Perché cambiare lavoro? 10 ottime motivazioni.

maggio 10th, 2010 § 80 comments § permalink

Navigavo di qua e di là, e a un certo punto mi ritrovo davanti gli indicatori di salute al lavoro secondo Psicologia e Dintorni. Chi non si è mai lamentato del proprio lavoro? Chi non ha mai pensato di cambiarlo, per poi trovarsi di fronte all’evidenza che lo stipendio, a fine mese, serve? Chi non alterna momenti di entusiasmo, fasi di relativo benessere e giorni di sconforto, quando pensa al proprio lavoro? Quel post, ho pensato, merita un approfondimento.

Come distinguere una semplice fase passeggera da un più consistente segnale che quel lavoro non fa realmente per voi? È il momento di prendere in mano la situazione. Vediamo dieci indicatori per i quali potrete dire: questo lavoro non fa per me.

1. Insofferenza nell’andare al lavoro.

Se al mattino faticate a sollevare le stanche membra dal letto, non è solo a causa del sonno. Se quando salite in auto, o sul treno, vi viene il magone al pensiero di dover trascorrere otto ore lavorative, forse è ora di pensare che non siete condannati a soffrire. Insomma, come è ovvio, il primo e più evidente indicatore che un certo lavoro non fa per voi è che quel lavoro non vi piace, che lo sopportate a fatica.

Aumentano le ore di assenza, una lieve influenza vi spinge a chiamare il medico per un certificato, ciò che succede al lavoro non vi interessa. Un buon metodo per capire se il malessere è dato proprio dal lavoro, è pensare a quando non siete sul posto di lavoro: come state? Siete felici? E dopo un periodo di assenza, per malattia o ferie, ne sentite la mancanza?

2. Desiderio di cambiare l’attività lavorativa.

Subito dopo l’insofferenza arriva il desiderio di cambiare lavoro. Potete riconoscerlo perché vi ritrovate più volte a sognare ad occhi aperti, ad immaginare la vostra vita futura in un altro contesto lavorativo. Quelli che inizialmente sono semplici sogni, prendono via via consistenza sino a diventare desideri e poi, nei casi più fortunati, progetti. Le occhiate innocenti agli annunci di lavoro si fanno più frequenti.

3. Alto livello di pettegolezzo.

Il pettegolezzo serve a sfogarsi, a volte è visto come l’unico modo di reagire e sentirsi meno impotenti. Per quel che ne so, un certo livello di pettegolezzo nei confronti del proprio datore di lavoro è comprensibile, ma diventa sintomo di un problema quando interferisce sull’attività lavorativa o nel rapporto tra i colleghi. Se sentite un irrefrenabile impulso nei confronti di questo genere di scambio di opinioni, potete iniziare a mettere in dubbio o la vostra integrità morale oppure il lavoro che svolgete.

4. Covare risentimento verso l’organizzazione.

Il pettegolezzo è spesso legato al risentimento. Se sopportate malvolentieri le persone che lavorano al vostro fianco, o quelle che vi coordinano, o i vostri clienti/pazienti/utenti, come possiamo pensare che questo sia il lavoro che fa per voi? Nessuno di noi gradisce trascorrere circa otto ore quotidiane con persone che non stima. In alcuni casi il risentimento si manifesta con aggressività non giustificata, scatti di rabbia che non hanno un reale motivo di esistere, se non il fatto che siete saturi.

5. Disturbi psicosomatici.

Siamo formati da un unico organismo. Corpo… Mente… Alcuni ci mettono anche l’anima… Quel che è certo è che ogni aspetto influisce sugli altri molto più di quello che pensiamo. Se le vostre difese immunitarie ultimamente sono calate ci sono certamente mille motivi, ma considerate anche che forse il lavoro vi sta stressando più di quanto dovrebbe. Per alcuni è lo stomaco, per altri la testa, per altri ancora un esteso senso di fiacchezza: non è che il corpo vi sta dicendo qualcosa?

6. Sentimento di irrilevanza.

Massì, tanto… Vi trovate spesso a pronunciare questa frase? Il fatto è che il lavoro che state svolgendo è molto importante per qualcuno, ma se lo è solo per il vostro datore di lavoro è un problema. O questo mestiere non fa per voi, o voi non fate per lui. Ciò capita spesso a chi lavora per accrescere un profitto altrui: se non si trovano forti motivazioni interne nella propria crescita professionale, l’entusiasmo è destinato a sfiorire.

Peggio ancora se vi sentite inutili oppure se non vi riconoscete negli ideali o nel modo di agire dell’organizzazione di cui fate parte. È l’anticamera del cambiamento. A voi scegliere se ponderato e graduale oppure improvviso e dato dal non ce la faccio più.

7. Lentezza nella performance.

Se avete perso lo smalto di un tempo, oppure se lo smalto non lo avete mai avuto, potrebbe essere che avete abbracciato un principio new age del tipo “vivi con lentezza”, con somma gioia del datore di lavoro e dei colleghi che dovranno loro malgrado abbracciare il principio del “fai velocemente ciò che non ha fatto il tuo collega new age”. Oppure potrebbe essere che siete meno motivati. Attenzione a questo indicatore.

8. Confusione organizzativa.

Dimenticate gli impegni? Commettete molti errori? Vi sentite confusi e spesso non sapete da che parte cominciare? Sbagliare è umano, e su questo non ci piove, il vostro lavoro sarà seriamente incasinato, e qui ci sto, ma, santo cielo, valutate l’idea che forse cambiando lavoro fareste di meglio. Con cara pace del senso di colpa e una bella iniezione di autostima.

9. Venire meno alla propositività.

Uno degli istinti di base dell’uomo, da quando è sceso dagli alberi (e ora non venite a dirmi che siete di quelli che l’uomo non deriva dalle scimmie), è quello di creare. Creare utensili, creare relazioni, creare case, creare figli, creare idee. Se di fronte ad un problema il vostro istinto di creare una soluzione è sfiorito, se non create proposte, idee, se non introducete novità, probabilmente state lavorando in maniera scialba. Probabilmente il mestiere che state svolgendo non permette al vostro istinto creativo di emergere.

10. Aderenza formale alle regole.

E detto tutto questo, aderite ancora alle regole?! Il motivo è molto semplice, o in quelle regole ci credete, ma lo escludiamo perché questo punto parla di aderenza formale, oppure avete perso la speranza di cambiare le cose. Cercate di mantenere una facciata di adesione, perché tanto non serve a niente… Anche in questo caso, e per l’ennesima volta, non è arrivato il momento di cambiare lavoro?

Altri 10 motivi per cambiare lavoro.

E ancora, ecco altri 10 concretissimi motivi, tratti da Diario di Bordo. È il caso di cambiare lavoro se:

1. Sentite di non avere più niente da imparare.

2. Ritenete di essere sottopagati rispetto all’impegno profuso.

3. Comprendete di avere bisogno di nuovi stimoli.

4. Credete che potreste dare molto di più di quello che state dando.

5. Ritenete che potreste lavorare di meno, guadagnare di più e vivere meglio.

6. Desiderate lavorare in modo più organizzato e preciso.

7. Ambite ad entrare a far parte di un nuovo settore.

8. Ritenete che potreste impiegare le vostre energie e le vostre capacità in modo migliore.

9. Ambite a ricoprire incarichi di maggiore responsabilità.

10. Sentite di dovervi dirgere verso una nuova direzione e desiderate fare nuove esperienze.

Foto | Flickr

Come vincere la timidezza?

settembre 13th, 2010 § 74 comments § permalink

Come vincere la timidezza?

Foto | Flickr

M. (iniziale di fantasia), un giovane ragazzo, mi ha fatto una richiesta sintetica quanto precisa:

Ciao, avresti qualche consiglio per sconfiggere la timidezza?

Mmmhhh… Si è mai detto che un Ciraolo degno di questo nome non abbia un consiglio adatto ad ogni situazione? Non sia mai. Come al solito potete integrare nei commenti, comincio io.

1. Accettati per ciò che sei. Timidezza inclusa.

Il primo consiglio che posso darti è quello di fare pace con te stesso. Sarà difficile battere la timidezza se non “ti piaci” almeno un pochino. Pur non conoscendoti sono certo che hai dei difetti: alcuni potrai eliminarli facilmente, altri potrai eliminarli faticosamente, altri ancora non potrai eliminarli affatto. Difetti fisici, difetti caratteriali… Quanti aspetti di noi stessi non ci piacciono e, quel che è peggio, temiamo possano non piacere agli altri! Per prima cosa, trova un equilibrio interiore. Forse la timidezza è proprio la prima caratteristica di te stesso che non sopporti… Beh, fai pace anche con lei! È una parte di te, non odiarla. Sono altrettanto certo che hai dei pregi: concentra la tua attenzione su di essi, elencali, pensaci, goditeli e scoprirai di essere speciale.

2. Guardati dentro.

Qual è la causa della tua timidezza? Cosa ti blocca? Quali situazioni ti fanno più paura? Ho letto da qualche parte che i motivi della timidezza possono essere di due tipi: poca stima di te stesso (ritieni di non essere in gamba, e che quindi farai una figuraccia), troppa stima di te stesso (credi che sia così grave fare una figuraccia che non ti concedi neanche il minimo rischio). Al di là di questa divisione generica, ogni volta che ti capita di sentirti intimidito, ogni volta che non saprai affrontare una situazione o una persona nel modo in cui vorresti farlo, fermati e concentrati per qualche secondo su come stai dentro. Meglio conoscerai il tuo mondo interiore e più sarà facile riconoscere e bonificare il terreno su cui germoglia la timidezza.

3. Sfidati.

Vivi il tuo rapporto con la timidezza come una sfida. Questo è il tuo obiettivo da raggiungere. Come un videogioco: devi portare il protagonista a sconfiggere il mostro finale, livello dopo livello. La vera direzione della sfida deve essere il superamento dei tuoi limiti, prendilo come uno sport estremo… Ti stupirai quando ti ritroverai a fare e dire cose che non avresti mai creduto. Poniti degli obiettivi, e giorno dopo giorno raggiungili. Oggi può essere chiedere un’informazione ad un passante, domani invitare una ragazza a ballare, dopodomani correre nudo per la piazza della tua città (ehm, in quest’ultimo caso ti prego di non fare il mio nome).

4. Fai un passo per volta.

Chissà perché, siamo fatti così. Le cose importanti sono anche le più sofferte: non avere fretta. Non cercare di passare dal nulla al chiedere alla signorina più bella del vicinato di uscire a mangiare una pizza con te. Questo risultato arriverà dopo un po’ di pratica, dopo un po’ di allenamento con lo strumento “faccia tosta”. Trova degli obiettivi che siano stimolanti ma non impossibili: tieni presente che un buon obiettivo, in questo caso, deve metterti un po’ a disagio. Hai ancora una vita davanti e la fretta non ti aiuta: cosa vuoi che sia, per esempio, un anno di tentativi, di cadute e di rialzate, in confronto ad una vita intera senza timidezza?

5. Esercitati.

Come per ogni cosa della vita, mettiti l’anima in pace: per avere dimestichezza devi allenarti, allenarti e allenarti. Non basta dire “da domani non sarò più timido”, magari! Ma dovrai dire: “da oggi ce la metterò tutta per essere un pochino meno timido di ieri”. L’esercizio ti farà affinare l’intelligenza e l’esperienza ti insegnerà ad affrontare ogni situazione, anche le più difficili.

6. Sbagliando, imparerai.

Non aver paura di tutte le volte che fallirai. Sbaglierai, è inevitabile. Ma puoi vivere i tuoi errori con la serenità di chi ha davanti a sé un obiettivo da raggiungere e non si lascia intimorire dalle cadute, perché ha la testa alta a guardare il traguardo. Quando cadrai ti rialzerai, e ti posso assicurare che ad ogni caduta sarai un uomo diverso, migliore e un poco più vicino alla meta.

7. Non sei così importante! :)

Naturalmente sto scherzando… Il concetto è che le persone che hai intorno (almeno la maggior parte) non hanno nessuna intenzione di osservare i tuoi difetti, ne tantomeno di ricordarseli. Giustamente tu sei al centro del tuo mondo, come io lo sono del mio, ma se farai una gaffe o se risulterai goffo è probabile che chi hai di fronte lo dimenticherà presto. E magari resterà più colpito da una battuta, da uno sguardo, da un sorriso.

8. Ridi.

Non credo che esista qualcosa di più entusiasmante di una risata. Ridere ti aiuterà a piacere di più agli altri, ma soprattutto a stare bene con te stesso. Ridere è una medicina favolosa. Non imparare a “ridere a comando”: risulteresti falso. Impara piuttosto a vedere il lato comico delle situazioni, delle persone, e queste ti faranno ridere di gusto. E ridendo (e facendo ridere) conquisterai le persone che hai intorno.

9. Ridi di te stesso.

Parola d’ordine: autoironia! Prenditi in giro, prenditi in giro spesso: sarà un ottimo esercizio. Comincia a farlo quando sei da solo (chessò, in macchina) per poi cominciare a farlo con i parenti e poi con gli amici più intimi, sino ad arrivare a prenderti in giro anche in presenza di persone appena conosciute. Ti farà diventare una persona più sicura, ti farà conoscere meglio i tuoi difetti ma ti permetterà di avere con loro un rapporto più “amichevole”. I tuoi difetti non sono tuoi nemici, ma dei compagni di avventura che possono anche farti sorridere.

10. Sei più bello, se sei imperfetto.

Ma certo! Questo è il vero punto del discorso: nessuno si ricorderà di una persona senza difetti, di una persona che non sbaglia mai, perché sono anche i difetti a dare colore alla vita. Fai sì che i tuoi difetti diventino i tuoi punti di forza e ricordati che danno sapore a ciò che fai, ma soprattutto spessore alla tua personalità.

Rientro al lavoro dopo le vacanze: come la mettiamo?

agosto 30th, 2010 § 8 comments § permalink

Rientro Lavoro Vacanze

Stress da rientro al lavoro dopo le vacanze.

Ed eccoci qua. Se siete nella mia stessa situazione avete ricominciato a lavorare da un bel pezzo. Se siete in una situazione peggiore della mia, le vacanze le avete viste col cannocchiale (o forse col telescopio). Se siete normali, ad ogni modo, il giorno di rientro al lavoro dopo le vacanze è da annoverare a pieno titolo nella lista dei giorni neri, di quelli che non abbiamo fatto niente di così male per meritarli.

Ma c’è, e c’è almeno una volta l’anno. Non vi dico che ho dei consigli per farlo diventare un buon giorno, quello no, per carità. Ma possiamo ragionare insieme (collaborate nei commenti?) e scovare qualche metodo per rendere il rientro almeno un pochino meno traumatico.

Rientro al lavoro post vacanze: i consigli per affrontarlo.

1. Punto primo: le vacanze sono vacanze!

Un buon rientro al lavoro si prepara già dall’inizio delle vacanze. Per chi può permetterselo, sarebbe bene che le vacanze siano delle vere vacanze. Per chi non può permetterselo, ehm… dovrebbe farlo lo stesso. :) Lasciare il lavoro a casa, sia per quanto riguarda le cose da fare che per quanto riguarda gli aspetti “psicologici”: sforzarsi di non pensare all’ultima litigata col collega, per esempio. Spegnere il cellulare, o non rispondere se riconosciamo un numero “lavorativo”, tenere a mente tutte le accortezze necessarie a far si che, finita la vacanza, non possiamo dire: “bah, potevo godermela di più”. Questo aiuterà senza dubbio ad ottenere la giusta ricarica“.

2. Meglio prepararsi in anticipo al rientro.

Dal punto di vista psicologico, intendo. Certo, sono importanti anche gli aspetti pratici: fate in modo di non ritrovarvi a stirare la camicia il giorno prima, ma la cosa più importante è che arriviate al fatidico lunedì con le idee chiare: le vacanze sono finite, è stato bello finché è durato ma ora si ricomincia con la vita di tutti i giorni. Capisco che per alcuni questo possa non essere particolarmente consolante, ma è la realtà, ed è bene affrontare la realtà per tempo. (P.S. evitate però di pensare “cavolo, tra un po’ si torna al lavoro” dal primo giorno di ferie)

3. Rientrare a casa con qualche giorno di anticipo.

Questo è logico. Il rientro a casa comporta già di suo una serie di stress: la lunga coda sull’A1 sotto il sole cocente, varcare la porta di casa, sentire l’odore a cui ci eravamo ormai disabituati, lasciarsi assalire dalla malinconia, disfare le valigie… Perché accumulare stress su stress quando si potrebbe lasciar correre qualche giorno tra l’uno e l’altro? Inoltre le vacanze non sempre sono esattamente “riposanti”: meglio concedersi qualche giorno di vero ed assoluto relax prima di cominciare.

4. Focalizzare l’attenzione sugli aspetti positivi del proprio lavoro.

Mmh… Questa è dura… :) Beh, alcuni saranno più fortunati perché hanno un lavoro che li soddisfa pienamente, altri ci riusciranno perché vedono il lato positivo per natura, altri ancora dovranno (e sottolineo “dovranno”, ne va del proprio benessere) fare uno sforzo di fantasia. Ogni lavoro ha dei lati positivi, e se non ne ha sarà indispensabile trovarli. Se non se ne trovano, dovremo “attribuirli” ad aspetti che di norma non consideriamo positivi. Fosse anche solo lo stipendio che arriva a fine mese (col quale ci siamo pagati le vacanze).

Se ancora non ci siamo, ehm… Continuate a scartare l’ipotesi di cambiare lavoro? :)

5. Mantenere per un po’ qualche vecchia abitudine.

Se durante le vacanze eravate soliti trascorrere la serata leggendo un buon libro e bevendo un bel bicchiere di latte di mandorla fresco, provate a mantenere l’abitudine. Vi farà bene e avrà profumo di vacanza.

6. Rientro graduale al lavoro.

Rientro Lavoro Vacanze
Passare improvvisamente dal sole di Santa Maria di Leuca alle fatture da compilare non è affatto semplice. Se possibile, dedicare i primi giorni ai lavori meno stressanti, all’aggiornamento coi colleghi, alla programmazione del nuovo anno sociale, allo sgozzamento, smembramento e sotterramento di “qualche” collega…

7. Una bella “to-do list”.

Potreste segnare le nuove incombenze lavorative, ma anche quelle di ordinaria amministrazione casalinga, su una bella lista, in modo da non essere costretti a pensarci subito (che a seppellire un collega mentre si pulisce il filtro della lavatrice si rischia di fare confusione).

8. Non di sole vacanze vivrà l’uomo!

Ma anche di gite, di cene tra amici, di weekend fuori città… Scherzo, ma non troppo. Nel senso che caricando di eccessive aspettative le vacanze si rischia di vivere 50 settimane all’anno in funzione delle ultime 2. Le vacanze saranno anche uno dei momenti più divertenti/eccitanti/riposanti dell’anno, ma che non siano l’unico!

Rientro al lavoro dopo le vacanze…

:) Vi svelo un segreto. Quelli che avete letto sopra sono consigli di serie B, perché da Clarita ne ho trovati di molto più seri ed efficaci. Vi elenco quelli per lavoratori dipendenti, se siete lavoratori autonomi cliccate sul link.

  1. Non rientrate.
  2. Se proprio vi tocca, fate con calma, magari perdete il primo autobus o treno appositamente…
  3. Varcate la soglia di ingresso in ufficio con circospezione, come se vi foste dimenticati a casa il badge o vi sia capitato un incidente che ha generato amnesia a intermittenza;
  4. In ufficio salutate altri soggetti senzienti come l’orso appena svegliato, con un “umpf”, alzando il mento e la testa, senza pronunciare parole di alcun genere e se vi chiedono come va fate una smorfia con la bocca, inclinando leggermente il capo sul fianco;
  5. Accendete il computer come se fosse una macchina del caffé e attendete senza dire nulla, guardando fissi lo schermo come si fa con la centrifuga della lavatrice nei giorni di pioggia;
  6. Aprite il client di posta elettronica e aspettate, guardando il muro;
  7. Alzate la cornetta del telefono almeno due volte, per varificate che il tu-tu non sia degenerato in un blurp-blurp per il caldo estivo;
  8. Ora calcolate il tempo che vi resta alla pausa pranzo e poi all’uscita, in ore, minuti e secondi. Se serve fate un foglio Excel;
  9. Non prendete neppure un caffé, state nel vostro dormiveglia, pensando magari ai 147 milioni di euro che si sta godendo qualcun altro;
  10. Riordinate tutto il riordinabile, ma non fate una virgola di fatica, magari anticipate la pausa pranzo, fate finta di fumare una sigaretta in balcone oppure uscite a sgranchirvi le gambe per almeno 10 minuti ogni 35 minuti.. Importantissimo: non rispondete a nessuno, a voce o via e-mail. Voi non siete ancora rientrati, vero?

La lista delle ballerine a cui puzzano i piedi.

settembre 25th, 2011 § 2 comments § permalink

Spam

 

Sì fa un gran parlare, in questi giorni, della lista dei parlamentari omosessuali.

Argomento che avrei evitato volentieri (su questi schermi abbiamo parlato di omosessualità, in termini un po’ più interessanti, qui e qui), senonché questa mattina, dopo qualche giorno che non sfogliavo il feed reader, me lo ritrovo intasato di articoli a riguardo. L’internét è un mezzo che solitamente non raggiunge i livelli di squallore della tv1 ma questa volta forse, con un ritorno un po’ malinconico vintage all’epoca in cui la rete era buona, metaforicamente parlando, solo per fare abboccare i pesci, ce l’abbiamo fatta.

1: Ovviamente solo se evitiamo come la peste facebook, le maggiori testate giornalistiche e questo blog; e se scegliamo con cura, cosa che solo internet permette di fare veramente, le fonti a cui attingiamo.

E se le risposte più ovvie dovrebbero essere silenzio e indifferenza, mi ritrovo a leggere i pareri dei blogger che considero in gamba o simpatici, e a questo punto non posso che contribuire anche io all’intasamento del vostro lettore di feed, facendo il loro (di chi ha scritto la lista) gioco è diffondendo a mia volta, che è domenica mattina, un po’ di questa spazzatura mediatica.

E niente, volevo dire che tutti i ragionamenti fatti sono condivisibili. E se seguite i link che ho messo sopra troverete delle perle di saggezza. Che però stiamo parlando del NULLA.

Sono capace anche io di fare la mia lista, prendendo nomi a caso o che sembrano esserlo (che poi, per carità, magari sono tutti gay, ma non è questo il punto), evitando di dare spiegazioni e dicendo “è così perché lo diciamo noi”2. Confidando nella cassa di risonanza di un web alcune volte ancora ingenuo.

2Un “noi” che, oltretutto, resta anonimo.

(Che è esattamente il tipo di atteggiamento cui chi lotta per le minoranze dovrebbe opporsi).

A casa mia questi si chiamano troll (e non possono che fare questa fine).

Continuate a seguirmi, perché presto su questo blog NOI3 pubblicheremo la lista dei cuochi che non si lavano le mani, dei preti che ascoltano musica metal e delle ballerine a cui puzzano i piedi.

3: che sarei io.

Ogni sveglia è un piccolo infarto. E altri due segreti.

settembre 22nd, 2011 § 0 comments § permalink

Sul sito Morto del Mese, blog molto istruttivo che parla di morti, leggo una breve biografia di Mauro Guidi, morto recentemente all’età di 109 anni.

Il Guidi ci lascia con non uno, ma ben tre segreti per avere lunga vita. E penso che ognuno di noi dovrebbe avere i suoi tre segreti da tirare fuori dal cilindro in caso di dipartita oltre i 100. Fosse anche solo per un fatto statistico. Ognuno deposita “i tre” in una banca dati e una volta morto questi si vanno ad esaminare.

Chessò, Ciraolo aveva 1) fare le due di notte davanti al computer, 2) uccidere violentemente le persone antipatiche o anche solo quelle che ti contraddicono, 3)  patatine fritte!1 Bene, il Ciraolo ha vissuto fino a 103, una buona media, possiamo inserire il punto n°2 nel programma delle elementari.

1: BONUS SECRET: 4) scrivere inutili preamboli ironici che i lettori sono obbligati a sorbirsi per arrivare al dunque del post.

Ma non perdiamo il filo del discorso, ecco i 3 segreti. Seguirà attenta disamina.

Uno: non mi sono mai fatto mancare due dita di rosso a tavola.
Due: non ho mai puntato la sveglia, perché preferivo andare a letto un’ora prima e svegliarmi da solo… perché, ricorda, ogni sveglia è un piccolo infarto.
E tre: non ho mai avuto paura di cambiare! Cosa? Cambiare casa, lavoro, donne e vita.

E’ così che son arrivato fin qui

Due dita di rosso

Ora, non esiste ultracentenario che si rispetti che non consiglia di bere un bicchiere di rosso. Non me ne intendo e il vino, soprattutto quello rosso, mi piace poco. Potrei sbagliarmi ma non credo che l’influenza del vino rosso sulla lunghezza della vita sia così importante come dicono i nonni.

Credo piuttosto che il bicchiere di rosso sia un simbolo.

Credo che il bicchiere di rosso a tavola simboleggi uno stile di vita slow, uno stile di vita che ha individuato i piccoli (e soggettivi) piaceri della vita, allo stesso tempo superflui e indispensabili.

Uno stile di vita che intende tagliare il superfluo, arrivare all’essenziale e non rinunciarvi.

Uno stile di vita che si permette magari due ore di pranzo per poi lavorare fino alle sette o alle otto di sera, perché non sente il bisogno di distinguere tra lavoro e casa, perché vive tutto in un’unica, soddisfacente, vita.

Ogni sveglia è un piccolo infarto

Questa è bellissima.

Io, sono schietto, non so se ce la farei mai: probabilmente se non puntassi la sveglia (o meglio: se mia moglie non spegnesse la sua e la mia sveglia, per poi buttarmi, con fatica, strategia e costanza, giù dal letto) non mi alzerei mai. Però rischia di suonare come una scusa, perché le buone abitudini, qualche volta, potremmo imporcele2.

2: benedetto iddio!

E poi ho questa sensazione. Vi ricordate quando da bambini arrivava il giorno di natale o, chessò, la gita a Gardaland? In quei giorni non c’era bisogno di nessuna sveglia! Ci ritrovavamo nel letto, con gli occhi spalancati, almeno un’ora prima.

Questo secondo me ha voluto dirci il Guidi: vivete ogni giornata come se fosse Gardaland!

Non aver paura di cambiare

Il cambiamento è parte della natura umana, ma poi ce ne dimentichiamo. Man mano che riusciamo ad accumulare piccole certezze ed effimere sicurezze il cervello (ciripampiro, come dice mia nonna) si irrigidisce.

Cominciamo a vivere il cambiamento come un fallimento, come un passo indietro invece che, semplicemente, un passo in un’altra direzione.

Ma cambiamento vuol dire anche migliorarsi, accettare le sconfitte, adattarsi alla vita che, inesorabilmente, cambia.

Pensiero laterale.

settembre 18th, 2011 § 2 comments § permalink

Questa mattina, mentre la vestivo, ho infilato un calzino nella manina di mia figlia (1 year old, appena imparato a fare il verso del leone) e ho pensato che sarebbe bello insegnarle, e dovremmo impararlo tutti, che spesso l’uso di un oggetto non è quello più scontato, che la soluzione a un problema a volte non è quella più ovvia, che una relazione può avere risvolti inaspettati e che da ogni situazione possiamo ricavare esiti impensabili, se solo la guardiamo da nuovi punti di vista.

Poi lei si è sfilata la calza dalla mano, mi ha indicato il piedino, e mi ha guardato come fossi l’ultimo dei cretini.

Per approfondire | Insegnamo ai nostri figli a pensare lateralmente (su Wired.it).

Polyamoroso.

settembre 8th, 2011 § 2 comments § permalink

Giravo con quella faccia un po’ così per il web, in cerca di donne nude notizie scientifiche sulla riproduzione del dugongo (non ci credete?), quando ti capito per caso sul sito dello Steve Pavlina, noto “speaker motivazionale” statunitense. Dico la verità, il vecchio Steve non mi piace moltissimo: lo trovo un po’ troppo americanaccio e penso che, mannaggia a lui e a quelli come lui, anche nel Bel Paese si sprechino le brutte copie (massì che avete capito: quelli tipo me ma che poi ti scrivono titoli del tipo “come ottenere denaro, soldi e contanti (oltre che – chiaro – donne, successo e un fisico bestiale) con un ebook da 29 euro e 999 millesimi”). Ma va bé, son gusti.

Che è il Polyamore?

Sto divagando. Dicevo che ti capito su questo sito e scopro che il Vecchio di cui sopra, tra un discorso motivazionale e l’altro, è Polyamoroso (impeccabile traduzione dall’inglese “polyamorous”. Da wikipedia:

Polyamory is the practice, desire, or acceptance of having more than one intimate relationship at a time with the knowledge and consent of everyone involved.

Che in parole povere vuol dire che uno, in accordo col proprio partner, decide di avere più “fidanzate/i” e accetta che l’altro (o a questo punto dovremmo dire “gli altri”) faccia altrettanto.

La strada mia non è uguale alla strada tua.

Cosa volete che vi dica, secondo me questa storia del Polyamore non fa altro che confermare il principio primo della ricerca della felicità (che non è “piatto ricco, mi ci ficco”): ogni strada verso il benessere è unica e irripetibile, non esistono manuali, libri sacri e libretti di istruzioni che tengano.

Se Steve si sente realizzato nella Polyamorosità, e se ha scavato a fondo dentro sé stesso da poter dire che non si tratta di una scelta “di comodo” o di una “fuga dall’intimità”, beh, Steve ha trovato la sua strada.

Ed è così che si trova la propria strada: concependo una situazione – una scelta – come un ventaglio di possibilità enorme tra le quali la propria è forse quella meno battuta.

Critica ai Poligamy.

Detto questo, permettetemi un critica al Polyamore e lasciate che infranga i sogni delle mie appassionate lettrici: no, non sarò mai un Polyamoroso.

Come diceva il vecchio Freud nell’unico libro che ho letto:

Il mio amore è una cosa preziosa che non ho il diritto di sprecare sconsideratamente. Mi impone doveri ai quali devo adempiere facendo sacrifici.

L’amore è cosa preziosa per sparpagliarlo tra troppe persone (insomma, il marito e l’amante dovrebbero esservi sufficienti). Perché hai voglia a dire che “l’amore è infinito”, che forse è anche vero, ma non sono infinite le attenzioni, le cure, l’ascolto, la presenza che puoi dare alle persone che ami.

Amarne troppi è come non amare nessuno: se nel campo alimentare preferisco la quantità alla qualità (e si vede!), in ambito affettivo è meglio fare il contrario.

Amen.

e.... LUI!!!

La fuga è lo stratagemma migliore.

settembre 7th, 2011 § 2 comments § permalink

Il trentaseiesimo, e ultimo, stratagemma cinese dell’arte della guerra, recita più o meno così:

La fuga è lo stratagemma migliore. Schivare l’avversario per conservare le forze.

E ancora:

La ritirata è un modo per avanzare. Il saggio non combatte una guerra persa.

Per il mondo occidentale, vanaglorioso e idealista, al quale siamo abituati è difficile comprendere la praticità tutta orientale di questa massima. Ma questo stratagemma, come gli altri 35, può aiutarci ad affrontare meglio molte situazioni della vita quotidiana.

Saper valutare la situazione

Dov’è il giusto equilibrio tra il “combattere con coraggio una guerra persa” e “ammettere serenamente che l’avversario in questo momento è più forte di noi”? Come sempre, la virtù sta nel mezzo (o meglio, nella capacità di ognuno di trovare il proprio centro).

Però, è anche una questione di “valutazione”. A volte è necessario ammettere che la situazione è senza via d’uscita, che in questo momento non riusciremo a cambiare le cose, che non possiamo farcela da soli.

La fuga non è una sconfitta

Già, la fuga non è una sconfitta. Non bisogna abusarne, farla diventare la strategia numero uno, ma in alcuni casi fuggire, ritirarsi, mettersi da parte, prendere una pausa è sinonimo di grande intelligenza.

Potremmo riprendere la battaglia quando saremo più in forze, quando avremo trovato i giusti alleati o quando il “nemico” (col termine nemico possiamo intendere una persona, un gruppo di persone o più semplicemente una situazione)  ci sembrerà più fiacco.

Saremo in grado di mettere da parte l’orgoglio?

L’orgoglio…

Che brutta abitudine! Molte volte ci lanciamo come un ariete in situazioni nelle quali l’unica certezza è il danno che ci procureremo. E lo facciamo esclusivamente a causa dell’orgoglio:

- “non gliela dò vinta”

- “cosa penseranno di me gli altri?”

Ma dico! Sono questi i pensieri che vi ho insegnato?! :)

Non voglio dire che potete serenamente e pacatamente sentirvi delle cacche ambulanti. Dico solo che dovete (cioé, non è che “dovete”, alla fine fate quello che preferite neh) imparare che la vostra autostima e la stima che hanno di voi le persone non possono dipendere da un unico evento, da un’unica battaglia.

E poi, chi l’ha detto che “coraggiosi e ottusi” sia tanto meglio di “prudenti e astuti”?

Ammettere la sconfitta

Infine, ci sono situazioni nelle quali ammettere la sconfitta, e farne un’occasione di crescita, è l’unica possibilità:

“Il fallimento è un successo, se impariamo da esso.”

- Malcom Forbes

Ma questa è un’altra storia…

500 persone in 100 secondi.

settembre 1st, 2011 § 1 comment § permalink

A proposito della paura.

maggio 10th, 2011 § 5 comments § permalink

PAURA. Una delle emozioni più antiche dell’uomo, ha un preciso scopo nella nostra esistenza: segnalare un pericolo percepito, anche quando questo è oscuro alla ragione. Spesso, e giustamente, noi nuovi supereroi degli anni ’10 spendiamo le nostre energie per batterle. Ma questo è sempre (e dico SEMPRE) giusto?

In un’epoca dominata dalla ragione, forse dovremmo ascoltare l’istinto e ogni tanto assecondare qualche paura – chissà che conoscendola meglio non ci dica qualcosa di noi stessi – invece di cercare coraggiosamente e ottusamente di superarla.

Vivere il problema come una sfida.

marzo 11th, 2011 § 0 comments § permalink

Lo so, lo so… Lo so che già lo sapevate, lo so che non è facile, lo so che sono un sognatore. Lo so che questo post vi arriva nel mezzo di una chat su facebook con una vecchia compagna delle medie, dell’ultimo video di anna tatangelo su youtube o, per alcuni, mentre vi sollazzate su quei siti osé che visitate nella penombra della vostra cameretta mentre la mamma va a fare la spesa. E può anche dare fastidio. Lo so.

Mio nonno cinese amava dire:

Se hai un problema è inutile preoccuparti, perché i casi sono due: o questo problema è risolvibile, e quindi non preoccuparti e risolvilo; oppure non è risolvibile e quindi non preoccuparti, tanto non cambierai la situazione.

Grazie nonno cinese.

Ora, io credo che ciò che più ci spaventa non siano né i problemi “risolvibili” né quelli “non risolvibili”, ma siano i problemi “risolvibili solo con grande fatica, dolore e spargimento di sangue”. Parlo delle cose piccole, come può essere il lavandino intasato che ci obbliga a quella decina di interminabili minuti di lavoro per sturarlo, e delle cose grandi, come può essere la perdita del lavoro o non potersi permettere di acquistare l’ultimo numero di “Chi”.

Non sono problemi irrisolvibili, ma sappiamo che la ricerca della soluzione sarà faticosa e che la strada è ignota.

Beh, approcciarsi al problema con la “mentalità del risolutore”, affrontarlo come se fosse un gioco di logica (anche se poi nella vita vera non si può relegare tutto alla logica) può aiutare. Aiuta senza dubbio il nostro stato d’animo, che non deve necessariamente sentirsi sopraffatto dal destino crudele ad ogni evento della vita, ma facilita indirettamente anche la risoluzione del problema, perché un problema affrontato con ottimismo ha più probabilità di essere risolto.

E parte un circolo virtuoso che tanti problemi risolti portano una buona autostima e una buona autostima porta più problemi risolti e una buona autostima e tanti problemi risolti avvicinano alla felicità e la felicità è il primo passo per il paradiso.

E voi ci volete andare in Paradiso, vero?

Sul lungo mare del mondo (Jovanotti).

marzo 10th, 2011 § 0 comments § permalink

8 consigli per passare dal pensiero all’azione.

marzo 7th, 2011 § 3 comments § permalink

Tra il dire e il fare…

Quanti sogni… Quanti progetti si accavallano nella mente ogni giorno… Non c’è niente da fare, siamo fatti così: viviamo di desideri, di speranze, di progetti. Solo una minima parte dei nostri sogni, però, diventano realtà, e fin qui niente di male. Anzi.

8 consigli per passare dal pensiero all'azione.

Foto | Flickr

Se dovessimo concretizzare ogni idea che ci passa per la testa trascorreremmo le giornate tra un allevamento di api calabresi e un allenamento per gli europei di freccette, tra una fabbrica di nani da giardino e un corso di ipnosi subacquea. No, meglio di no. Meglio far divenire reali alcuni dei sogni che facciamo. Meglio selezionare in base alle aspettative, alla fattibilità e così via.

Chi ben comincia…

Ecco, una volta selezionato il sogno da realizzare, ahimé, ci rendiamo conto che non solo è una strada in salita, che presto la motivazione cadrà e che portare avanti un progetto non è cosa affatto facile, ma sarà un’impresa addirittura ingranare la prima! Se chi ben comincia è a metà dell’opera, spesso la parte più difficile è proprio l’inizio. Il nostro progetto, finché restava nella mente, sembrava perfetto, impeccabile. Ma non esce da lì, non riesce a trasferirsi dal mondo delle nostre idee a quello dei fatti.

Proviamo a vedere alcuni dei tanti passaggi importanti per passare dal pensiero all’azione in maniera efficace.

1. Lasciarsi sempre uno spazio di sogno in libertà

Se pretendiamo di portare a termine ogni idea, disperdiamo le nostre energie in troppe direzioni senza riuscire a “portare a casa il risultato”. Ma dal momento che non possiamo ridurre le connessioni cerebrali (a parte che con un buon uso di droghe leggere e pesanti, questione di scelte) e quindi fino all’ultimo dei nostri giorni il cervello produrrà una valanga di idee, sogni e progetti, dobbiamo diventare abili ad accogliere questa importante “produzione” con serenità. Senza sensi di colpa perché non concludiamo tutto, perché siamo dei sognatori. Sappiamo che questo ha uno scopo: selezionare. Niente di male se facciamo dieci sogni ad occhi aperti ogni settimana: abbiamo uno spazio di sogno in libertà. Se da questi dieci sogni ne estrarremo mezzo attuabile avremo fatto un ottimo lavoro. » Read the rest of this entry «

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