La storia di Kitty Genovese e la diffusione di responsabilità.

febbraio 27th, 2010 § 0 comments

Kitty Genovese

Kitty Genovese

Il 13 marzo 1964 Kitty Genovese stava tornando a casa per una via di New York. Erano le 3.15 del mattino circa quando Winston Moseley la aggredì pugnalandola per due volte alle spalle. Purtroppo nessuno si trovava per strada a quell’ora e nessuno di coloro che probabilmente sentirono le grida si affacciò ad una finestra dei palazzi attorno, sino a quando un uomo finalmente gridò a Moseley di lasciar stare la donna. L’aggressore fuggì, ma tornò dopo circa dieci minuti.

Kitty, nel frattempo, riuscì a trascinarsi nel corridoio sul retro di un edificio, quando Moseley la raggiunse, la pugnalò nuovamente, la violentò, e fuggì. Solo allora un testimone chiamò soccorsi. Kitty morì durante il trasporto in ambulanza. Il New York Times parlò di 38 possibili testimoni. L’aggressione durò circa 30 minuti.

Perché nessuno fece niente?

Abbiamo già parlato dei meccanismi di disimpegno morale, ma la pillola di oggi si sofferma su uno di essi: la diffusione di responsabilità. In pochissime parole, ognuno dei testimoni del fatto ha drammaticamente creduto che non era sua responsabilità chiamare i soccorsi, che lo avrebbe fatto qualcun altro. Spesso il meccanismo è inconscio: “pensavo fosse una normale lite”, “credevo fossero due ubriachi”.

Secondo John Darley e Bibb Latané i passaggi che portano all’offrire aiuto sono quattro:

1. ACCORGERSI DELL’EVENTO;

2. DECIDERE CHE LA SITUAZIONE NECESSITI DI AIUTO;

3. ASSUMERSI LA RESPONSABILITA’;

4. DECIDERE COME INTERVENIRE E AGIRE!

Ricordiamo, come sempre, che questo accade spesso e a tutti noi, e non solo ai testimoni di Kitty Genovese.

Kitty Genovese

Infine, un interessante esperimento condotto nel 1968: una persona veniva invitata, insieme ad altri partecipanti, a raccontare la propria esperienza di vita. Per garantire l’anonimato, però, ognuno avrebbe dovuto parlare tramite interfono dall’interno di un cubicolo e, per garantire l’ordine, ognuno avrebbe avuto a disposizione due minuti di tempo per parlare, mentre gli altri avevano l’interfono disattivato sino al proprio turno successivo.

Il trucco sta nel fatto che in realtà i soggetti partecipavano all’esperimento uno per volta, mentre tutti gli altri erano solo voci registrate. Durante la registrazione, uno dei finti partecipanti raccontava delle sue crisi di attacchi epilettici e in seguito fingeva di averne una piuttosto grave. “Stranamente” la percentuale di persone che intervenivano in aiuto del falso epilettico variava drasticamente in base al presunto numero di altri partecipanti.

- Quando i soggetti credevano di essere soli col ragazzo che stava male: intervenne l’85%.

- Quando credevano che, oltre alla vittima, ci fosse un’altra persona: intervenne il 62%.

- Quando credevano che vi fossero ulteriori 4 persone: intervenne solo il 31%.

È questo un modus operandi molto comune per il cervello (vedi il disimpegno morale) che ha letteralmente “diffuso la responsabilità” alle altre persone presenti: finché non SENTIAMO LA RESPONSABILITA’ come nostra, non agiremo per andare in aiuto di chi ne ha bisogno.

Foto | Advances in the History of Psychology | The Situationist

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