

Solitamente tendiamo a pensare che l’intelligenza sia quella cosa che ci permette di risolvere ardui compiti di matematica o, al massimo, di leggere velocemente un libro. Nulla di più errato, secondo Howard Gardner. Il noto professore dell’università di Harvard sostiene infatti che le intelligenze siano ben 7, e tutte diverse. Naturalmente ognuna influisce sull’altra, così come altri fattori influiscono su tutte (autostima, motivazione, etc), ma sono sufficientemente indipendenti per poter essere considerati dei nuclei a sé. Potremmo quindi ottenere ottime prestazioni in alcuni ambiti, pessime in altri. Vediamo quali sono:

Intelligenza Logico-Matematica:

È, diciamo, quella classica, quella del Quoziente Intellettivo. Per molti anni si è pensato che “intelligenza” fosse solo ciò. Riguarda la capacità di svolgere calcoli numerici, risolvere problemi logici (teorici e pratici).

Intelligenza Linguistica:

È la capacità di leggere e capire un testo, di ascoltare e comprendere una storia, di produrre un discorso con padronanza di vocabolario, di apprendere le lingue
straniere.
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Dove trovare la motivazione: estrinseca ed intrinseca.

febbraio 7th, 2010 § 0 comments § permalink

Grande Motivazione.

Potremmo definire la motivazione, in maniera più pratica che accademica, come la forza che ci spinge verso un determinato obiettivo. Più sarà forte la motivazione, maggiori saranno le probabilità di fare centro. Sarebbero moltissime le cose da dire a riguardo della motivazione, ma per ora ci concentriamo su una distinzione di base: motivazione estrinseca ed intrinseca.

Motivazione estrinseca

Nella motivazione estrinseca rientrano tutti quegli scopi che non riguardano direttamente l’attività che si sta svolgendo; giusto per fare qualche esempio: uno studente che vuole laurearsi per trovare un lavoro più remunerativo, una persona che sceglie un determinato lavoro per essere ammirata, un’altra che fa jogging per dimagrire, e così via…

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Where Am I?

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