
Foto | Flickr
Mi è stato chiesto di scrivere un articolo per questo blog. Una bella soddisfazione, visto che non mi è mai capitato di poter rendere pubblica qualche mia riflessione. Dopo aver tentato di valutare se mi sentivo all’altezza del compito, ho deciso di provare: non nego che l’idea di poter avere uno spazio in cui confrontarmi con eventuali lettori da cui avere un riscontro mi ha allettato non poco.
Per cui, per prima cosa, ringrazio moltissimo per la possibilità che mi è stata offerta [Figurati, Silvia, il piacere è stato tutto mio! - NdR]. Forse sembrerà sciocco, ma di questi tempi avere l’occasione di comunicare ed essere ascoltati è un bene prezioso. Vorrei parlare dell’identità…
Dove hanno messo il libretto di istruzioni?
L’identità può essere definita come il modo di percepire se stessi. Più facile a dirsi che a farsi: se ai tempi di mia nonna l’identità era ben scandita e radicata, oggi ha confini labili e contorni diffusi.
In questo periodo si parla tanto del problema dei giovani, di quanto siano insoddisfatti, alienati, senza idee chiare né progetti. Stento fortemente a credere che siamo una generazione di rammolliti senza la minima aspettativa circa il futuro solo perché “ci è stato dato tutto”. E non credo, come i luoghi comuni di vecchio stampo ritengono, che la causa del problema sia stato l’accomodarsi su tutti questi agi. Reputo, invece, che le innumerevoli prospettive che ci circondano ci abbiano letteralmente sovrastati. E questo perché nessuno ci ha mai fornito i mezzi e gli strumenti per capirle a fondo e poter scegliere.
Non per negligenza, sia chiaro, quanto più che altro per impreparazione! Il modello educativo che ci è stato insegnato è valso per molte generazioni, è vero, ma non per la nostra. Una volta usciti di casa, trovandoci a contatto con la realtà vera, abbiamo scoperto come questa sia completamente diversa da quella che ci era stata descritta, e che le tecniche che ci sono state insegnate per fronteggiarla appaiono assai limitate e inappropriate.
Piuttosto, quindi, se mi guardo intorno, mi sembra di vedere identità disperse e disorientate che arrancano nel vuoto, nel tentativo di definire e affermare se stesse.
Chi pensiamo di essere, chi vorremmo essere e chi ci chiedono di essere.
In altre parole, se all’epoca di mia nonna la vita somigliava ad un ruscello dalla traiettoria ben definita, ora siamo nel mezzo dell’oceano, trasportati da mille correnti contrastanti; frammentati tra chi pensiamo di essere, chi vorremmo essere e chi ci chiedono di essere. Insomma, sappiamo tutto fuorché chi siamo davvero, e la cosa è terribilmente destabilizzante!
Un tatuaggio per intrappolare un frammento di identità.
Il mio spunto di riflessione viene dal tatuaggio. Per molti è una questione che si può velocemente risolvere (e accantonare) con il fenomeno “moda”. Ma come ho scritto nella premessa, al giorno d’oggi, nel marasma della società in cui ci troviamo, comunicare e ricevere attenzione è un lusso non di poco conto.
Vedo nel tatuaggio (come nel blog, in una foto ecc.) il tentativo di imprigionare un qualcosa di noi stessi e, grazie all’impatto visivo, comunicarlo agli altri. È un po’ come intrappolare per sempre un frammento di identità, per poterlo finalmente mettere in tasca. È un po’ come appiccicare un’etichetta su un mazzo di fascicoli confusionari per poterli riporre finalmente su uno scaffale e poter dire “Anche questa è fatta!”.
Non si può rinchiudere un tornado in una scatola.
Tuttavia, credo che sia impossibile rinchiudere a tutti i costi un tornado in una scatola. Le possibilità sono infinite, e altrettante sono le facce della nostra identità, è inutile ridurci ad un modello prestampato.
Se all’epoca di mia nonna l’identità era unica, solida e durevole, oggi non può che essere multipla, fluida e temporanea. Non c’è da sentirsi in colpa se un giorno si è una cosa e il giorno dopo un’altra, oggi la nostra identità non è altro che la nostra costante mutevolezza… oggi non ci sono margini: si nuota in mare aperto!
Eh Silvia, non hai affatto torto e il tuo discorso fila liscio come l’olio.
Noi giovani siamo un po’ sbalestrati a destra e sinistra, non sempre ci vengono passti dei veri valori reali nè tantomeno abbiamo la fortuna di assistere ad esempi di vita belli, piacevoli, rappacificati e quindi, trovr la strada buona, è noi più dura prchè, sebbene abbiamo tutto talvolta ci mancano effettivamnte le cose essenziali… ed allora è come se fossimo senza equipaggimento per il viaggio della vita!
Magari abbiamo la moto, ma può mancarci la voglia di vivere, oppure abbiamo voglia di vivere ma fatichiamo nei rapporti con gli altri dunque la nostra vogli di vivere non si trasforma in qualcosa di concreto perchè non sappiamo scoprire il tesoro che è in noi – e chi ci insegna scoprirlo? – e non sappiamo donarlo felicemente e rettamente agli altri!
Nonostante tutte le difficoltà, credo però che si possa, pian piano capire come va riempito il vuoto e come rendere i nostri giorni pieni di energia. In fondo, tocca solo a noi e non esistono condizioni umane disastrose in cui qualche uomo non abbia in qualche modo “vissuto pienamente”. Ci sono storie di snti nei campi di concentramento che sono testimonianze di amore alla vita pazzesche: e chi ama la Vita, in qualche modo, uscirà per forza dl suo marasma, e cercherà di trasformare la reltà che vede, in qualche modo, picevole e migliore, almeno per qualcuno! :)
Ciao Silvia! beh che dire…riflessione interessante quanto profonda.Mi permetto di dire la mia.Come dici tu ai tempi delle nostre nonne, e direi anche dei nostri stessi genitori, le identità erano scandite ( in molti paesi del sud italia ancora lo è) da ruoli societari ben definiti.Spesso una volta il figlio del falegname faceva il falegname, chi aveva un’attività genitoriale proseguiva nella stessa…forse nacora oggi funziona così ma per una scelta di ‘comodo’ forse che di passione per ciò che si fa.Hai altrettanto ragione nel dire che manca un orientamento.Oggi ognuno di noi è ‘svincolato’ da scelte obbligate, in moltissimi vanno all’università ( basta vedere statistiche di lavori cosiddetti ‘umili’ che nessuno vuole fare più, salvo stranieri che pure di mangiare fanno di tutto, mica gli italiani)tanti altri fanno ciò che li appassiona…cmq vada c’è un’ampia scelta lavorativa e di hobbyies. Orientamento…già. In base a cosa scegliere? o per meglio dire, COME scegliere se non si hanno strumenti nè istruzioni per scegliere? Prima l’identità, come prima dicevo, era appiccicata dai genitori o situazioni contingenti ( falegname, medico, avvocato, notaio, commercialista etc…)e quello era in linea generale…oggi una persona rivendica la libertà di scegliere la propria vita e si parla tanto di libertà…libertà di scegliere, ma come si fa? Se prima non si sceglieva un granchè ed oggi si può scegliere tutto…c’è una falla o mancanza nell’istruzione delle persone…ok puoi scegliere ma come si fa? in base a cosa? I più ‘fortunati’ hanno passioni e le perseguono da piccoli e la scelta è quasi causale e ‘facile’, ma tanti altri, a quanto sento e vedo in giro, sono frustrati a mille perchè per quanto si sono sentiti liberi di scegliere non hanno avuto gli strumenti necessari per fare una scelta allineata con la loro…identità o sè profondo ( come amo chiamarlo io). Tatuaggio come rappresentazione della propria identità. Io ho sempre pensato che il tatuaggio ( generalizzando ovviamente) è un modo per comunicare a sè stessi, più che ad altri, la propria identità, come un post it che ti ricorda chi sei e perchè fai certe scelte. Ora concordo che in molti casi oggi le persone abbiamo molte identità causate da spinte interne ed esterne e credo che proprio questo sia il problema della confusione generalizzata della scoietà odierna…tutti sono e fanno di tutto ma ben pochi hanno le idee chiare, un caso? E si è tanto vero che non si può racchiudere un tornado in una scatola, sì siamo in un società mutevole ma…i tornado fanno sempre danni innumerevoli( distruggendo personalità e situazioni spazzando via tutto quel che di buone si era costruito) e nuotare in mare aperto è bello,puoi andare dappertutto ma in molti si buttano in mare non sapendo perchè o dove vogliono andare…ma senza una direzione specifica o un approdo all’orizzonte, si rischia di morire di fame, di sete, di solitudine affogati nell’immensità profonda di quel mare infinito che tanto dà…se sai come navigarlo…
Mi ritengo fortunata di avere 40 anni, perchè le generazioni più giovani attraversano un mondo estremamente difficile, dove sembra non esserci posto per loro.
E lo stress esiste per aver troppo da fare o niente.
Non cambia.
In più si aggiunge l’esser figli di persone che hanno cercato di dar loro tutto, le frustrazioni le hanno incontrarle tardi, con effetti dirompenti.
Trovo che “L’ ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani” di Galimberti esprima anzi fotografi questa condizione senza giudizio ma forse con inquietante veridicità
Io a voi giovani vi darei con la ruschia così capite che non è che non vi è dato è che non date retta.
Fine commento.
Uhmmm, meglio precisare.
Questa storia che ai giovani non vengono forniti i giusti riferimenti mi sembra una scusa impacchettata già bell’è pronta. No,no. Diciamo diversamente: i giovani non danno retta. Questo è un aspetto fondamentale per acquistare l’indipendenza (anche se non per smettere di parassitare i genitori, ah-ha).
La colpa in ambito familiare la individuo là dove i genitori non erigono barriere all’allargamento del sè giovanile, di modo che questo non ha modo di formarsi ma tende, come dire, “naturalmente” a debordare, non avendo interne capacità critiche (se non limitate). Questo discorso chiaramente non tiene conto delle differenze interindividuali, che potrebbero fornire una visione completamente differente.
l’altra causa di sbalestramento giovanile è nell’impedirgli di desiderare a lungo qualcosa, e cioè nell’ottenerlo subito e facilmente e altrettanto facilmente scordarselo. This is la civiltà dei consumi, baby. però qualcosa si può fare.
Detto questo, però, sottolineo che i giovani, se rettamente indirizzati (già, ma cumme se fa?) sono dotati per natura di un’ingenua e romantica visione del mondo che potrebbe essere utile per innestare una rivoluzione virtuosa, se non fosse che codesti giovani subito la perdono, a ogni generation più velocemente. Perchè? invecchiano troppo velocemente. Imparano a gestire gli altri e le situazioni molto più velocemente di noi: in poche parole diventano adulti nella mente troppo alla svelta, o meglio, si forma una crosta di presunta durezza che nasconde un interno mai formato, una debolezza che si paga alle prime difficoltà.
Il libretto di istruzioni di questo tuo bell’articolo, cara Silvia, sta nella consapevolezza del fatto che il sè si forma attraverso i limiti, che le imposizioni (chiaro, non sadiche) servono a formare la superficie dell’io simbolico, come le possibilità fisiche quelle dell’io corporeo.
@Lorenzo: più che non ci vengono insegnati valori reali, credo che ci vengano insegnati valori un po’ vecchi, che non tengono conto degli enormi mutamenti socioculturali che hanno investito la società e, di conseguenza, anche i giovani che la compongono. Inoltre, come hai detto tu, non possiamo usufruire di esempi modello. E’ un po’ la storia del “parlare bene e razzolare male”: la teoria che ci è stata insegnata oltre a non corrispondere minimamente alla realtà dei fatti, non viene seguita neppure da chi se n’è fatto portavoce! E credo che proprio da questo derivi, per alcuni, la non voglia di vivere.
Sono assolutamente d’accordo con te: anche io credo che dentro ognuno di noi ci sia un enorme tesoro, che non necessariamente corrisponde a diventare il grande medico o il famoso avvocato anzi… credo proprio che sia questo tentativo di influenzare le aspirazioni dei giovani (spesso per l’ambizione dei genitori) a provocare nei giovani disorientamento e frustrazione.
@TheLifePhilosofer: come si fa a scegliere? E’ proprio questo il problema. Forse cercando di entrare autenticamente in contatto con quello che tu chiami “sè profondo”, cercando di spogliarsi di tutte le interferenze che non fanno altro che confondere (se non addirittura distorcere la visuale), mettendosi in discussione, sperimentando…
Quando parlo del tornando intendo dire che ognuno di noi è intimamente una forza della natura, ma rimane un vulcano attivo che non erutta mai perchè non trova il suo cratere, per cui al massimo perde qualche zampillo qua e là :)
E ovviamente in mare bisogna prefriggersi una meta verso cui tendere, una meta che però può essere corretta e modificata solo man mano che si galleggia e ci si guarda intorno!
@Paola: non ho letto il libro, ma ho visto il video in cui lo presenta ed hai ragione, riesce perfettamente ad immortalare la situazione.
mi viene da aggiungere
Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita
da Fight Club
e per Paopasc…d’accordo d’accordo.
@paopasc: è vero, i giovani non danno retta, perchè quelli che dovrebbero essere punti di riferimento, oltre ad avere una visione del mondo lontana anni luce, non sono neppure degli effettivi modelli da seguire. Basta pensare che la società italiala è emblema di truffa, corruzione, mancato rispetto delle regole, opportunismo… tutte caratteristiche non certo “fondate” dalla generazione degli attuali ventenni i quali, al massimo, non hanno che imparato dai loro predecessori!
Ciao Silvia, complimenti per l’articolo.
E’ un ottimo argomento di discussione.
Io non penso però che ci sia una piccola confusione fra l’identità e il RUOLO SOCIALE.
Credo che tua nonna, intesa come generazione degli anni 50-60, avesse un RUOLO ben preciso, ma la sua identità era un’altra cosa.
In passato le donne (ma anche gli uomini) avevano una pressione sociale molto più forte e non essere nei binari che la società accettava come normali, nel senso di aderenti alla norma, era un problema.
Tu oggi (nella nostra società) puoi decidere di sposarti, non sposarti, avere figli, non averli, fare la donna in carriera, la casalinga, la studentessa, ecc.. In passato non era così e il ruscello era in realtà un rigido binario dal quale, se ne uscivi, rimanevi isolato (dalla famiglia, parenti, amici, coniuge, figli, ecc..).
Quindi è vero che il ruolo influisce nell’identità, ma non è detto che pensare a quel periodo con nostalgia, come se la vita dei giovani fosse più semplice, sia corretto.
Di sicuro era più semplice capire cosa fare e cosa non fare, ma la libertà non genera confusione se i valori rimangono saldi.
Personalmente penso che i modelli proposti socialmente c’entrino e parecchio.
In questi anni c’è stata una grossa operazione che per attrarre pubblico chiama il pubblico come protagonista.
Questo senza vere competenze. Il messaggio che è passato è quello di non impegnarsi in nulla per realizzarsi e che l’unica maniera per essere davvero una persona di successo è essere famoso.
Se per sentirsi realizzati bisogna andare in tv ad un reality e più sei idiota e più ti prendono, è chiaro che molti giovani che rifiutano questi facili schemi, possono rimanere senza molte alternative.
Ma le alternative ci sono. Solo che sono più nascoste. A volte sono nei libri o nei laboratori di ricerca, sono nelle scuole d’arte (e non dagli Amici di Maria), nei conservatori, nelle scuole degli avieri, fra i vigili del fuoco o negli ospedali universitari, ecc..
L’identità credo che sia un mix di come vorremmo essere, come siamo in realtà e come vorremmo che gli altri ci valutassero.
Ma se la competenza non viene valutata positivamente dagli altri, non è detto che sia un bene farci valutare e accettare da questa gente.
Ciao
Patrizia.
Sorry, la frase corretta è:
“Io penso però che ci sia una piccola confusione fra l’identità e il RUOLO SOCIALE”. M’è scappato un “non”.
Vorrei aggiungere una piccola cosa.
Credo che ognuno di noi sia in sè una specie di esperimento psicologico ambulante e possa osservare (e di fatto lo facciamo) quali siano i suoi atteggiamenti nei confronti del mondo. E non dimenticate che siamo adolescenti invecchiati (per i vecchietti, intendo) che alle volte si stupiscono di avere anta anni.
Durante la giovinezza accade una cosa che ha due valori completamente opposti. la lenta maturazione dei lobi frontali, che funzionano da freno, impedisce ai giovani di possedere la saggezza degli adulti (in pratica, tenere a freno le emozioni in contesti sociali). Quello stesso freno però impedisce spesso agli adulti di coltivare sogni ideali. ai giovani invece è concesso averli, ma spesso sbagliano direzione e così si lasciano vivere dalle cose più immediate che trovano. e l’industria gliele fa trovare lì belle e pronte.
quanto al ruolo della società nel suo insieme ne ridimensionerei il portato perchè è solo quando il giovane aderisce a un ideale che verifica il contrasto tra ciò che ha e ciò che desidera. in quel senso può nascerne una frustrazione. non li vedo però tutti i giovani malati di disillusione ideale…
Accidenti e come si fa a “commentare” tutto questo? Si legge e tace (possibilmente) oppure ci si fa sopraffare dal oh-siiii-devo-direeeee…
Eccomi: sopraffatta!
Ho 44 anni e tre figli adolescenti (un diciottenne e due di sedici -mica male eh?!) e la difficoltà dell’offrire gli strumenti giusti per affrontare “il mondo d’oggi” la conosco bene. E’ che a mia volta, educata da una madre che ha riportato gli stessi modelli di sua madre, mi sono ritrovata in mano strumenti inadatti o obsoleti…un pò come trovandomi davanti al massiccio del Monte Bianco mi fossi trovata solo con la forbicina per le unghie e una gratuggia per la nocemoscata…Provateci voi a farci un tunnel (e vi sfido anche a provare con le unghie lunghe: NON FUNZIONA!).
E non funziona perchè io davanti al Monte Bianco mi ci sono trovata con strumenti obsoleti e inadatti ed intanto l’orologio tichettava e attorno passava di tutto, nei modi che sono di oggi…un bombardamento di stimoli e “opportunità” che così paiono ma spesso non sono che dis-trazioni che portano via dal “centro” di cui parla Paolo…
E Paolo dice bene, un giovane ha necessità di essere contenuto altrimenti si espande in ogni dove diluendosi in miliardi di stimoli con il rischio di faticare poi a recuperare i frammenti del proprio Io. Ma se i 40enni sono presi (e spesso persi)a dis-trarsi tra i mille stimoli (sovente di un vuotospinto) e a loro volta avrebbero bisogno di mamma che li contenesse (o di un calcio nel didietro tanto per resettarli un pò) come possono affrontare i giovani e dargli un “confine” che non sia una prigione ma un punto a cui fermarsi, controllare se i documenti sono a posto e lo zaino e pieno di quel-che-serve e PARTIRE?!
La metafora del tatuaggio come l’hai raccontata tu Silvia mi è piaciuta assai…una ricerca di fissare qualcosa con l’inchiostro sulla stessa pelle…mentre tutto scorre…
Applausi a Silvia (e un sorriso a Paolo che di solito fatico ad “interpretare” per una mia personalissima difficoltà a mettere in connessione i neuroni…) :-)
MrsQT
Innanzi tutto chiedo SCUSA per essere sparita per tutto questo tempo, ma l’università mi ha davvero risucchiato tempo ed energie (la burocrazia con tutte le sue formalità sono una vera tortura) ma se Dio vuole tra meno di un mese mi laureo!
@patrizia: sono pienamente d’accordo con te, ma come hai detto anche tu il RUOLO SOCIALE è una componente fondamentale dell’identità, così come lo è l’appartenenza culturale ad esempio! Non essendo facile al giorno d’oggi trovare il proprio ruolo sociale, questo influisce anche sulla costruzione di un’identità stabile.
@Mrs QT: grazie mille per gli applausi, davvero molto graditi, in particolar modo perchè provenienti da una persona adulta e certamente con più esperienza di me!! :)
Quanto al resto, hai centrato esattamente cosa intendevo dire… uno dei più grandi problemi, difatti, è proprio che gli stessi adulti sono un bel po’ allo sbaraglio in questa società. E i giovani, anche se forse non chiaramente, lo percepiscono, e si ribellano quando qualcuno cerca di disegnargli intorno dei confini (e con questo rispondo anche a paopasc). In altre parole: i giovani non accettanoche gli venga insegnata la strada da chi, probabilmente, non è convinto neppure della propria!
Silvia