Avere molto, desiderare poco.

novembre 8th, 2010 § 5 comments § permalink

Foto | Listening To The Sound of Peace Under The Sunset

Due strade portano alla felicità. La prima consiste nell’avere molto, la seconda nel desiderare poco.

Proverbio Zen.

La frase che avete appena letto (che potrebbe essere imprecisa, dal momento che la riporto a memoria) mi è sempre piaciuta moltissimo. Sintetizza perfettamente l’eterno equilibrio da trovare tra “avere” ed “essere”, equilibrio che non smetteremo facilmente di ricercare sino a che non saremo nella tomba (che menagramo, Andre!) sino a che non saremo vecchi e felici e circondati dall’affetto dei nostri nipotini.

Certo, col passare degli anni, con l’accumularsi dei capelli bianchi e del tessuto adiposo intorno al  girovita (no, giuro che a fine articolo non troverete uno “sponsored link” su qualche crema anti-invecchiamento), tenderemo probabilmente a sbilanciarci verso una strada piuttosto che un’altra. Ma credo che sulla virtù, l’illuminazione (per usare un termine zen), ci abbiano azzeccato gli antichi: sta nel mezzo.

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Essere onesti paga?

ottobre 27th, 2010 § 1 comment § permalink

Questo articolo è il proseguimento di “La Teoria dei Giochi: il dilemma del prigioniero, il gioco dell’ultimatum” e fa parte di un breve percorso nel quale l’autore tenta di dare una risposta psico-filosofica alla seguente domanda:

“è possibile arrivare ai piani alti senza dover incorrere nella corruzione e senza avere alcun legame – anche indiretto – con la malavita?”

Essere onesti paga?

Foto | Caught in the Act

Il succo di tutto questo discorso, per tornare alla domanda iniziale, è dunque questo: esiste una strategia vincente nel caso dei giochi cooperativi come il Gioco dell’ultimatum, in cui il secondo giocatore è a conoscenza della mossa dell’avversario. La migliore strategia è dividere in modo giusto. Ed io vi vedo un parallelismo con l’operare dei politici. Il politico che opererà in modo giusto (salvo i limiti di definizione di un atto giusto), avrà sempre un punto di riferimento stabile, sul quale fare affidamento. All’uomo politico, come al primo giocatore del Gioco dell’ultimatum, spetta la prima mossa: al secondo giocatore, cioè ai cittadini, spetta la seconda, cioè accettare o meno quella scelta.

Ecco perché, a parole, tutti gli oratori si sforzano di essere giusti, perché inconsapevolmente forse (ma sarebbe meglio consapevolmente), tutti sanno che agire in modo giusto è il modo migliore di agire.

Nel caso dei giochi non cooperativi, come il Dilemma del prigioniero, si scopre che ugualmente una strategia di cooperazione, la Tit for tat, è superiore alle altre in un Dilemma del prigioniero ripetuto, battendo la concorrenza.

In definitiva dunque, l’ammissione di onestà implicita nell’agire in maniera collaborativa sembra sbaragliare la concorrenza di strategie alternative, anche se abbiamo analizzato solo pochi casi, e solo a questi si può fare riferimento.

Questo significa che arrivare ai piani alti è più facile con una strategia collaborativa, anche se resta da dimostrare che la strategia collaborativa è sempre onesta. Quest’ultima considerazione è dunque personale, e non supportata dalla Teoria. Essere onesti e non scendere a patti, alla fine, paga, anche se occorre avere l’accortezza di non essere completamente intransigenti. L’onestà è, come dire, un requisito generico ma indispensabile, e si dovrebbe misurare con il metro dell’altruismo, cioè a dire rinunciando a una quota di egoismo personale.

In generale però, nella realtà non si trovano mai le condizioni ideali presenti nelle teorie. La Teoria indica una linea guida, e l’onestà e la collaborazione (se si intende la parte buona della cooperazione e non, per esempio, i “cartelli” tra le aziende) sono linee guida eccellenti. Sono preferibili, sono tendenzialmente giuste, ma purtroppo non sono sempre applicate. L’idea che sostiene l’utilizzo di strategie oneste è dunque basata sull’assunto che una società non può reggersi se ognuno di noi si comporta come l’egoista del Dilemma del prigioniero e sceglie sempre la strategia migliore solo per lui. La società si basa su altri requisiti delle persone e sono quelli ai quali molte persone si adeguano nella loro vita e nei loro piccoli ambiti di riferimento. Così, per esempio, la vita di una famiglia, di un condominio, di un quartiere, verrebbe turbata da una serie di comportamenti sempre e comunque egoistici. Il buon andamento del nostro ambiente sociale dipende in definitiva dall’apporto di ogni singolo individuo: chi delinque viene meno al patto tacito, pur usufruendo dei benefici del vivere in comunità pacifiche.

Questa è la prima parte della risposta, quella sulla strategia migliore e dunque sulle opportunità di scegliere una via onesta rispetto a una disonesta. Nella seconda parte cercherò di affrontare la questione dal punto di vista dell’etologia umana: l’essere umano è intimamente disonesto e menzognero, così come lo sono tanti altri animali, e non può cambiare il suo modo di essere, oppure anche questa parte del carattere, come altre, può essere adattata alle nuove (e migliori) condizioni del vivere collaborativo?

Libertà di scelta o decisione “spintanea”?

ottobre 22nd, 2010 § 10 comments § permalink

Siamo liberi di scegliere?

Foto | if it makes you fly…

Oggi siamo più liberi. Ma di fare cosa?

Che oggi si parla sempre e comunque di una società evoluta quanto ‘libera’ è cosa ormai nota e sulla bocca di tutti. Ma come mai allora molte persone non si sentono effettivamente libere? Capita spesso di affrontare discorsi sull’unicità personale e altrettanto spesso mi sento di rispondere che sì, certamente ognuno è unico per biologia ed esperienza personale.

Ma il detto “il mondo è bello perchè è vario”, proprio in quest’epoca di progresso tecnologico (e sottolineo: tecnologico) sà di frase datata quanto poco realistica in quanto il conformismo globale è evidente. Certamente siamo più tecnologizzati, abbiamo più vestiti: abbiamo notevolmente più alternativa. Ma ora, che sia una scelta veramente unica, personale, sentita e spontanea non sarei così sicuro.

Libertà… di essere spinti a scegliere!

Sapete cos’è il marketing? Da Wikipedia riporto, Marketing:

“l’insieme delle attività che mirano a influenzare una scelta del consumatore o cliente”

Marketing Emozionale (che io chiamo “spintaneo”):

“la capacità di evidenziare, stimolare ed estrapolare i desideri occulti nell’essere umano, modificandoli in esigenze e bisogni primari”

Ossia, lo scopo è quello che il consumatore senta la necessità di possedere un prodotto, percependolo (più o meno consciamente) al pari di un bisogno primario (come fare pipì, pupù, nutrirsi, etc…).

Indi, abbiamo forse libertà di scelta, ma all’interno del “range” che ci viene proposto. Se volessimo “altro”, o non potremmo averlo oppure saremmo considerati dei “diversi”, degli “eccentrici”. Ma solitamente non è questo che vogliamo (per quanto possa sembrare incredibile): un’altro dei bisogni principali dell’essere umano è quello di “appartenenza”.

[Abbiamo bisogno, cioé, di sentirci parte di un gruppo (famiglia, associazioni, nazione, etnia, compagnia, partito, tifoseria, e chi più ne ha più ne metta!). Il modo di vestire, la musica ascoltata, i libri letti, le opinioni sociali: spesso si ha la sensazione di aver trovato una strada propria, unica, quando in realtà si sta semplicemente seguendo una o l’altra moda. - NdAndre]

Ovviamente sto generalizzando un discorso ampio, ma vorrei porre l’accento su chi realmente decide ciò di cui NOI abbiamo bisogno.

Libertà… di opporsi alla spinta.

Fino a qui si potrebbe anche obiettare la valenza delle mie affermazioni, ma vorrei aggiungere una riflessione: in che modo puoi essere libero di scegliere se tutte le merci sul mercato sono prodotte in modo, tempi e specifiche decise dalle case produttrici? Se la pubblicità di dice che sei meno bello di altri se hai le rughe e non usi quel prodotto? La società su che valori si sta basando?

Questo per dire che siamo liberi di scegliere sì, ma solo ciò che viene deciso di vendere da chi produce.

Sicuramente molti di voi mi diranno che scelgono consapevolmente cosa vogliono per una qualsiasi ragione, e son d’accordo. Salvo per il fatto che l’inconscio (cioè dove lavora la psicologia del marketing) e le spinte culturali non sempre sono sotto il nostro controllo diretto. Come mai capita che vedendo una pubblicità abbiamo voglia di quel particolare cibo, macchina, linea fisica, crema per il viso con particelle di ginseng bioconvertite appositamente per impedire la fase del decadimento cellulare bal bla bla, o altro? Ovviamente è un caso ;)

Ripeto, non voglio condannare né giudicare (il sistema o chi segue la ‘moda’) ma solo porre l’attenzione su come il sistema funziona e quindi prendere coscienza dei meccanismi che utlizza. Prendendo meglio coscienza del funzionamento “psicologico” dell’economia potremmo essere meno “manipolabili” e più consapevoli delle nostre scelte. E sicuramente più liberi di scegliere veramente ciò di cui si ha bisogno per vivere meglio.

“Non c’è libertà se non c’è conoscenza.” – A. Pollutri

Ai tanti “liberi” cedo la parola.

La Teoria dei Giochi: il dilemma del prigioniero, il gioco dell’ultimatum.

ottobre 20th, 2010 § 1 comment § permalink

Questo articolo è il proseguimento di “Collaborare o non collaborare: una questione strategica” e fa parte di un breve percorso nel quale l’autore tenta di dare una risposta psico-filosofica alla seguente domanda:

“è possibile arrivare ai piani alti senza dover incorrere nella corruzione e senza avere alcun legame – anche indiretto – con la malavita?”

La Teoria dei Giochi: il dilemma del prigioniero, il gioco dell'ultimatum.

Foto | I’m not cooperating and you can’t make me!

Il dilemma del prigioniero.

Alcune teorie, quali la Teoria dei giochi, o l’imperativo categorico kantiano tentano di mettere ordine. Il Dilemma del Prigioniero prevede di scegliere la migliore opzione tra quelle presentate: due criminali vengono catturati ma non ci sono prove a loro carico. Vengono messi in due celle diverse e gli viene detto: se tu confessi e il tuo complice no, tu sei libero e il tuo complice si prende 7 anni; se confessa anche lui però, vi prendete 6 anni a testa; d’altra parte, se non confessi e il tuo complice confessa, lui è libero e tu ti becchi 7 anni; infine, se non confessate nessuno dei due, siccome non abbiamo prove, possiamo tenervi dentro solo per 1 anno. Si osservi la seguente tabella:

CONFESSA NON CONFESSA
CONFESSA (6,6) (0,7)
NON CONFESSA (7,0) (1,1)

[Dlin dlon: piccolo spazio di riflessione. Prima di proseguire nella lettura, provate a trovare la "vostra" soluzione al Dilemma del Prigioniero. Qual è la strategia ottimale? Se foste nei panni di uno dei prigionieri (e posto che l'altro prigioniero non è vostro amico né parente), confessereste o non confessereste? - NdAndre]

La Teoria prevede che la strategia ottimale di questo gioco non cooperativo sia la confessione, perché chi confessa ha un range di condanne da 0 a 6 anni, mentre chi non confessa da 1 a 7, la condanna media è superiore nel secondo caso rispetto al primo.

Che tipo di società prospetterebbe questa strategia? L’azione del confessare, in questo esempio, è strettamente funzionale a minimizzare la pena per ogni singolo giocatore, sperando che l’altro non faccia altrettanto. Se però l’altro adotta la stessa strategia, rischieremmo comunque meno che evitando di far condannare l’altro confessando.

Il rischio però è alto. In questi giochi si suppone che non vi sia collaborazione e che nessuno dei due giocatori conosca la scelta dell’altro. Infatti, se uno dei due prigionieri avesse la possibilità di conoscere la scelta dell’altro prima di fare la propria, e se chi ha fatto la scelta per primo fosse a conoscenza di questa regola, sceglierebbero entrambi la strategia che minimizza la pena per entrambi i giocatori?

Ma, a questo punto, si passerebbe al Gioco dell’Ultimatum, un gioco cooperativo.

Il gioco dell’ultimatum.

Brevemente, il gioco funziona così. Vi sono due giocatori e una certa quantità (di danaro, di cibo, di quello che si vuole) da dividere. Il primo giocatore sceglie come suddividere (per esempio, 50 e 50) e il secondo sceglie se gli sta bene la divisione o no. Se gli sta bene si procede alla divisione altrimenti nessuno prende niente.

Molti ritengono che questo gioco sia un ottimo simulatore delle interazioni all’interno di una società umana e un indicatore dell’avversione della gente per le ingiustizie. Infatti, un’azione ingiusta del primo giocatore, quello che deve dividere la quantità, porta ad una reazione del secondo giocatore tale per cui la strategia ingiusta si rivela poi fallimentare. D’altra parte, una divisione giusta potrebbe essere non accettata dal secondo giocatore che volesse far valere qualche sorta di ricatto, essendo lui, in definitiva, a scegliere se concedere il premio a entrambi; ma un’azione del genere sarebbe dannosa in parti uguali, e quindi la leva ricattatoria decadrebbe.

Una cosa importante da notare è questa: la differenza dell’atteggiamento dei giocatori, a seconda che conoscano la mossa dell’avversario o non la conoscano.

Nel secondo caso infatti, aumenta il livello di diffidenza: è il caso dei giochi definiti appunto non collaborativi, in quanto il giocatore non sa quale decisione prenderà l’avversario. Per questo motivo ha la tendenza a pensare in maniera completamente egoistica. Questo significa che non terrà in alcun conto gli interessi e le esigenze dell’altro ma tenderà a massimizzare i propri guadagni (pay off). Ne segue che i suoi desideri saranno sempre in contrasto con quelli dell’altro, anche se, obiettivamente, nel Dilemma del prigioniero, se nessuno dei due confessasse se la caverebbero con poco entrambi.

Si noti ora la differenza rispetto ad una decisione in chiaro come quella del Gioco dell’ultimatum: il secondo giocatore è a conoscenza della scelta del primo giocatore e su quella base deve decidere. Un modo sicuro per il primo giocatore, poiché si suppone che entrambi preferiscano ricevere qualcosa piuttosto che niente, è quello di dividere a metà la quantità in palio (mettiamo di denaro), strategia che lo metterebbe al riparo da ritorsioni, ma forse anche una suddivisione 60-40 potrebbe essere accettata, seppur con il malcontento. In sostanza la strategia ottimale è la divisione a metà, quella che non solleva risentimenti nel secondo giocatore, che deve decidere se accettare per entrambi, o meno. Perché dico che sarebbe accettabile e funzionerebbe meno una formula di ricatto del tipo: se dividi 50 e 50 io, secondo giocatore, non accetto, perché voglio importi un 40 -60?

Forse per lo stesso motivo per cui il primo giocatore non fa la scelta 60 – 40. Cioè: il Gioco dell’ultimatum è un tipico gioco in cui si può avere un guadagno per entrambi i giocatori, senza rischiare che un comportamento troppo egoistico precluda qualsiasi vincita. 50 e 50 è la divisione che mantiene le maggiori probabilità di essere accettata da entrambi, perché non contiene nessuna ingiustizia.

Si noti, per terminare la disamina veloce sulla Teoria dei giochi, che lo psicologo matematico di origine russa Anatol Rapaport ha inventato una strategia per il Dilemma del prigioniero ripetuto che si chiama Tit for tat. In sostanza, questa strategia prevede una prima mossa collaborativa (che nel caso in oggetto significa non confessare) e in seguito, a seconda della risposta dell’avversario, rispondere colpo su colpo: collaborare se l’avversario collabora e non collaborare se l’avversario fa altrettanto.

Teoria dei Giochi nella vita quotidiana?

Il succo di tutto questo discorso, per tornare alla domanda iniziale, è dunque questo: esiste una strategia vincente nel caso dei giochi cooperativi come il Gioco dell’ultimatum, in cui il secondo giocatore è a conoscenza della mossa dell’avversario. La migliore strategia è dividere in modo giusto. Ed io vi vedo un parallelismo con l’operare dei politici. Il politico che opererà in modo giusto (salvo i limiti di definizione di un atto giusto), avrà sempre un punto di riferimento stabile, sul quale fare affidamento. All’uomo politico, come al primo giocatore del Gioco dell’ultimatum, spetta la prima mossa: al secondo giocatore, cioè ai cittadini, spetta la seconda, cioè accettare o meno quella scelta.

(continua mercoledì prossimo)

Collaborare o non collaborare: una questione strategica.

ottobre 13th, 2010 § 6 comments § permalink

Ho chiesto aiuto a Paolo per rispondere ad una mail che andava un po’ “oltre” le mie conoscenze. Ne è nato un piccolo percorso che vi proporremo in pillole. Ecco la prima parte.

P.S. il prossimo che mi scrive una mail dandomi del LEI non lo pubblico, lo uccido. :)

Collaborare o non collaborare: una questione strategica.

Foto | Team Work

La mail:

Michele ci scrive:

Salve, mi chiamo michele, recentemente l’ho aggiunta su facebook ed ho letto molti argomenti sul suo blog, anzi le dirò che ho trovato il suo blog cercando su google: L’uomo è egoista, un pensiero che mi è venuto in mente pensando ai casi della vita quotidiana e che ha trovato conferma in quello che lei ha scritto, ho letto i pezzi del Profeta Incerto e di come ironicamente lascia i suoi lettori riflettere. [...]

Sono ancora uno studente, una matricola che si presta ad affrontare il primo anno di università – ingegneria aerospaziale – e che pensando al futuro e a quello che ho intenzione di fare, mi è venuto un dubbio: è possibile arrivare ai piani alti senza dover incorrere nella corruzione e senza avere alcun legame – anche indiretto – con la malavita?

Forse sembrerà strana questa domanda, ma per me che vengo da Napoli è uno scenario quasi inevitabile, basta vedere le condizioni della città . . . E se invece mi riferisco ad un contesto più ampio di una semplice provincia, prendo in considerazione l’Italia, il presidente del consiglio e il resto dei politici e la situazione non cambia più di tanto. Probabilmente la situazione negli altri paesi è migliore ma vista la mia poca conoscenza in questo campo non so fino a che punto.

Quindi le chiedo se, anche se solo filosoficamente, lei è in grado di dare una risposta a questo mio quesito e gradirei che la risposta sia integrata in un nuovo articolo, se vuole può citarmi liberamente senza omissioni e/o ricopiando questa e-mail.

Cordiali Saluti
Michele :-)

La risposta: collaborare o non collaborare?

Il caro amico Andrea di Pillole di Psicologia, chiede il mio parere su una mail che gli è arrivata da parte di un suo giovane lettore. Il succo di questa lettera è racchiuso in una domanda, che suona così:

“è possibile arrivare ai piani alti senza dover incorrere nella corruzione e senza avere alcun legame – anche indiretto – con la malavita?”

Il quesito sembra implicare due diverse tipologie di risposte, una inerente la migliore strategia per risolvere un problema specifico, in questo caso fare carriera, l’altro, implicito nella domanda stessa, se dal punto di vista etologico sia possibile praticare un comportamento onesto, in una società di umani.

Un problema di strategie.

Se uno ascolta [con orecchio critico - NdAndre] i discorsi degli uomini politici, o dei presidenti di associazioni oppure ancora di amministratori delegati, noterà, con sua somma sorpresa, che presentano un elemento unitario, sempre presente: in tutti quanti viene elogiata l’onestà, la rettitudine e il comportamento leale.

Questa enfasi retorica sui buoni sentimenti e buoni comportamenti è talmente scontata e invischiata con i reali intenti da trasmettere, da rendere inutilizzabili questi messaggi, se non come materiale di studio per psicologi.

Perché accade questo? Perché la maggior parte degli oratori indulge in questa pratica?

Una risposta possibile è che il pubblico gradisca questi concetti: onestà, rettitudine e lealtà, insieme a tanti altri a questi correlati, sono un balsamo alle orecchie trepidanti dell’ascoltatore. Ma allora sorge un’altra domanda: perché il pubblico le gradisce?

Il bisogno di fidarsi degli altri.

Per non allungare la manfrina metto subito le carte in tavola: queste qualità elencate con tanta disinvoltura da chi parla da un palco piacciono alla gente perché nessuno si fiderebbe di una persona losca o infida. In ogni momento della nostra giornata noi dobbiamo fidarci degli altri perché la nostra vita possa scorrere tranquilla. Da quando inzuppiamo il pane nel caffellatte a quando prendiamo l’autobus o il treno, da quando portiamo i nostri figli a scuola a quando ci affidiamo ad un medico, da quando portiamo i nostri soldi in banca a quando chiediamo un consulto a un avvocato.

La fiducia è un sentimento essenziale perché una società possa reggersi in piedi. L’assenza di fiducia deve essere compensata dall’autoritarismo. Questo, se ci riflettiamo bene, è in parte (e in maniera più edulcorata) quello che succede anche nelle nostre democrazie: la fiducia non viene riposta senza tutele, e la garanzia del rispetto degli obblighi e quindi la corresponsione “obbligata” della fiducia riposta è regolata dalla Legge.

La Legge impone una sanzione al violatore della fiducia “obbligata”. Senza addentrarci in discussioni ampie, osservo che non tutte le interazioni tra umani sono regolate, né possono esserlo, dalla sola Legge. È questo il motivo per il quale si sono sviluppate morale ed etica.

L’onestà, dunque, è una componente fondamentale della nostra società?

Dunque possiamo tentare una prima risposta alla domanda.

Se quello che vuole la gente è onestà, e quello che gli oratori gli danno (a parole) è pure l’onestà, questo significa che questa caratteristica è sentita come fondamentale e auspicata.

Ne segue che l’opposto di onestà è una caratteristica indesiderata? A parole, tutti fanno mostra di non volerla, sia la gente che quelli che parlano dal pulpito.

Ma, è proprio vero che una società disonesta è più instabile e indesiderabile di una onesta?

Continua: La Teoria dei Giochi: il dilemma del prigioniero, il gioco dell’ultimatum.

Qual è lo stipendio ideale per essere felici?

ottobre 4th, 2010 § 27 comments § permalink

Qual è lo stipendio ideale per essere felici?

Foto | Only for 2 cents

I soldi fanno la felicità?

Pochi luoghi sono “comuni” più di questo. Solitamente la discussione si apre con un “i soldi non fanno la felicità”, cui segue il classico dei classici: “però aiutano”. Beh, forse questo pensiero è così diffuso proprio perché è tanto vero, nella sua sinteticità: il denaro non equivale ad essere felici, ma la sua mancanza (a meno che non si tratti di una “scelta” consapevole) spesso può equivalere ad essere scontenti.

D’altra parte, proseguendo il ragionamento di luogo comune in luogo comune, la saggezza popolare, quella dei nostri nonni, ci insegna che quando i soldi sono “troppi” si rischia di diventare ugualmente infelici. Per quanto questa affermazione possa essere discutibile, contiene in sé qualche frammento di verità: non credo sia il denaro di per sé a rendere infelici, quanto il tempo rubato agli affetti per guadagnarlo oppure il non avere più desideri in quanto ogni desiderio è già stato saziato, e così via. Potremmo proseguire a lungo in questa direzione.

Esiste lo stipendio ideale per essere felici? Secondo uno studio, sì.

60.000 euro l’anno. Parola di nobel.

Un recente studio sentenzia che 75.000 dollari l’anno fanno la felicità. 60.000 euro, 5.000 euro al mese. Le indagini, condotte su 450.000 americani, sono state coordinate da Angus Deaton e dal premio nobel Daniel Kahneman. Il mio personalissimo parere su questo genere di studi è che lasciano un po’ il tempo che trovano, vanno considerati per quello che sono: piccoli spunti di riflessione che non devono (e, solitamente, non vogliono) avere la pretesa di fotografare le mille sfaccettature della vita vera.

5.000 euro al mese sono un po’. Credo largamente al di sopra della media dei miei affezionati, squattrinati, lettori. Sicuramente mooolto al di sopra della media di tutte le mie conoscenze! A scanso di equivoci è bene evidenziare che lo stipendio è l’unica variabile presa in considerazione nello studio, cosa che non esclude le altre e ben più importanti variabili: gli affetti, le relazioni stabili, la salute (e tante altre) sono sicuramente di prim’ordine.

Più semplicemente dovremmo dire che, tra i 450.000 americani presi in considerazione, chi guadagna 5.000 euro al mese dichiara mediamente di sentirsi più felice di quanto faccia chi guadagna di meno. Da notare il fatto che salendo oltre con gli stipendi non si ha più l’aumento di felicità percepita.

Quindi io che di euro ne guadagno 1.000 sono senza speranze?

Esiste lo stipendio ideale?

Foto | Greed

Assolutamente no, no e no. Come già detto, il guadagno monetario è solo UNO tra i tanti fattori (e neanche il più importante) che possono portare alla felicità. Chi non ha speranza di vedere i propri introiti lievitare potrà tranquillamente e senza paura di restare deluso orientarsi verso gli affetti, le amicizie, un lavoro soddisfacente, del tempo libero da dedicare a ciò che più gli piace (e chi più ne ha più ne metta, devo proprio spiegarvi tutto? :) ).

Insomma, l’imprenditore accorto non investe tutti i suoi beni in un unico ramo.

Siete d’accordo?

Certo, la cosa è ampiamente soggettiva. Giusto per giocare, o per fare un piccola riflessione o ancora per valutare scherzosamente quanto siamo lontani dal nostro stipendio ideale, provate a rispondere a questa domanda:

qual è lo stipendio ideale per essere felici?

Il mondo ai tempi di Facebook… dov’è l’inganno?

settembre 6th, 2010 § 10 comments § permalink

Foto | Flickr

Siamo caduti nella rete.

Il vecchio slogan “Che mondo sarebbe senza Nutella” andrebbe oggi aggiornato: “Che mondo sarebbe senza Facebook?”. Come un abuso di Nutella può causare gravi disordini alimentari, così i social network senza contegno possono causarne di psicologici.

Che oggi ci siano due tipi di realtà è evidente: una reale, naturale, ed una virtuale, artificiale. Tra di esse, ovviamente, ci sono delle sostanziali differenze. Se pensiamo che nell’era del consumismo anche la rete è diventata un bene da consumare per gli utenti e un business per i “produttori”, si comincia a inquadrare la situazione.

Molti articoli, tra cronaca e psicologia, denunciano il fatto che i social network, su tutti Facebook, comportano per molte persone il dispendio di gran parte del tempo della giornata a discapito di impegni ben più urgenti (o comunque arricchenti): lettura, socializzazione vis a vis, educazione dei figli e chi più ne ha più ne metta. Il vivere la rete può diventare un ossessione sino a sfociare in patologie riconosciute dalla psicologia ufficiale (dipendenze,disturbi compulsivi etc… per esempio). Possiamo ben dire che si “cade nella rete”.

Perché a volte si preferisce Facebook ad una chiacchierata?

Facebook (che cerca di fare il suo mestiere: accumulare tonnellate di utenti) causa lo svuotamento delle relazioni interpersonali portandole ad una sempre maggiore “virtualizzazione”. Svuotamento che si riflette anche sul piano intimo e personale. Che differenza c’è, secondo voi, tra conoscere una persona tramite siti web o incontrarla per strada?

Che forse il conoscere in modo facile molte persone ed allo stesso tempo parlare contemporaneamente con più persone porti ad una superficialità anzichè ad un approfondimento? Non si può negare che una differenza concreta nel parlare con una pesona ‘live’ sia di darle tutta l’attenzione rivolgendole tutti i canali comunicativi che madre natura ci ha dato (beh, non a caso abbiamo 5 sensi).

Provo a dare un’idea. Molti avranno visto il film Avatar… proprio questo è il senso della rete, avere un personaggio tramite cui si parla e, come nel caso di Facebook, avere uno schermo davanti agli occhi che renda più “sicuri”, più “protetti” e faciliti la conoscenza (se così possiamo davvero chiamarla). Che ci si stia abituando a una non relazione diretta con gli altri e che per lo più il ‘conoscere e comunicare’ sia diventato un passatempo per non annoiarsi (creando oltretutto molte aspettative disattese)?

Ognuno usa la rete e i social network come ritiene più opportuno, non mi permetto di valutare nè giudicarne l’utilizzo, ma spesso non ci si rende conto delle reali motivazioni che ne portano all’uso, e delle loro conseguenze inevitabili. Come mai una persona che lavora, chi ha figli, una famiglia, una casa a cui badare e tanti impegni riesce a trascorrere molte ore al giorno su Facebook? Oggi si ha bisogno di “un aiutino” per conoscere persone per mancanza di tempo o è diventato una ‘moda’ tanto per? E mi chiedo… ma allora un tempo come si faceva a conoscere persone? Mmm leggo spesso di articoli riguardanti le ‘chat’ virtuali e alcune conseguenze quali licenziamenti, cali di produttività del personale, tradimenti coniugali etc… Tutto è facile ma… si è consapevoli di quale gioco si sta giocando?

Che un rapporto via chat sia più superficiale (senza contatto visivo ed emotivo, “distante” in doppio senso) non credo sia possibile negarlo o si dovrebbe negare che la natura umana dell’interazione, come Dio o chi per esso l’ha creata, sia sempre stata vis a vis, se non nell’ultimo decennio.

Dove andremo a parare?

Questo sistema relazionale sta portando a diventare più superficiali, consumisti anche nelle amicizie: si passa più tempo a parlare e giocare su internet che a leggere un libro o a parlare con un amico/a. Visto che il mezzo è parte integrante del comunicare e che, non poche volte, il mezzo condiziona la relazione… a cosa porterà questo modo di comunicare facile, semplice, economico e multi-persona-contemporaneamente? E poi, per dirsi cosa? Quali sono i REALI bisogni in gioco? Perché si ha la necessità di stare in rete?

È vero che abbiamo possibilità di comunicare con chiunque al mondo in qualsiasi momento, ma, come disse Corrado Guzzanti interpretando “Quelo” : “Oggi la tecnologia mi permette di comunicare persino con un aborigeno!!! Ma la domanda è, Aborigeno, io e te, che cavolo (il termine originale era più esplicito) ci dobbiamo dire??”.

Secondo me questa frase ironico-realistica racchiude il senso che oggi non si comunica più, ma si chiacchiera per passare tempo, perlopiù su argomenti sterili e ben lontani da un interessante scambio culturale utile a crescere e migliorarsi… Non sto demonizzando il mezzo poichè non è il mezzo che fa la comunicazione delle persone nè è responsabile di nulla. Un coltello si può usare perchè si fa il macellaio… o come assassino alla Kill Bill. Dipende dallo scopo per cui si usa lo strumento!

Ai facebookkiani incalliti (e non) cedo volentieri la parola. ;)

Il post più agognato…

luglio 29th, 2010 § 4 comments § permalink

Cari Amici,

è finalmente arrivato il momento.  Vi confesso che era da un bel pezzo che aspettavo di scriverlo… No, non ho ancora vinto il milione al gratta e vinci (cosa, peraltro, improbabile dal momento che non ci gioco). Ma… La famiglia Ciraolo va in vacanza!!!

Andremo in uno sperduto paesino dell’entroterra ligure, dove il vostro Ciraolo preferito potrà dedicarsi a ciò che più lo appassiona: moglie, figlia, pannolini, poppate, ninnenanne e film splatter. Non vi ho mai raccontato della mia passione per gli zombie? :)

Nessuna connessione ad internet, e questo non è un male. Solo che non ci sentiremo per i prossimi 10 giorni (fino a sabato 7 agosto, per la precisione)… I commenti sono in moderazione, così, per sicurezza.

Per chi cascasse casualmente su questi schermi proprio in questi giorni, lascio una “piccola” lista degli articoli che più mi hanno appassionato, buona lettura!

- 10 consigli psicologici per rendere felice la propria donna

- 10 consigli psicologici per rendere felice il proprio uomo

- Essere artefici del proprio destino grazie alla teoria del locus of control

- Emozioni difficili, qual è la loro utilità?

- La ruota del cambiamento

- Senza gli altri non valiamo nulla. La teoria del mosaico

- Una grande tecnica di lettura veloce. Gratis!

- 10 ottime motivazioni per cambiare lavoro

- Come capire qual è il proprio obiettivo motivante?

- Julio Velasco: gli schiacciatori non parlano dell’alzata. La risolvono

- Essere imprenditori della vita, investire in felicità

- Realizzare i propri sogni

- La vecchia storia Zen della tazza di té

- Matrimonio in crisi. Perché?

- Il segreto per avere più tempo

- E se non so cosa voglio dalla vita?

- Sento odore di fregatura, Bob Spammit: pensaci tu!

A presto!

andre

Sento odore di fregatura… Bob Spammit, pensaci tu!

luglio 25th, 2010 § 11 comments § permalink

Secondo voi volevano fregarmi?

Navigavo su internet alla ricerca del senso della vita quando mi imbatto in un annuncio che sembra fare al caso mio: Lavoro on-line: sei in gamba? Sei motivato?”, nient’altro. Fantastico, penso, e così rispondo: “Sono in gamba, sono motivato”.

Mi risponde Filippo [nome di fantasia], VIP Builder Intern per conto dell’azienda DHS Club, spiegandomi dettagliattamente tramite mail copiaincollata quanto sia semplice e veloce guadagnare grazie al loro programma di affiliazione. In poche parole io mi associo all’azienda, li aiuto a vendere i loro prodotti e ci guadagno una percentuale, li aiuto a fare nuovi iscritti e guadagno una percentuale sui guadagni dei nuovi iscritti. Piccolo problema1: in quanti acquisteranno quei prodotti, dal momento che costano di più dovendoci ricavare la mia percentuale e quella dei VIP che stanno sopra di me? Piccolo problema2: per avere degli iscritti sotto di me devo diventare VIP, come il buon Filippo, e per diventare VIP devo… ehm… PAGARE. Naturalmente questi problemini non erano menzionati dalla mail.

Certo, ma poi “ammortizzi” la spesa coi tuoi sottomessi, diranno alcuni tra di voi. Sbagliato, vi dirò io, ma questo è soltanto il mio modestissimo parere, perché è difficile (se non impossibile) trovare iscritti a sufficienza da rientrare con le spese: forse mi sentirò obbligato a mentire dicendo che guadagno 3000€ a settimana comodamente seduto davanti al pc (può capitare, anche se non è scontato: dipende dal proprio livello morale), troverò un paio di nuovi iscritti (ma non mi basteranno a coprire le spese) che troveranno altri iscritti in un ciclo senza fine che arricchisce di certo qualcuno: chi sta al vertice della piramide! Un classico.
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Un Piccolo Dettaglio…

luglio 11th, 2010 § 4 comments § permalink

Birra + Latte = Vita Nuova!! :)

E poi un giorno il papà ha notato un piccolo dettaglio, per lui enormemente significativo di quanto la piccola Anna sia entrata con prepotenza nella vita di famiglia…

(vedi foto sopra)

:)

È nata Anna!!!

luglio 5th, 2010 § 9 comments § permalink

È nata Anna!

Domenica 4 Luglio, dopo un travaglio breve ma intenso (io non ho sentito molto dolore, Silvia qualcosina in più), è finalmente nata Anna!!

Anche se sono poco oggettivo nel giudizio, posso azzardare: è bellissima!! :)

Foto | Tiago Hoisel

Scaffolding: un’Impalcatura a Sostegno di chi sta Crescendo.

maggio 20th, 2010 § 0 comments § permalink

Scaffolding

“Scaffolding” è un termine, introdotto dallo psicologo statunitense Jerome Bruner negli anni ’70, che significa letteralmente impalcatura. Si tratta di quelle strategie volte a sostenere il bambino (ma non solo) quando deve portare a termine un compito che non è in grado di svolgere da solo. È un concetto pensato per l’apprendimento scolastico dei bambini, ma possiamo estenderlo a tutte le età e moltissimi ambiti della vita quotidiana.

Lo scaffolding vale per i compiti scolastici, come la risoluzione di un problema aritmetico, quanto per i basilari compiti quotidiani, come il mantenimento dell’igiene personale. Vale durante l’acquisizione di un’abilità (camminare, andare in bicicletta o guidare col foglio rosa) e nel portare a termine compiti “esistenziali”, quali avere e perseguire un proprio progetto di vita. Lo scaffolding è indispensabile.

Senza alcuna pretesa di completezza, riporto i passaggi che mi sembrano più importanti:

Ufficio reclutamento soluzione compiti-Scaffolding “We Want You”.

Se il nostro giovane non sarà “interessato”, non otterremo nulla. Un passaggio fondamentale nella risoluzione di un problema è il “volerlo fare”. La prima fase su cui concentrare l’impalcatura di sostegno sarà, quindi, un accordo tra maestro e bambino in cui si condividerà l’obiettivo comune nel modo più chiaro possibile: se non si rema nella stessa direzione, gli sforzi di entrambi saranno vani.

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Abbiamo già detto tutto sulla lettura veloce?

maggio 4th, 2010 § 1 comment § permalink

Questo blog, con mio sommo soddisfacimento, è primo tra le ricerche di google per una frase al giorno d’oggi di primaria e fondamentale importanza. Si ringraziano tutti coloro che hanno contribuito a portarmi così in alto nella mia missione per l’umanità. La frase è: un modo per evitare i deficienti.

Il post precedente sulla lettura veloce ha attirato molti commenti intelligenti a favore e contro la lettura veloce. Proprio in questi giorni gironzolavo per la rete e mi sono imbattuto nel blog di Marco Dal Cin. Vi riporto, su gentile concessione dell’autore, l’articolo “Lettura veloce: pro e contro“, per alimentare ancora un po’ questa interessante discussione. Buona lettura!

Ci sono persone che affermano di leggere più di cento libri in un anno. Dalla sua esperienza, dottor Fausto, è possibile leggere così tanti libri e ricordare qualcosa di quello che si è letto?

Personalmente credo che sia possibile. Io stesso leggo più di cento libri in un anno. Ma come sa, io faccio questo per mestiere…leggo per almeno quattro ore al giorno, e il resto lo passo a scrivere.

Ad ogni modo è necessario fare una distinzione preliminare. I romanzi vanno letti a velocità normale. Non si possono leggere delle narrazioni saltando delle parti. Nei romanzi ogni parola è importante perché espressione della sensibilità dello scrittore. Si tratta di arte. La lettura veloce va applicata solo ai saggi dai quali vogliamo trarre informazioni, non emozioni.

Quali sono le tecniche per leggere velocemente?

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Una grande tecnica di lettura veloce. Gratis.

aprile 30th, 2010 § 23 comments § permalink

Una nuova tecnica per leggere di più.

Quando una banalità è venduta al prezzo di un grande segreto.

Premetto che, per quanto riguarda la lettura veloce, sono piuttosto ignorante. Condivido alcune riflessioni, consapevole di quanto queste siano ancora parziali. Digitando “lettura veloce” su google, si viene sommersi da quintali di pseudo-spazzatura creata ad hoc per risaltare sui motori di ricerca. Si cerca di invogliare il lettore promettendo di dimezzare i tempi di studio, oppure di lettura del giornale. E vendere un pratico e-book dal titolo altisonante. “Come leggere tutto lo scibile umano comodamente seduto sul cesso. In una seduta”, o cose del genere, per la modica cifra di 36 euro.

Tralasciando l’immondizia, concentriamoci sulla lettura veloce “seria”. Si tratta di una tecnica che permetterebbe di aumentare la propria velocità di lettura sino al 400% (le stime variano da sito a sito) il cui concetto chiave (semplificando, non me ne vogliano i cultori) è la lettura “a cluster”. Vediamo cosa c’è di vero.

Non leggere a voce alta.

Leggendo a voce alta si perde più tempo del dovuto. E questo è vero. Il nostro cervello, se mediamente allenato alla lettura, ha bisogno di meno tempo per registrare le informazioni rispetto a quello che impiega la bocca per pronunciare le parole. Questo vale anche per la lettura mentale: se leggiamo “parola per parola” immaginandone il suono nella mente, stiamo leggendo più lentamente di quanto potremmo.

A noi scegliere se val la pena di cambiare: se alcuni tra di noi non rinuncerebbero mai al melodioso suono delle parole, altri sono più interessati al contenuto che esse veicolano.

Secondo alcuni studiosi, e qui mi trovo d’accordo, la lettura ad alta voce è una cattiva abitudine da insegnare ai bambini solo nei primi momenti di apprendimento della lettura. I pareri sono discordi, personalmente, dalla scuola media in poi non faccio leggere ad alta voce.

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Come ho smesso di fumare.

aprile 16th, 2010 § 11 comments § permalink

Questo articolo è una risposta a La ruota del cambiamento.

La cosa più difficile dello smettere di fumare non è il proposito ma resistere quelle tre o quattro settimane dopo aver attuato l’idea, e dopo i primi tempi in cui la baldanza del tuo intento agisce come euforizzante, in cui l’assenza di nicotina cerca di de-strutturarti.

In realtà, finchè ho fumato, non ho mai pensato di avere un problema, un po’ perché facevo sport e immaginavo che questo proteggesse dagli effetti del fumo (e forse operava anche la convinzione di essere personalmente immune ai pericoli: a me non succederà) e un po’ perché fumavo modicamente (cioè 10-12 sigarette al giorno).

Questo fino a quando non si è manifestato qualche sintomo, cose lievi senza grande importanza. Dopo questa serie di sintomi è capitato un fatto. L’unione di questi due eventi ha promosso il proposito. Da questo proposito è seguita l’attuazione e, come detto, cosa più difficile di tutte, il mantenimento, con piccola ricaduta e definitiva riuscita.

I lievi sintomi erano un aumento delle pulsazioni a riposo. In campo medico si chiama tachicardia, e può essere sia un sintomo aspecifico di stati febbrili, shock, emozioni intense, abuso di caffeina, sforzi eccessivi, intossicazioni voluttuarie (tra cui il fumo), riflessi gastro-cardiaci, sia un sintomo di patologie più gravi come fibrillazione atriale, scompenso cardiaco, ischemia del miocardio e così via.

Ora, molto probabilmente questo lieve aumento dei battiti cardiaci non era da ascrivere interamente al fumo e forse nemmeno parzialmente, bensì a uno stato di sovrallenamento, condizione cui è facile che cada il praticante sport di potenza giovane e baldanzoso. Insomma una banale conseguenza di quello che in gergo si chiama sovrallenamento (overtraining) e che ha tra i suoi sintomi appunto una leggera tachicardia.

Il secondo evento è stato una malattia da raffreddamento, occasione quasi sempre da me associata all’interruzione del fumo, perché in quelle circostanze ti accorgi di come il fumo abbia un sapore schifoso e ti viene da chiederti: ma chi me lo fa fare di mettermi in bocca questo schifo di sapore? È la nicotina, come vedremo.

Allora, ricapitolando, contemplazione (tachicardia), occasione (malattia raffreddamento), decisione: smetto di fumare.

Attuazione: durante il periodo di malattia è facile, non senti il bisogno di fumare, hai altri problemi. Quando ti ristabilisci ricominci a fumare: anche in quel caso il fumo fa schifo, e lo sapevo da esperienze precedenti. Solo che quella volta alla guarigione decido di non ricominciare. Comincia a farsi sentire il desiderio di fumo. I primi giorni resisti decentemente, alimentato dal proposito. È un bene, perché più tempo passi senza fumare più il ricominciare sarà sgradevole.

La nicotina.

La nicotina è una delle tre sostanze psicoattive (insieme a caffeina e alcol) più usate. È un alcaloide vegetale (cioè una sostanza azotata con caratteristiche basiche, come caffeina, teofillina, teobromina, morfina, tropina, stricnina e così via) con elevata capacità di assorbimento nei tessuti organici, come polmone, mucosa orale, cute, tratto gastrointestinale [1]. Si distribuisce in tutto l’organismo e passa sia la barriera emato-encefalica che quella placentare, ritrovandosi in tutti i liquidi compreso il latte materno. L’emivita è di circa due ore. Ha effetti sia a livello centrale che periferico, mediato dai recettori acetilcolinici nicotinici.

È un agonista specifico dei recettori dell’aceticolina, definiti appunto nicotinici, e agisce sul sistema nervoso centrale aumentando sia l’attività psicomotoria che quella sensomotoria, ha un’azione positiva sulla memoria e sulla funzione cognitiva inoltre aumenta anche la frequenza cardiaca, stimola l’ormone antidiuretico (ADH), agisce riducendo l’attività delle fibre muscolari afferenti causando una riduzione del tono muscolare e ha anche un effetto sulla riduzione dell’appetito, sull’aumento contrattilità cardiaca e su quello della pressione
sanguigna.

L’attività di rinforzo della nicotina è probabilmente mediata dai neuroni dopaminergici del mesencefalo [2]. Soprattutto i recettori acetilcolinici della substantia nigra e dell’area tegmentale mediale, sede di importanti neuroni dopaminergici. Inoltre, le proiezioni dell’area tegmentale mediale al nucleo accumbens rappresentano il fattore di rinforzo del piacere legato alla liberazione di dopamina [3].

La nicotina è dunque in grado di indurre una dipendenza sia fisiologica che psicologica legata appunto ai meccanismi di induzione del piacere, e gli effetti dell’astensione dal fumo comprendono: desiderio di nicotina, ansia, irritabilità, irrequietezza, riduzione della concentrazione, insonnia e aumento dell’appetito.

E sono appunto tutti gli effetti che ho sperimentato personalmente, insieme a quello più potente di tutti: una sensazione pressante di urgenza, un desiderio di compiere qualcosa di incompiuto, che era lì a portata di mano, così semplice e facile da raggiungere. Quello che si prova è una riduzione del senso del sé, appunto un considerarsi incompiuti, è come se mancasse l’aria: la nicotina induce una nuova normalità all’interno del cervello legata alla sua concentrazione e al suo ruolo di attivatore dei neuroni dopaminergici coinvolti nel circuito del piacere. L’assenza della normalità è interpretato a livello fisiologico come una inefficienza recettoriale, al quale l’organismo rimedia aumentando i recettori o attivando il sistema anti-stress legato a adrenalina e noradrenalina. Infatti si è dimostrato che la clonidina (agonista selettivo dei recettori alfa2 adrenergici) è in grado, attraverso la riduzione della produzione catecolaminica, di diminuire sia l’ansia che la depressione in chi smette di fumare [4].

La storia giunge al suo epilogo. Dopo una breve ripresa (due o tre sigarette al giorno) fortunatamente associata alla reale esperienza del fumo, che è perfettamente sgradevole (nausea, tosse, bruciore) ho smesso definitivamente. È ritornata la normalità di chi non fuma e sono spariti i sintomi dell’astinenza.

[1] M.E. Jarvik, N.G. Schneider, Nicotine. In J.H. Lowinson, P. Ruiz, R.B. Millman, J.G. Langrod, (a cura di): Substance Abuse: a comprehensive textbook, 2nd ed. (Baltimore 1992) p. 339-340. In R.M. Julien, Droghe e Farmaci Psicoattivi, Zanichelli 1997.

[2] E.D. Levin, Nicotine systems and cognitive functions, Psychopharmacology 108, 1992, p. 417-431.

[3] J.H. Lowinson et al. Op. cit.

[4] P.K. Gessner, Substance abuse teatment. In C.M. Smith, A.M. Reynard, (a cura di) Textbook of Pharmacology, (Philadelphia 1992).

Foto | Flickr

Rapelay, il videogioco che inneggia allo stupro.

marzo 13th, 2010 § 0 comments § permalink

Violenza.

Avrete sicuramente letto, qualche settimana fa, la notizia riguardante “Rapelay”: il videogioco giapponese che ha per protagonista un maniaco e per scopo la violenza sessuale nei confronti del maggior numero di ragazze, anche minorenni. Siccome ci sono arrivato un po’ in ritardo, ormai è troppo tardi per dire la mia: mi limiterò quindi a qualche semplice considerazione generale (e alla fine vi frego e dico pure la mia).

Sono favorevole alla libertà di espressione, in tutti i suoi risvolti. Anche quando si parla di videogiochi. Trovo che quando ci si trova ad applicare la censura è perché la battaglia è già stata persa, e credo che la censura sia oggi un mezzo inefficace (se si può scaricare un film prima ancora che esca al cinema, cosa ci vuole a scaricare un videogioco?).

Tutto questo non mi impedisce di pensare che Rapelay sia una squallidissima trovata commerciale. “Commerciale” non nel senso che la software house che lo ha inventato ci stia guadagnando i milioni, ma nel senso che tutto il mondo ne sta parlando. Come dire: bersaglio colpito. “Squallidissimo” perché banalizza una cosa estremamente seria, una cosa che fa soffrire le vittime e i loro parenti (e in alcuni casi anche i carnefici) al punto da rovinargli la vita in maniera irreversibile e all’idea che alla parola “stupro” un ragazzino possa farsi una sonora risata mi prudono le mani.

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Superenalotto: ci sono andato vicino!

marzo 5th, 2010 § 2 comments § permalink

Numeri del Lotto

A tutti sarà capitato, qualche volta, di tentare la fortuna al gioco del superenalotto. Ammettiamolo!

Bene, sorvolando per il momento tutta una serie di considerazioni su quanto la cosa sia sconveniente per le nostre tasche, vorrei concentrarmi su una riflessione: “Ho giocato il 47, è uscito il 48. Cacchio! Ci sono andato vicino…”

Mi rendo conto che la risposta potrebbe apparire banale per i più, ma girando qua e là per la rete osservo che la questione non è ancora del tutto chiara. In poche parole: è una boiata. In tante parole: il meccanismo di estrazione dei numeri del lotto consiste in un’urna meccanica all’interno della quale si trovano le 90 palline che rappresentano i numeri dall’1 al 90 (fonte: Wikipedia).

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La teoria dei 5 sé di Ulric Neisser.

marzo 3rd, 2010 § 0 comments § permalink

Ci sono vari tipi di sé.

Provate ora, giusto per cominciare a farvi un’idea, a rispondere alla domanda: “Cos’è il sé?”.

Qui Wikipedia dice che Carl Gustav Jung (uno dei padri della psicologia moderna) definisce il sé come “la totalità psichica rispetto a cui l’Io, la nostra parte cosciente, è solo una piccola parte”. Che, tradotto “in pillole”, vuol dire che il sé è tutta la psiche: la mente, il pensiero, l’inconscio, etc. Fin qui è chiaro? Bene, ora passiamo a distinguere le varie parti del nostro sé…

Già nel 1892 William James ha distinto il sé in due parti:

L’io

che è il “sé che apprende”, cioè quello che organizza e interpreta la realtà, ma anche quello che può conoscere il sé restante:

Il Me

che è la parte che viene conosciuta, ciò che percepiamo di noi stessi.

La “teoria dei 5 sé”, di Ulric Neisser, sostiene che esistono ben cinque parti del sé. Cinque aspetti separati ma dipendenti gli uni dagli altri. Vediamoli brevemente:

1. Il Sé Ecologico

Presente sin dalla nascita, è la percezione del proprio corpo e di ciò che vi è direttamente connesso (ad esempio i vestiti). Anche le azioni e i gesti compiuti fanno parte del Sé Ecologico. Deriva, in sostanza, dal vedersi e dal sentirsi agire.

2. Il Sé Interpersonale

Nasce attorno ai 3 mesi di vita, è direttamente connesso alle interazioni con gli altri. È il sé che si forma a partire dalle reazioni altrui, dal come percepiamo noi stessi nei confronti degli altri, da quanto ci sentiamo loro “appartenenti”. Carico di emozioni ed affetti, ci ricorda che noi NON ESISTIAMO se non in diretta relazione con altre persone.

3. Il Sé Esteso

Si sviluppa a circa 3 anni. È rappresentato dal passato e dal futuro: è la nostra storia. Siccome è parte integrante del sé, alla stessa stregua del presente, può servire a darci forza per rinforzare la nostra concezione del sé (ad esempio: ora sono un po’ sovrappeso, ma quando ero giovane… ero un figurino!

4. Il Sé Privato

Emerge a 4 anni e mezzo. È la consapevolezza che ci sono aspetti di noi stessi (ad esempio i pensieri) che non sono accessibili ad altri, se non lo vogliamo. È interessante pensare che fino ai 4 anni i bambini non sanno di questa “utile” possibilità. Lo avevate mai notato?

5. Il Sé Concettuale

È quello che tiene uniti gli altri quattro: è il concetto che abbiamo di noi stessi. Questo si esprime attraverso il linguaggio, la cultura nella quale viviamo, etc. Serve a dare coerenza al sé.

Foto | Flickr

La storia di Kitty Genovese e la diffusione di responsabilità.

febbraio 27th, 2010 § 0 comments § permalink

Kitty Genovese

Kitty Genovese

Il 13 marzo 1964 Kitty Genovese stava tornando a casa per una via di New York. Erano le 3.15 del mattino circa quando Winston Moseley la aggredì pugnalandola per due volte alle spalle. Purtroppo nessuno si trovava per strada a quell’ora e nessuno di coloro che probabilmente sentirono le grida si affacciò ad una finestra dei palazzi attorno, sino a quando un uomo finalmente gridò a Moseley di lasciar stare la donna. L’aggressore fuggì, ma tornò dopo circa dieci minuti.

Kitty, nel frattempo, riuscì a trascinarsi nel corridoio sul retro di un edificio, quando Moseley la raggiunse, la pugnalò nuovamente, la violentò, e fuggì. Solo allora un testimone chiamò soccorsi. Kitty morì durante il trasporto in ambulanza. Il New York Times parlò di 38 possibili testimoni. L’aggressione durò circa 30 minuti.

Perché nessuno fece niente?

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Effetto Zeigarnik: non possiamo lasciare un compito a metà!

febbraio 18th, 2010 § 2 comments § permalink

Effetto Zeigarnik.

Guardate questa figura:

Illusione Ottica 1

La vedete l’immagine? Bene… Li vedete i quadrati più grossi, quelli neri? Benone… Vedete, immagino, le righe bianche che formano una griglia… Perfetto. E scommetto che vedete anche i quadratini più piccoli, quelli grigi, nella griglia tra un quadrato nero e l’altro. Fantastico.

Effettivamente c’è un problema: i quadratini più piccoli, quelli grigi, non esistono. Sono creati di sana pianta dal cervello. Ma perché? Beh prima di rispondere vi faccio vedere un’altra figura. E poi, se proprio vogliamo dirla tutta… Questo post parla d’altro.

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L’educatore felice.

febbraio 10th, 2010 § 1 comment § permalink

Educatore Felice

Quasi chiunque, e ad ogni età, si trova a dover educare qualcun’altro. Educare deriva del termine “ex-ducere”, che significa “tirare fuori”. Per tirare fuori il bello che vediamo dentro un’altra persona ci tocca, però, prima tirare coltivare il bello che c’è in noi.

L’educatore deve essere felice.

La prima parola, educatore, va intesa nel senso ampio del termine, ossia chi, per i motivi più svariati, si trova a dover trasmettere qualcosa ad un’altra persona. Parliamo di genitori, insegnanti, animatori, educatori professionali, in una parola: adulti. L’ultima parola, felice, va intesa nel senso etimologico del termine: deriva dal latino, Felix, e vuol dire fertile, fecondo. L’accento è quindi posto sui frutti prodotti dalla persona felice, nella naturale certezza che per ogni educatore vi siano molti giovanissimi che dei frutti della felicità hanno bisogno almeno quanto il pane che mangiano. In sostanza, non si può essere felici per se stessi, ma lo si è solo gli altri.

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Bandura e il disimpegno morale.

gennaio 18th, 2010 § 1 comment § permalink

Disimpegno Morale

Come contravvenire ai nostri principi morali senza troppi noiosi sensi di colpa? Quando commettiamo un atto che riteniamo “sbagliato”, la mente mette in atto una serie di meccanismi, tentando di farci capire che ciò che stiamo facendo non è giusto (o almeno così ritiene la nostra “coscienza morale”). Fortunatamente, o sfortunatamente, siamo stati dotati di una serie di barriere, che impediscono al senso di colpa di farci troppo male in caso di compimento di atti “illeciti”…

Parliamo dei più grossi crimini (violenze, furti, ecc) come delle più piccole stupidaggini (cartaccia gettata per terra, biglietti di autobus non acquistati, ecc). È grazie a queste barriere che non sempre ci sentiamo contriti e fustigati se il comportamento che teniamo non è perfettamente in linea coi nostri valori morali.

Lo psicologo canadese Albert Bandura (qui su Wikipedia) prova a dirci la sua: disponiamo di 8 “meccanismi di difesa” che la mente è in grado di attivare inconsciamente per farci da scudo e permetterci di non essere aggrediti dalle emozioni negative allegate ai gesti immorali. Questi sono noti come meccanismi di disimpegno morale e possono essere suddivisi in otto tipologie:

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E-Learning: che stile di apprendimento elettronico hai?

gennaio 11th, 2010 § 0 comments § permalink

Apprendimento

Col termine E-learning intendiamo due cose: imparare L’USO della tecnologia, e imparare TRAMITE L’USO della tecnologia. Questo post riguarda la prima delle due. Ci sono vari modi di approcciarsi all’uso della tecnologia, e ognuno ha il suo personale. Possiamo, ad esempio, distinguere gli intraprendenti dai riflessivi, e gli accomodanti dai creativi…

Facciamoci qualche domanda: come abbiamo reagito all’ingresso dei pc nelle nostre case? Come abbiamo affrontato il diffondersi di internet? E cosa dire dei cellulari di cui non possiamo fare a meno ma che venti anni fa non esistevano? O ancora, come (in quale dei tanti modi possibili) hanno cambiato la nostra vita google, i blog, youtube e facebook?

In “Psicologia dell’Apprendimento Multimediale” provano a dare una risposta: ogni persona ha un proprio stile di e-learning.

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Where Am I?

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