Carnevale della Fisica: l’Arte di raccontare la Fisica ai Giovani di oggi.

giugno 28th, 2010 § 3 comments § permalink

Il Carnevale della Fisica

Ok, sono un povero peccatore

A causa del mio pessimo rapporto con la puntualità e le scadenze, questo post vi arriva con il “dovuto” ritardo. Ma quando si sceglie un blogger preferito lo si prende tutto, nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte… Ah, a proposito di matrimoni: l’ultimo post, quello sui matrimoni, ha scatenato una serie di commenti molto interessanti che vi invito a leggere e ai quali potreste replicare, se vi va.

Comunque, dicevamo: accolgo oggi l’invito di Emanuela a partecipare al Carnevale della Fisica (invito che, a proposito di scadenze, scade esattamente domattina). Insomma, qualche settimana fa mi viene chiesto di scrivere un articolo su “Fisica e Arte”. Io accetto forte del mio entusiasmo per le sfide, salvo poi ricordarmi che le mie nozioni di “Fisica” si limitano al sapere che gli oggetti cadono, generalmente, verso il basso. Non che le competenze sull’Arte vadano molto meglio: so giusto che La Venere di Botticelli è un dipinto di Michelangelo, ma non molto di più.

Cosa c’entro con “Arte e Fisica”?

In poche parole, mi sono messo in un pasticcio. Ma non mi sono dato per vinto e mi sono detto: Andre, la Fisica, prova a pensare a cosa rappresenta per te la Fisica. Mi sono risposto che Beh, per me la Fisica è la curiosità di scoprire i meccanismi che stanno dietro agli eventi del mondo, un po’ come la psicologia cerca di capire i meccanismi che stanno dietro ai processi della mente. Insomma, la Fisica, come la Psicologia, nasce da un forte desiderio di non fermarsi alla superficie delle cose, un voler scendere in profondità per meglio capire cosa accade intorno e dentro di noi.

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Essere creativi in educazione: l’esperimento dell’acqua fredda e dell’acqua calda.

aprile 22nd, 2010 § 10 comments § permalink

Settimana scorsa c’è stato un pomeriggio di studio un po’ così, in comunità. Cielo grigio e pioggerellina non facilitavano il buon umore. I ragazzi si accasciavano sui libri di scuola come mosche nel moschicida. E io sono ispirato per scrivere questa introduzione irta di similitudini come un porcospino lo è di spine.

In casi come questo le possibilità sono circa due. La prima è soccombere nella noia e lasciare che la nave vada lentamente a picco portandosi negli abissi marinai e capitano, nella certezza che l’indomani sarà un giorno migliore. La seconda è provare a tirare fuori quell’idea creativa, che possa sovvertire le leggi del divertimento/noia (e magari farmi smettere di scrivere cazzate), cambiare il corso degli umori e riprendere i minuti di una giornata uggiosa con tutta un’altra ottica.

La prima possibilità (soccombere) è una possibilità di tutto rispetto, e non lo dico con sarcasmo. Perché molte volte le nostre umane energie non ci consentono di trovare “quell’idea”, magari è venerdì pomeriggio, magari avevamo già dato tutto. Non escludo mai l’ipotesi di fermarmi e dire: “Io per oggi ho dato il massimo, ora non riesco ad andare oltre l’ordinario: ci sono, ma non chiedetemi giochi pirotecnici. Ragazzi, siete in gamba abbastanza per farcela da soli”. Essendo tutti noi esseri umani (mi leggono solo esseri umani, vero?) è inutile negare che a volte scegliamo questa prima strada: l’importante è che questa “strategia di sopravvivenza” non prenda il sopravvento.

La seconda possibilità, invece, è molto più faticosa ed avvincente. A volte si fonda sulla creatività del singolo educatore/genitore/professore, altre volte sullo spirito di gruppo degli adulti (equipe educativa, genitori, team di professori). Altre volte ancora sul fattore “C” (c, per chi non lo sapesse, sta per Fondoschiena). La maggior parte delle volte si tratta di un miscuglio di queste tre cose. Ad esempio, potrebbe capitare che l’educatore riceva uno stimolo (fattore “C”), un segnale, e capisca che quello è lo strumento giusto per sovvertire: la creatività sta nel non farsi sfuggire l’occasione ma sfruttarla a proprio vantaggio.

È esattamente ciò che è successo il pomeriggio un po’ così di settimana scorsa (ok, lo ammetto, tutto quanto avete letto sopra era costruito per portarvi a dirmi che sono bravo), quando sul libro di scienze di un ragazzo abbiamo letto di un esperimento: riempire due bacinelle di acqua molto fredda, una, e molto calda, l’altra. Riempire una terza bacinella di acqua tiepida. Dopo aver immerso la mano sinistra in acqua fredda e la destra in acqua calda per circa un paio di minuti, si immergono entrambe le mani in acqua tiepida (magari chiudendo gli occhi) e… sorpresa, abbiamo la sensazione che l’acqua sia più calda per la mano sinistra e più fredda per quella destra.

Per gli amanti dei tecnicismi, le nostre percezioni si costruiscono tramite l’interazione tra l’esperienza e i sensi. Siamo quindi sensibili agli stimoli che si oppongono alle abitudini e indifferenti (o quasi) a quegli stimoli che confermano le abitudini, un po’ come dopo aver passato molto tempo al buio la luce del sole ci infastidisce. È per questo motivo che la mano che era immersa in acqua fredda percepirà l’acqua tiepida come “più calda”, e viceversa per l’altra mano.

Per chi, invece, vuole sapere come è finita la storia del pomeriggio un po’ così, i ragazzi si sono divertiti più del previsto e una cosa che poteva sembrare banale è stata per loro motivo di grosso stupore. Sono tornati allo studio contenti e a modo… ehm, minimamente adeguati, ma di buon umore. Questo ha innescato una serie di battute, e di considerazioni sull’esperimento, che hanno forse distolto dallo “studio”, ma sono state sicuramente istruttive e hanno permesso, seppur diminuendone la “quantità”, di aumentare la “qualità” dello studio.

Foto | Flickr

Etimologia dell’educazione.

marzo 26th, 2010 § 3 comments § permalink

Educazione

Si è sempre constatato che una mente creativa sopravvive a qualunque tipo di educazione.

Anna Freud

Etimologia Educare

Educare deriva da “Ex-Ducere”, tirare fuori, condurre fuori. Da un lato significa tirare fuori da una persona tutto ciò che c’è di buono. Dall’altro vuol dire condurre fuori la persona stessa dal negativo, da ciò che può fare del male.

L’intento primario di tutta l’educazione è, o dovrebbe essere, la strutturazione del carattere dei ragazzi.

Mahatma Gandhi
Foto | Flickr

Be brave: sii coraggiosa. Un video sull’amore fraterno.

marzo 24th, 2010 § 0 comments § permalink

Coraggio!

Be brave… Sii coraggiosa…

Dovendo preparare un incontro presso una scuola superiore, girovagavo qua e là per la rete in cerca di qualche pubblicità del mulino bianco da far vedere ai giovani studenti, nel tentativo di far passare l’idea che il concetto di “felicità” che ci inculcano i mass-media a volte è piuttosto superficiale e spesso, comunque, irraggiungibile. E mi sono imbattuto in questo video.

Premetto che (grazie, Bussola, per l’osservazione) si tratta di una pubblicità, e che in quanto tale il suo scopo ultimo è quello di far conoscere (vendere) un prodotto giocando e forzando le nostre emozioni. Nel mio caso ci è riuscito benissimo, sebbene questo ne diminuisca la “romanticità”.

Lo trovo fantastico, dal forte impatto emotivo. Smonta, o tenta di smontare, l’immagine dell’adolescente vandalo e privo di ideali, e dona a tutti una botta di speranza.

Be brave…

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Vygotskij e la Zona di Sviluppo Prossimale.

marzo 22nd, 2010 § 0 comments § permalink

Germoglio

Lev Semenovic Vygotskij (1896 – 1934) è stato un brillante psicologo sovietico particolarmente impegnato nell’ambito educativo. La prematura scomparsa non gli ha impedito di lasciarci delle vere e proprie perle di saggezza educativa e psicologica, alcune delle quali ancora molto attuali. Tra queste il concetto di “zona di sviluppo prossimale”.

Tra le molte definizioni che possiamo dare di “educazione”, c’è quella per cui educare significa far sì che una persona che non sa fare una determinata cosa impari a farla, e possibilmente a farla in autonomia. Ergo, favorire l’acquisizione di abilità che ancora non si possiedono. Sono educatori quindi, oltre a genitori ed insegnanti, anche i maestri di sci, gli insegnanti di musica, i capi cantiere e i vigili urbani (devo continuare?).

Se guardiamo le cose da questo punto di vista, ci sono due possibilità: o un’abilità la si padroneggia, oppure non la si padroneggia (con tutte le dovute sfumature: “tanto”, “poco”, “abbastanza”, etc). Possiamo immaginare che la personalità in crescita di un bambino o di un giovane sia suddivisa in diverse “zone” all’interno delle quali l’educatore potrà sapientemente inserirsi nel tentativo di estrarre ciò che c’è di buono, plasmarne (per quanto possibile) alcune parti e smussare gli spigoli più acuti. Vediamole.

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10 consigli utili per genitori che intendono allevare figli deficienti.

marzo 15th, 2010 § 2 comments § permalink

Figli Deficienti?

“Dieci consigli utili per genitori che intendono allevare figli deficienti, debosciati e asociali” è il provocatorio libro di Giovanni Notarnicola, psicologo, psicoterapeuta e docente di riabilitazione motoria all’Università di Firenze, dove con ironia, ma anche con precisione, si cerca di smontare alcune delle abitudini educative dei genitori moderni.

Tutto è nato da un viaggio in Polinesia:

«Vedevo i bambini salire sugli alberi, tuffarsi in acqua e poi raccogliere conchiglie, cadere e non farsi male, giocare e divertirsi. Mi sono chiesto: chi è il maestro? Ebbene il maestro era l’ambiente». Fonte: Corriere Fiorentino.

Sul sito web della sua associazione, A.N.I.M.A. (Associazione Nazionale Italiana Massimo Ausilio), egli ci spiega il suo metodo educativo, l’ambientalismo attivo:

Non esiste persona che non porti con sé, dalla nascita, basilari informazioni utili per condurre la propria vita di relazione (riflessi perinatali compresi). Le informazioni provengono dal già vissuto di coloro che ci hanno preceduti: due genitori, quattro nonni ecc.; un milione di persone a partire solo dal 1400 ad oggi.

Questa nutrita, fruibile eredità che chiameremo intelligenza della specie, si è andata formando fin dai primordi ed il suo recupero non si può limitare certo solo agli aspetti somatici; essa si estende alla misura delle sensazioni, traducibili in atti concreti assistiti dalle recuperabili esperienza che ci giungono dalla notte dei tempi, dall’”IO” storico della progenie che è contemporaneamente contenente e contenuto, identità ed appartenenza, motivazione e conoscenza. [...Continua]

Prima di lasciarvi alla lista di consigli, vorrei chiudere con le parole di Giovanni: “Un bimbo non trattato è un bimbo maltrattato!”

10 consigli utili per genitori che intendono allevare figli deficienti, debosciati e asociali:

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Rapelay, il videogioco che inneggia allo stupro.

marzo 13th, 2010 § 0 comments § permalink

Violenza.

Avrete sicuramente letto, qualche settimana fa, la notizia riguardante “Rapelay”: il videogioco giapponese che ha per protagonista un maniaco e per scopo la violenza sessuale nei confronti del maggior numero di ragazze, anche minorenni. Siccome ci sono arrivato un po’ in ritardo, ormai è troppo tardi per dire la mia: mi limiterò quindi a qualche semplice considerazione generale (e alla fine vi frego e dico pure la mia).

Sono favorevole alla libertà di espressione, in tutti i suoi risvolti. Anche quando si parla di videogiochi. Trovo che quando ci si trova ad applicare la censura è perché la battaglia è già stata persa, e credo che la censura sia oggi un mezzo inefficace (se si può scaricare un film prima ancora che esca al cinema, cosa ci vuole a scaricare un videogioco?).

Tutto questo non mi impedisce di pensare che Rapelay sia una squallidissima trovata commerciale. “Commerciale” non nel senso che la software house che lo ha inventato ci stia guadagnando i milioni, ma nel senso che tutto il mondo ne sta parlando. Come dire: bersaglio colpito. “Squallidissimo” perché banalizza una cosa estremamente seria, una cosa che fa soffrire le vittime e i loro parenti (e in alcuni casi anche i carnefici) al punto da rovinargli la vita in maniera irreversibile e all’idea che alla parola “stupro” un ragazzino possa farsi una sonora risata mi prudono le mani.

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L’educatore felice.

febbraio 10th, 2010 § 1 comment § permalink

Educatore Felice

Quasi chiunque, e ad ogni età, si trova a dover educare qualcun’altro. Educare deriva del termine “ex-ducere”, che significa “tirare fuori”. Per tirare fuori il bello che vediamo dentro un’altra persona ci tocca, però, prima tirare coltivare il bello che c’è in noi.

L’educatore deve essere felice.

La prima parola, educatore, va intesa nel senso ampio del termine, ossia chi, per i motivi più svariati, si trova a dover trasmettere qualcosa ad un’altra persona. Parliamo di genitori, insegnanti, animatori, educatori professionali, in una parola: adulti. L’ultima parola, felice, va intesa nel senso etimologico del termine: deriva dal latino, Felix, e vuol dire fertile, fecondo. L’accento è quindi posto sui frutti prodotti dalla persona felice, nella naturale certezza che per ogni educatore vi siano molti giovanissimi che dei frutti della felicità hanno bisogno almeno quanto il pane che mangiano. In sostanza, non si può essere felici per se stessi, ma lo si è solo gli altri.

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Where Am I?

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